Ci sono forme di curiosità inopportune e sospette, soprattutto per un tipo sospettoso quale sono io. Stamani, quasi all’alba della giornata scolastica, si è epifanizzata nella stanza dei bottoni una collega, che insegna nel mio corso, per chiedermi quali tracce d’italiano avessi preparato per i maturandi. Istintivamente sono stato molto evasivo nella risposta, anche perché non avevo ancora completato il lavoro. Poi, a mente serena, mi sono chiesto chi le avesse riferito, o dove avesse letto, che domani avrei fatto compito d’italiano in quella classe; ne ho parlato soltanto con gli studenti, ma non ho annotato nulla sul registro di bordo. Così è cresciuto sempre più il sospetto che la richiesta non fosse proprio farina del suo sacco, ma un’estorsione di notizie sulle tracce da comunicare agli studenti, larvata da innocente curiosità. A me dispiace ammetterlo, ma non mi fido della maggior parte dei colleghi, ancora di più quando ficcano il naso in questioni didattiche che non li riguardano; per dormire sonni tranquilli e non fare il gendarme durante il compito, ho addirittura scartato l’unica traccia, che avevo preparato e rivelato in parte alla ficcanaso di turno. Nel pomeriggio mi sono tappato nel mio studiolo e ho partorito ben tre tracce di saggi. Una fatica immane, che mi ha tenuto incollato sulla sedia dalle 16 alle 20, ma mi ritengo soddisfatto, sebbene stanco.