Solo Pif

La-mafia-uccide-solo-destate-2-nuove-clip-foto-e-locandina-del-film-di-Pif-Non mi vergogno di dichiararlo, ma a suo tempo, quando è uscito nelle sale, non ho visto La mafia uccide solo d’estate di Pif; così ieri sera, complice un sabato casalingo, ho potuto seguirlo comodamente a casa in TV. Che dire? Mi è piaciuto moltissimo; la cinematografia e le fiction hanno ampiamente trattato il tema della mafia, ma quello di Pif è un film divertente, ironico, intelligente, artistico con la A maiuscola. Unico, si potrebbe dire. Tre i punti di pregevolezza del film: una rappresentazione/narrazione della mafia improntata sull’anti-epos attraverso il ricorso all’ironia e allo straniamento; un controcanto alla ferocia dei mafiosi musicato dalla storia d’amore tra Arturo e Flora; infine il doppio binario didattico-formativo, uno con destinatario il fruitore, realizzato attraverso l’inserimento di tessere documentarie tratte dalla storia, l’altro, materializzato nell’ultima parte, tra Arturo, diventato padre, e il piccolo figlio, che diventa l’erede della memoria storica nell’auspicio che si potenzi la coscienza storica e civile. Ma la perla del film è racchiusa nella statura morale e civile del personaggio Arturo, la stessa che un cittadino onesto auspicherebbe per le generazioni future.   

Suonare e cantare

algf636-36Ora che i tempi stringono, per i maturandi e per me, sono piacevolmente costretto a usare massicciamente delle mappe concettuali, che consentono loro di afferrare globalmente il senso di quello che studiamo insieme in classe e di avere il quadro, diciamo esauriente, di un autore o di un percorso tematico. Mi giovo così di fogli-lenzuolo in formato A3, che si arricchiscono via via di nuovi dati, emersi durante la spiegazione; non riesco ancora ad usare bene la lim, vuoi anche per problemi tecnici, e perciò ripiego sull’immarcescibile cartaceo. Agli studenti piacciono comunque i vecchi strumenti ed è piacevole sbirciare i loro fogli, personalizzati da didascalie, rubriche e sottolineature. Per gli ultimi argomenti ci si è messi d’accordo: continuo a spiegare oltre la data canonica, ma loro studieranno soltanto dalle mappe, dalle dispense e dagli appunti forniti. Ho chiarito loro la motivazione di questo faticoso prolungamento delle lezioni, che non è autoincensamento o, peggio ancora, smania di riempimento del programma d’esame, anche perché, essendo interno, io me la canterò e io me la suonerò, come si dice dalle mie parti. La ragione è un’altra: posso permettermi di non far assaggiare loro(e auspico anche di far assaporare)il piatto forte della letteratura del Novecento? Proprio no. Ho preferito scrivere questo post sempliciotto e ingenuo anziché raccontare di tanta spazzatura scolastica umana, che mi sta letteralmente sommergendo. 

Qualcuno apra gli ombrelli

Temporali sul cielo di Palermo e sulle strade corrose dalla noia frenetica dell’oggi. Piove sui marciapiedi, sui tetti, fin dentro al terriccio dei gerani esposti come quadri ai balconi. E le nuvole avvolgono i palazzi di questa città, si scagliano contro la nostra generazione. Non era questo il futuro che avevamo immaginato quando ci affacciavamo al mondo tremanti e carichi di speranza. E questo paese non ci piace affatto. E non ci piace quel tratto di strada che tanti operatori call center sono costretti a percorrere per andare a lavoro. Nessun semaforo a proteggerli dalla velocità delle vetture che spesso sfrecciano incuranti. E quelle strisce raccontano il passo dei tanti precari di questa città. Raccolgono i pensieri che lasciano scivolare appena due minuti prima di entrare in “miniera”. I sogni come sassi che rotolano via lontani sono speranze abortite, embrioni staccati dal grembo della libertà. E piove senza sosta, sta venendo giù il cielo.

Tania no, non era a casa oggi. A lei stamattina toccava il turno alle cuffie. Che non aveva alcuna voglia di alzarsi dal suo letto, di far colazione, vestirsi e scendere per strada. Avrebbe preferito rimanere tra le lenzuola, magari abbracciata al suo amore per definire gli ultimi dettagli del matrimonio, le settimane passano in fretta e giugno è alle porte. E il profumo dell’estate è già nell’aria come un’ipotesi. Una possibilità che non sarà più. Come le sculture che rimarranno ben ancorate alla terra, nonostante tutto e nonostante Tania. E forse non sapeva come vestirsi, il tempo è così strano. Una maglia leggera e una giacchetta di cotone. E poi l’ombrello che è sempre troppo piccolo e la borsa piena di cianfrusaglie da svuotare in fretta e senza far rumore per non svegliare nessuno. Una domenica che profuma di terra bagnata e asfalto. Giù per le scale, l’azienda non ama i ritardi e il badge già tra le mani per non perdere tempo.

Corre Tania e magari non ne ha alcuna voglia. Avrebbe voluto far altro nella vita che non pensare alla delocalizzazione della sua azienda. Ha sempre sorriso tra un pronto e l’altro. Magari immaginando le sue mostre e altre creature da mettere al mondo con le sue stesse mani. Uno stipendio da fame e il coraggio che viene messo a dura prova. Quando a narrarle, queste vite, ci si mette il cuore e il sangue. E non basta mai, non basta, non può bastare. E urla l’articolo 18, urla il suo strappo in nome di un’economia dal volto famelico e aberrante che dissemina morti.

Non uscire da casa Tania, inventa un mal di testa, rimani a guardare la pioggia da dietro le finestre. Non andare, il cielo già piange. E il mare protesta con rabbia. Non muoverti. Se proprio devi, allora rallenta il tuo passo deciso. Per Zeus e per tutti gli dei, nascondete il suo telefonino, le chiavi di casa, fate in modo che scenda dopo, un attimo dopo.

Cammina Tania, sta per arrivare. Piove, il cielo sta cadendo a pezzi. Adesso le sue scarpe sono sulla striscia bianca. Il semaforo non c’è, non c’è mai stato. Da anni percorre quelle strisce. Tra pochi secondi non lo farà mai più.

E adesso giace per terra dopo l’urto e quel maledetto è fuggito senza prestarle aiuto. Dorme sull’asfalto bagnato, mentre la pioggia battente le accarezza i capelli e il volto. Qualcuno apra gli ombrelli sul quel corpo giovane, non lasciamola sola che le nuvole non andranno via.
(Mari Albanese)

Tratto da http://www.ilsitoditalia.com

Intrecci

Mi ha messo in un vortice di turbamento e amara tristezza la vicenda del ragazzo di Padova, vuoi anche per la somiglianza fisica con uno dei miei studenti, che quest’anno, se fosse ancora vivo, si sarebbe maturato. Il contesto e le cause della morte sono totalmente differenti, ma talvolta basta un particolare per fare riemergere volti, corsa al pronto soccorso, attesa e disperazione. Potrei, ancora oggi, ricostruire ogni minimo dettaglio di quella calda giornata d’autunno, anche il colore dell’aria, se si potesse. Al contrario di Domenico, il mio alunno Colin fu soccorso subito; prima da due medici di passaggio, poi dal 118. I giornalisti, com’è di regola ormai, sbandierarono ai quattro venti che i soccorsi erano giunti in ritardo, ma non era vero(io testimone e non solo), tant’è che la famiglia del ragazzo non sollevò alcuna polemica o denunciò una tal cosa.

aba342La tragedia della perdita rivelò il suo diciamo lato positivo qualche mese dopo, quando, in uno dei ricevimenti scolastici, mi ritrovai faccia a faccia proprio con quei medici di passaggio che avevano soccorso il mio alunno. Erano i genitori di un primino, tra i migliori che io abbia avuto. Tra noi è scattata una garbata e delicata simpatia, supportata sicuramente da quel tragico incontro, che oggi è anche amicizia; il loro figlio non è più mio alunno, ma continuiamo a sentirci per scambiarci gli auguri o farci quattro chiacchiere di scuola.

La vita, come sempre, ne sa più di noi.