La miscela segreta di casa Olivares

Ho appena finito di leggere La miscela segreta di casa Olivares, l’ultimo romanzo di Giuseppina Torregrossa(Mondadori, 2014). Ultimo dell’autrice, primo per me, che mi accosto alla sua scrittura per la prima volta.

Una scrittura raffinata ed elegantemente letteraria nel lessico, impreziosita dall’uso sapiente e parco della lingua siciliana, che fa capolino dal rettilineo andamento sintattico; il pregio del romanzo è proprio nell’operazione linguistica della Torregrossa, che alla maestria dell’arte del narrare femminile intreccia un ordito di fili linguistici, che attingono alla tradizione letteraria aulica italiana e siciliana. Parole come cose, parole come gioielli, una sorta di controcanto alle partiture ironiche della lingua di Camilleri.

Il romanzo mi ha conquistato sin dalla prima pagina, in cui si offre al lettore un simpatico esempio di personificazione: si tratta di Orlando, la macchina degli Olivares, che tosta il caffè dalla mattina alla sera(Orlando emanava una forza oscura. Nel profondo del suo ventre gorgogliava un’energia primitiva. La bocca ampia, atteggiata a una smorfia minacciosa, attraversava da parte a parte la mascella squadrata. Il labbro, un’enorme lamina concava, sporgeva in avanti e in fuori, pronto ad azzannare). L’autrice è stata così abile, che soltanto a conclusione del brano ho capito che stava descrivendo una macchina e non una persona. E ora il cuore della storia.a7813a764f92264729b0b055da74a7c2

La trama del romanzo, articolato in tre parti scandite nei titoli cronologicamente(L’attesa 1940-1943; la fuga 1943-1950; la scelta 23 maggio 1951) è abbastanza semplice: la vicenda privata di un personaggio, Genziana, e della sua famiglia consente di attraversare la storia italiana, e palermitana, dagli anni del tramonto del Fascismo alla nascita della Repubblica e, in parte, diventa anche la storia di una generazione. La formula è il novel inteso come accesso da un punto di osservazione parziale alla vicenda collettiva, che consente di restituire una lettura non sempre problematica di una porzione della storia italiana, ma non per questo meno autorevole. Attraverso, infatti, un narratore eterodiegetico, che si gemina dopo le pagine iniziali in autodiegetico(a narrare in parallelo all’onnisciente è la protagonista Genziana Olivares), viene narrata la vicenda della famiglia Olivares(Roberto e Viola Olivares, i figli Genziana, Mimosa, Ruggero, Raimondo e Rodolfo) che, nel cuore di Palermo, diffonde dall’omonima torrefazione, tra strade e vicoli, l’aroma unico e inconfondibile della miscela di caffè prodotta e fa di questa la marca distintiva di una famiglia e dei suoi componenti. In particolare, nella prima parte, ad emergere è la figura della caffeomante Viola, moglie di Roberto Olivares, che, al pari del marito, si prodiga per la gente del quartiere, in particolare delle donne, leggendo nei fondi del caffè le tracce di una profezia, che funga da riscatto a un’indigenza economica o affettiva. In parallelo corrono e scorrono le vite dei figli, della fragile e malaticcia Mimosa, di Genziana, bruna come un chicco di caffè, su cui a partire dalla rottura dell’equilibrio iniziale, posto a metà del romanzo, si concentrerà l’arte narrativa della Torregrossa, e dei maschi Ruggero, Raimondo e Rodolfo, ai quali lo snodarsi degli eventi storici e sociali non sempre riserverà un destino fausto. Di spessore sono anche i personaggi minori. A spezzare l’equilibrio della famiglia Olivares, e di un intero quartiere, e di una città, interverranno il fascismo e la guerra, i bombardamenti, le macerie materiali e morali di una storia, che non ha pietà per alcuno. E poi i “miricani” con la modernità che avanza, ma non ci sono istruzioni per l’uso. Bella la lotta per l’emancipazione, apre nuovi orizzonti, ma insieme porta tensioni e crea grossi scompensi. Forse il passato era più seducente; il dilemma tra re(masculu)e repubblica(fimmina), la ricostruzione post bellica, che stravolge, come se la guerra non fosse bastata, i connotati urbani di Palermo, il difficoltoso recupero di una tradizione familiare attraverso la ricerca della miscela segreta di casa Olivares, che è anche acquisizione di identità umana e storica da parte della protagonista Genziana. Chi essere è l’inchiesta personale e marcatamente femminile di Genziana, la cui vicenda sentimentale per il forzuto e bel Medoro tinge di rosso passionale tutta la narrazione, ma in lei si coagulano indirettamente le riflessioni della Torregrossa sulla condizione di tante donne all’indomani della seconda guerra mondiale e della ricostruzione post bellica. Chi essere? Un gingillo da casa borghese, una vittima della storia e di un marito maschilista, una rossa votata al sociale o semplicemente se stessa? Forse niente di tutto questo. O forse il segreto è nella capacità di miscelare le essenze, personali e sociali, storiche ed esistenziali. E come esserlo? Come riuscirci? La formula giungerà proprio da quella miscela segreta di famiglia, che Genziana si guadagnerà con l’impegno personale e con quel tanto di inevitabile compromesso con la storia, i cui grovigli possono costituire per un essere umano non liane di schiavitù, ma occasioni di consapevolezza generosa per sé e per gli altri. 

 

7 pensieri su “La miscela segreta di casa Olivares

  1. Molto accattivante l’inizio, e molto interessante la trama che descrivi, che mi pare immessa in quella linea che, partendo da De Roberto e passando per i Vecchi e i giovani, arriva al Gattopardo e a Goliarda Sapienza e al suo L’arte della gioia (che ti consiglio, se non l’hai ancora letto). Grazie davvero della segnalazione, lo cercherò.

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  2. @Povna, il romanzo della Torregrossa corre parallelo alla linea che tu indichi. Spicca per l’anima femminile positivamente “uterale”, che l’attraversa, anima che prende forma nella scrittura e nella caratterizzazione dei personaggi; anche quelli maschili sono filtrati da “occhi di femmina” siciliana.
    Personalmente ho voluto leggervi anche un intento femminista fuori dal “coro storico” però. Pregevole la rappresentazione dell’incrinatura del rapporto tra Roberto e Viola Olivares ai tempi del fascismo: la storia irrompe nel privato e in qualche modo lo condiziona, pur non violandolo.
    Infine, e chiudo, viene strizzato l’occhio alle dinamiche del mondo del lavoro prima e dopo il fascismo attraverso l’impegno di Roberto Olivares e poi della figlia Genziana.
    Grazie a te, invece, per l’attenzione e per la segnalazione del libro “L’arte della gioia”. Forse ne hai parlato nel tuo blog oppure ho letto qualcosa su altri blog. Non ricordo.

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  3. @Povna, acquisterò presto il libro di Goliarda, non appena avrò messo piede in città. È diventato faticoso ricordare i titoli dei libri da acquistare, urge mettere in funzione il block notes del cell.

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  4. Pingback: Manna e miele… | il fromboliere entusiasta

  5. Confermo il tuo giudizio iniziale, caro Melchisedec! Da tempo non trovavo un libro così avvincente, che sa restituire il piacere della lettura e dal quale è difficile staccarsi per rientrare nella necessità delle incombenze quotidiane. Ne vorrei serbare una parte per il pomeriggio di domani, ma non so se riuscirò nell’impresa.

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