Muciddu

Del mio fioraio ho già avuto modo di parlare, come dei gatti che popolano il deposito dei fiori, una catapecchia antidiluviana, che accoglie ben due celle frigorifere e una serie di attrezzi del mestiere. L’aria è irrespirabile: i fiori in cella puzzano, come puzza l’acqua di ristagno dei contenitori, dove restano immerse per giorni le spugne verdi da usare per le composizioni. Il deposito è invero anche un ripostiglio di cianfrusaglie, com’è possibile desumere dalla foto. In un angolo polveroso una cassetta è diventata la culla di quattro muciddi*, che una mucidda ha partorito sabato mattina. Il fioraio sapeva che mucidda era incinta e, quando ha visto movimenti strani e qualche miagolio di troppo, ha predisposto la cassetta-culla sì in un anfratto, ma a pochi centimetri da una finestra, da cui entrano aria e luce. Dei muciddi mi sono accorto soltanto ad acquisto completato; eccoli, mentre poppano silenziosi, mentre Bea, così ho ribattezzato mucidda, è distesa in estasi.

*Non posso chiamarli gatti, il nome “giusto” è muciddu, una parola-onomatopea adoperata in Sicilia per chiamare i gatti e richiamarli producendo con le labbra una sorta di miagolio umano affettuoso. Così li chiamano il mio fioraio e il popolino. Che poi muciddu richiama mouse. Chissà qualche lontana parentela!