L’arte di Goliarda

E in un lampo capii che cosa era quello che chiamano destino: una volontà inconsapevole di continuare quella che per anni ci hanno insinuato, imposto, ripetuto essere la sola giusta strada da seguire”.

goliarda_sapienza

L’arte della gioia è il romanzo postumo di Goliarda Sapienza(Einaudi, 2008)dopo un susseguirsi di rifiuti di pubblicazione da parte dei principali editori italiani; per avere un’idea di ciò, è sufficiente leggere la Prefazione di Angelo Pellegrino e la Postfazione di Domenico Scarpa contenute nell’edizione Einaudi(2014), ma è consigliabile farlo soltanto a lettura ultimata(regola d’oro), perché non si perda il gusto della scoperta del libro, e dell’autrice, e non si resti vittima dei condizionamenti che una penna altra dall’autrice inevitabilmente imprime nell’animo del lettore.

L’arte della gioia è un romanzo non facilmente inquadrabile in un genere specifico; c’è filosofia illuministica, intesa come arte del pensiero, ma non è un romanzo filosofico, c’è storia, nello specifico delle idee, in gran parte del Novecento, ma non è un romanzo ideologico nella peggiore accezione comunemente intesa, c’è formazione, umana e intellettuale, molta direi, ma non è del tutto un romanzo di formazione. L’arte della gioia è un unicum che sfugge alle categorizzazioni e tuttavia il lettore può gustarvi il sapore didascalico della favola, infatti alcuni personaggi recano con sé il sigillo della mostruosità, seppure redenta dalla protagonista, l’enucleazione di una tesi tipica del romanzo filosofico, la forza morale/immorale di un personaggio in formazione, movimento e peripezie di un romanzo d’avventura, carne e spirito di un plot sentimentale, ma mai romantico nell’accezione, che può assumere in immaginari popolati di principi azzurri e cenerentole.

Suddiviso in quattro parti, il romanzo si articola in due grandi nuclei narrativi, che hanno come sfondo storico sfocato la prima guerra mondiale, il socialismo, l’attrattiva del primo fascismo, le prime lotte per l’emancipazione femminile e ancora la guerra.

Nel primo si percorre, attraverso un’autodiegesi che mai cede al compassionevole e al lacrimoso, la parabola ascendente della vita di Modesta, una “carusa tosta”, che nasce povera in una famiglia di poveri il primo gennaio del 1900 e che subisce in prima persona la brutalità ispirata dalle leggi dell’ignoranza e della violenza; neanche il convento che l’accoglie, dove un’amorevole quanto calcolatrice madre superiore la protegge, mette al sicuro Modesta dalla violenza dell’imposizione religiosa senza sé e senza ma. Eppure Modesta, proprio nella fase della clausura e delle privazioni imposte sotto la minaccia del peccato, forgia la sua tempra di uomo: divorare libri, assorbirli nel profondo del corpo e della mente, verificando la validità di quanto incamerato con la prova dell’azione concreta, energica e spregiudicata o, per meglio dire, priva di pregiudizi. Nel contempo Modesta, attraverso la frequenza delle angelicate del convento, affina l’altro strumento della tempra di uomo, ossia l’osservazione minuta dei comportamenti e delle parole degli altri alla disperata e virile ricerca di una anche minima traccia per piegarli favorevolmente al proprio credo di vita, che via via si irrobustisce nel processo che la porta all’autoconsapevolezza, si dipana in tutto il romanzo e si cristallizza nella sintesi del titolo, L’arte della gioia. Arte, ben inteso! Perciò téchne da apprendere e affinare giorno dopo giorno nel vasto laboratorio di alchimie, che è la vita.

Nel secondo Modesta, raccolti già in convento i frutti della conoscenza che provengono dai libri e dal contatto con gli altri, piega a sé il destino impostole dagli eventi(monacarsi)e, da semplice trovatella sfortunata, diventa l’aristocratica erede dei nobili Brandiforti; anche in questo contesto Modesta non cesserà di adoperare e affinare le tecniche di vita sperimentate nella fase dell’apprendistato monacale e stupirà il lettore per l’intelligenza delle sue riflessioni e l’apparente scandalosità delle sue scelte di vita sentimentali e politiche. Qui, più che nel primo nucleo, occupa un posto di rilievo l’amore nelle sue tonalità accesamente erotiche e Modesta ne rappresenta la multiforme combinazione alchemica; e il lettore, prima che giudicare, non potrà che prenderne atto e tacere rispettoso.

I due nuclei narrativi si riflettono specularmente anche sulla tessitura stilistica, che si evolve, o si involve, ma questo è a discrezione dei gusti del lettore, nel passaggio da una parte all’altra della narrazione: autodiegetica e intensamente riflessiva la prima, serrata ed espressivamente etero-mimetica la seconda, quasi a sottolineare il primato della vita e dell’azione sulla meditazione, che invece prevale nell’esordio del romanzo. Ciò vale anche per il ritmo narrativo, disteso e piacevolmente sonnecchiante nella prima parte, serrato e martellante nella seconda. La scrittura di Goliarda è aderente al tessuto narrativo e, prima che assumere forma estetica, è sostanza, è nervi, è caparbietà, è sangue e vene.

Un libro che lascia il segno, sconvolge corpo e mente e suscita emozioni, ma soprattutto un specchio riflettente, che ci interroga sul destino, se la vita che viviamo sia il prodotto di una concatenazione caotica di eventi o avvenimenti fuori di noi, in cui la nostra capacità di agire, o l’impressione che ne abbiamo, è ridotta quasi a zero, o spesso siamo proprio noi a costruircelo, pur non prendendone mai consapevolezza.

Un libro, perciò, sul destino e sulla libertà, una fuga dalle trappole esistenziali, che possono assumere le forme più svariate, tra cui quella che Modesta, a proposito della scrittura letteraria come antidoto alla vita reale, chiama topo dell’estetica.

Il lettore resta come stregato dall’indole machiavellianamente selvatica e ribelle di Modesta e un poco le vorrebbe assomigliare, ma in tal modo farebbe un torto all’autrice, al suo genio creativo e al messaggio dell’opera.

Grazie, in chiusura, a Povna, il cui consiglio di lettura mi è stato assai utile.