Boutroux e il drago

draghiSenza dubbio, se ne fossi costretto per sopravvivere, potrei anche chiudere gli occhi, turarmi il naso e aprire la bocca il tanto che basta per ingerire le pietanze cinesi, ma, potendo scegliere, preferisco a quelle, e di gran lunga, la dieta mediterranea. Non ho esperienza, né conoscenza diretta della cucina cinese, nel senso che non sono mai stato in Cina e non ho mai pranzato a casa di una famiglia media cinese(che poi dire Cina vuol dire tutto e niente, considerata la varietà geografica e culturale), né mi si dica che è sufficiente frequentare i migliori ristoranti cinesi, ubicati sul suolo italico, per farsene un’idea precisa e averne contezza. Non parliamo, poi, del pesce crudo giapponese. Tuttavia, in quelle rare occasioni, credo siano tre nella mia vita, in cui qualche stolto amico mi ha condotto in un ristorante cinese, ne sono uscito davvero disgustato. Non sono di quelli che rifiuta per principio e pregiudizi il cibo extra-italico, né in un paese straniero va alla ricerca della pasta con il ragù, anzi mi cimento negli assaggi e sperimento, ma la cucina cinese non rientra tra le mie preferite. L’avversione alla cucina cinese si inquadra inoltre in un contesto più generale di regolette valide per la mia dieta: mi piacciono i cibi semplici e ben evidenziati nel piatto, nel senso che devo vedere quello che mangio, detesto gli intrugli, gli intingoli, le salsette e le poltiglie, a meno che non siano opera di un cuoco o di una cuoca di mia conoscenza e di accertata condotta igienica. 

A non smentire la tradizione del disgusto e dello sconcerto ha contribuito la cena di ieri sera; s’è fatto vivo infatti, dopo anni, il mio amico Boutroux, che ha creduto bene organizzare una rimpatriata fra gli amici degli anni della leggerezza(sono gli anni fra il ’96 e gli Zero)in un ristorante cinese. Come un ragno paziente, Boutroux ha tessuto per un’intera settimana una ragnatela perfetta, così ci siamo ritrovati, puntuali alle 21.30, davanti a un drago fiammeggiante, che ha vomitato le peggiori pietanze. Avendo io scorto cibi dalle riconosciute fattezze nostrane, mi sono fiondato su patatine fritte e olive diciamo ascolane, ho assaggiato poi degli spaghetti di riso, che ho ingollato a sorsate di vino bianco, e una fetta di ananas a mo’ di depurazione del cavo orale.

La gaiezza della compagnia mi ha fatto digerire tutto; a parte un filo di bruciore addominale, la notte è trascorsa serena.

Per un amore mille pene, no?

Di questa mandra fortunata

Mi associo idealmente, e anche nel concreto, ma questo sarà realizzato a scuola, alle decine di piazze letterarie italiane, che oggi con un flash mob celebreranno l’anniversario del padre della lingua italiana. Avrei voluto corredare l’immagine di alcuni miei versi preferiti, ma in realtà è operazione assai difficile e soprattutto riduttiva. Ci sono, forse, versi della Comedìa che non gradisco? Proprio no. Anche i più astrusi sotto il profilo filosofico.

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Come le pecorelle escon del chiuso
a una, a due, a tre, e l’altre stanno
timidette atterrando l’occhio e ‘l muso; 81

e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,
addossandosi a lei, s’ella s’arresta,
semplici e quete, e lo ’mperché non sanno; 84

sì vid’io muovere a venir la testa
di quella mandra fortunata allotta,
pudica in faccia e ne l’andare onesta. 87

Come color dinanzi vider rotta
la luce in terra dal mio destro canto,
sì che l’ombra era da me a la grotta, 90

restaro, e trasser sé in dietro alquanto,
e tutti li altri che venieno appresso,
non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto. 93

“Sanza vostra domanda io vi confesso
che questo è corpo uman che voi vedete;
per che ’l lume del sole in terra è fesso. 96

Non vi maravigliate, ma credete
che non sanza virtù che da ciel vegna
cerchi di soverchiar questa parete”. (Purgatorio III, 79-96)

L’oracolo di Ippocrate

hpqscan0001Frequentemente accompagno mio padre, i cui acciacchi, per qualità e quantità, sono proporzionali alla sua età, all’UOC PTA Biondo, sito a Palermo in via Gaetano La Loggia. Rispetto ad altri presidi il Biondo di via La Loggia presenta una serie di vantaggi per il paziente, tra cui, prima di tutto, la professionalità di operatori sanitari e non, il rispetto dell’orario delle visite, la possibilità quindi di non stazionare sulle sedie ore e ore in attese snervanti e, non ultimo, la facilità con cui si può parcheggiare l’automobile.

Ciascuno, quindi, può dedurre quali e quanti siano i vantaggi per il paziente e l’accompagnatore. Non sto qui ad elencarli; per quanto riguarda la mia funzione di assistente/accompagnatore il vantaggio è ben presto detto: non sono costretto a chiedere al mio dirigente un intero giorno di permesso per motivi familiari, essendo sufficiente un permesso breve di due ore, le quali, agganciate a qualche ora-buca, mi permettono di volare come un’aquila da un luogo a un altro in tempi relativamente brevi, sebbene con una certa concitazione, e di potere recuperare le due ore di lezione con i miei alunni. Talvolta ne recupero più di due, perché approfittando delle regolari assenze dei colleghi, mi approprio indebitamente delle loro ore e piombo, gratis et amore dei, come un rapace nelle classi incustodite.

Egoisticamente rilevante è anche l’ubicazione del presidio: esso, infatti, insiste su un asse viario dal traffico solitamente scorrevole, che collega casa, scuola e presidio.

Ma la nota negativa al Biondo c’è: i medici scrivono a penna, rigorosamente a penna. Finora ho visitato gli ambulatori di medicina interna, ortopedia, neurologia e urologia: nessuna traccia di scrittura digitale. Le cartelle cliniche consistono in dei fogli vergati rigorosamente a inchiostro e dalle grafie bizzarre, che neanche un grafologo esperto sarebbe in grado di decifrare. Per interpretarne il contenuto, occorre, perciò, ascoltare attentamente il medico, quando scrive e parla, e affidarsi alla capacità interpretativa del proprio medico di base, cui è affidato il compito di sciogliere l’oracolo di Ippocrate.

Domande come di uno che grida nel deserto.

È così oneroso per la sanità siciliana dotare gli ambulatori dei presidi di un pc e di una stampante, in modo che le cartelle cliniche siano piane e leggibili?

È così peregrino informatizzare gli archivi dei singoli presidi, in modo tale che ciascun medico possa accedere ai dati sanitari, senza per questo dover procedere a un interrogatorio di terzo grado, inflitto al paziente, sulla storia della propria salute? So che le domande al paziente sono necessarie, ma è anche vero che nelle risposte c’è un margine di soggettività, che andrebbe supportato da dati oggettivi e scientifici.

Ecco, io che sono uno strenuo difensore del pubblico(sanità, scuola, etc…), mi dispero. 

Scritture

imagesIn questi ultimi cinque anni di insegnamento, travaglio dopo travaglio, ho rivalutato a pieno titolo la modalità classica di scrittura della scuola, ossia il tema.

Ritengo sia la forma più genuina e naturale di espressione del vissuto da parte degli alunni; naturale fino a un certo punto, nel senso che a partire dalla scuola elementare i bambini vengono avviati alla composizione, almeno così si chiamava ai miei tempi, composizione, che poi assume via via le forme del tema.

Il ritorno alle origini è stato determinato dal timore che le attuali tipologie di scrittura scolastica, cristallizzate nelle forme dell’analisi del testo e del saggio argomentativo di vario tipo, caratterizzate da certe convenzioni di struttura e di forma, non facciano emergere in modo autentico quale sia lo status naturale della scrittura personale di ciascun allievo, deformandone in una certa misura i tratti naturali. L’analisi del testo e il saggio, grazie anche ai documenti allegati, forniscono all’alunno un itinerario prestabilito da seguire e sviluppare, non sempre il ragazzo segue l’andamento naturale del suo pensiero e del suo modo di scrivere, e soprattutto della propria struttura sintattica, impara una serie di formule linguistiche che si ripetono nel corpo dell’elaborato, ma a discapito della naturalezza. Quante volte è capitato di leggere nei saggi le stesse cose, le stesse formule linguistico-espressive, le stesse riflessioni e conclusioni. Insomma penso che il tema dia al docente la possibilità di verificare come un alunno sappia realmente scrivere e come articoli il suo pensiero a prescindere dagli itinerari stabiliti e dai paletti/aiuti forniti in allegato. Almeno per il primo biennio al tema spetta un posto di rilievo.

Convintomi di ciò, ho assegnato ai primini un tema personale e devo dire che, mentre leggevo e correggevo gli elaborati, si è spalancato un universo; sebbene venticinque temi costituiscano a livello quantitativo un numero assolutamente irrisorio, tuttavia dai loro compiti si evince uno spaccato del vissuto adolescenziale degli anni duemilaquindici, nonché della società attuale. Il dato più interessante è che i ragazzini hanno parlato di sé e del loro mondo senza peli sulla lingua, sono emersi gusti personali, interessi, visione del mondo e della società, spaccato familiare e prospettive per il futuro. Pochi hanno evidenziato il loro disagio adolescenziale, limitandosi a parlare del loro aspetto fisico e della difficoltà di accettarsi soprattutto sul piano dell’immagine; altri hanno fatto riferimento alla loro situazione familiare ed economica e sinceramente mi duole molto leggere che ci sono famiglie che sopravvivono con lavori saltuari e, nonostante ciò, hanno comunque investito nella formazione, sottoponendosi a immani sacrifici pur di consentire ai figli di frequentare un liceo. Di questi, perciò, la motivazione è fondamentalmente socio-economica, che si ancora alla possibilità, o all’illusione, di poter migliorare sul piano sociale ed economico attraverso un diploma e il conseguimento di una laurea. Questi ragazzi hanno così professato nel tema di volersi impegnare con tutte le forze per superare le inevitabili difficoltà del passaggio dalla scuola media alla superiore, scommettendo su se stessi. Molti praticano un’attività sportiva, danza, fanno parte di associazioni culturali e ricreative, attività, scrivono, che hanno dovuto ridimensionare per avere la possibilità di eseguire i compiti che, a detta loro, sono troppi. Due temi, in particolare, mi hanno colpito: uno si è presentato in maniera bizzarra, ricorrendo ad una lunghissima metafora, ben articolata in tutto il corpo del testo; un altro per i suoi molteplici interessi, che spaziano dai rompicapi di logica alla fisica, dal disegno alla musica, nel senso che si dedica al suono di un nobilissimo strumento musicale e sogna un giorno di dirigere un’orchestra.

Sotto il profilo sintattico pochi gli strafalcioni, nulli quelli ortografici, in generale ho notato testi coesi e coerenti, leggibili e fruibili, quindi il lavoro, credo, sarà semplificato, perché comunque la base di scrittura è più che sufficiente. Sono stupito, infine, perché in un mese di scuola avevo capito pochissimo dei nuovi alunni, sono state sufficienti, invece, due ore di scrittura per consentirmi di farmi un quadro abbastanza completo di tutti i ragazzi e sono quindi molto soddisfatto.

Straziarsi, saziarsi

Se di corsi d’aggiornamento devo straziarmi, anche secondo il vento della buonascuola, di quelli buoni, almeno secondo i miei gusti, devo saziarmi. Non avendo la benché minima intenzione di frequentarne alcuno sulle tecniche di addomesticamento degli alunni dai molteplici disturbi ts1262v3-35d’apprendimento/socializzazione e dintorni, sulle tecniche chirurgiche di intervento sui cervelli wozzappati, defilippizzati e internettizzati, sui dosaggi metro-docimologici delle verifiche e sulle opportunità della 107, ho deciso di assecondare i miei interessi letterari e, in seconda battuta, storici. Così, guidato dai consigli della collega Amazzone, che, anche quando si tratta di scovare bei corsi, ha due poponi sotto, mi sono inerpicato, già da oggi pomeriggio, sui sentieri che conducono alle grotte preistoriche del Paleosuperiore, gustandomi bovidi, cervidi ed equidi, sia incisi che rappresentati, mani in negativo e positivo, omini stilizzati e, talvolta, anche ben torniti, scene religiose a metà tra cannibalismo, godimenti orgiastici(?)e non ben precisati riti. Ho apprezzato moltissimo la relatrice, una bovide plurititolata che, rimasta incollata per due ore sulla poltrona, apriva gli occhi soltanto per puntare con il mouse le sezioni dei quadretti in power point da analizzare, mentre durante la relazione li teneva chiusi; voce squillante, ma non squittente, competenza linguistica(non una parola in lingua straniera), quella giusta dose di facoltà affabulatrice, ma priva di derive fantasiose nell’interpretazione delle scene artistiche, professione di illuminismo metodologico in connubio con un forte impianto filologico han permesso di farmi scivolare via la stanchezza, che accompagna la concentrazione pomeridiana. Mi sento pieno stasera. E molto di quello che ho imparato sarà riversato a scuola. Altri succulenti incontri sono in cantiere. Stendo, invece, un velo pietoso sui colleghi(e) presenti in sala: domande inopportune e fastidiose(di quelle che, nelle intenzioni dei sapientoni, avrebbero dovuto mettere in difficoltà la bovide, che s’è difesa benissimo), sfoggio di abiti da gala e acconciature festaiole da parte delle professoresse, vent’anni di retro, cent’anni di fronte,  rumores da chiacchiere e da cellulari di varia fattura. In aggiunta alla lezione, perciò, un po’ di divertimento.