Armòzo

scansione0021Arranco non poco ad aggiornare il blog, anche se è tale la quantità delle cose, pensate e accadute, che occorrerebbe un post al giorno. Arranco anche perché ho poca voglia di scrivere e questo mi addolora; alla parola preferisco il silenzio. Però decido di scrivere ugualmente, di parolare.

E a proposito di parole il posto d’onore spetta al parolamento di cui parla Vecchioni ne Il mercante di luce, ultima tra le letture di questi giorni. Più volte ho tentato di comportarmi da fedifrago, rompendo il patto narrativo. Ah, se mi sentissero i primini! Non l’ho rotto, ma ne sono stato tentato. A voler essere cinico, e quindi rompo il patto, l’argomento del libro, un padre che redime il figlio dalla malattia attraverso una ri-narrazione del mondo attraverso la cultura classica greca, nel caso probabile che uno permanentemente infermo e destinato alla morte non perda la motivazione a vivere(ah quante ne sentiamo storie così, storie che i figli si salvano attraverso la poesia, i media ne sono pieni!), e, a sua volta, un figlio che attraverso la propria malattia, progressivamente distruttiva, consola il padre dell’esser nato e dell’essere professore di greco, mi ha fatto venire l’orticaria, e non perché io non creda nel valore salvifico della letteratura e della poesia, ma perché si tratta di un percorso, di vita e di formazione, dal valore eminentemente soggettivo, che è infrequente si avvii a scuola, figurarsi nella fattispecie della relazione padre-figlio, minacciata dall’incombere della morte. Se si vuole, invece, restare fedeli al patto narrativo, l’inverosomiglianza della storia trova la sua assoluzione nella possibilità di leggerla come metafora di un ulteriore tentativo da parte dei nostri padri classici di lanciarci un, spero non ultimo, sos di salvezza della tradizione antica, minacciata da una progressiva infermità della società attuale, il cui vulnus consisterebbe nell’astenia del processo di semantizzazione della vita o, con parole più semplici, nell’incapacità di trovarle e darle un significato. Di condivisibile c’è che anche il padre-protagonista è impegnato nella stessa ri-semantizzazione della vita, anche lui è in bilico tra la vita e la morte, poiché quello in cui ha creduto per tutta la vita, l’amore per la letteratura greca, è parimenti minacciato dall’arrivismo accademico e dalla mercificazione culturale. Minaccia dell’estinzione fisica e inaridimento culturale corrono insieme lungo tutto il romanzo, qua e là squarciato dalla luce dei padri/figli antichi, ma la verbosità ossessiva della lingua di Vecchioni talvolta avvolge il lettore in una nebbia fittissima di spaesamento sospeso.

 

5 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. 'povna
    Nov 22, 2015 @ 08:50:58

    A metà tra un consiglio e uno sconsiglio, mi par di capire…

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  2. melchisedec
    Nov 22, 2015 @ 12:12:16

    @Povna, il libro di Vecchioni è per lettori adulti, che hanno solcato certi mari, altrimenti è “arabo”. Io stoltamente ho sacrificato i miei di prima. Sigh!
    E’utile che lo leggano gli insegnanti, fa bene.

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  3. roceresale
    Dic 01, 2015 @ 15:41:55

    Pensa che Vecchioni è così anche quando canta (io però in musica lo amo, son di parte). Questo libro non è stato tra le mie letture. Mi capitò invece di leggere e assegnare al biennio, molto tempo fa, ‘le parole non le portano le cicogne”

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  4. melchisedec
    Dic 01, 2015 @ 19:22:09

    @Roce, per noi il suo libro va bene, per i ragazzini non ne sono certo.

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  5. Trackback: Armozo 2 | Il fromboliere entusiasta

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