Omaggio ad Harper Lee

03-harper-lee-2.w750.h560.2xNel sud Alabama non ci sono stagioni ben definite; l’estate
sfuma nell’autunno, e talvolta all’autunno non segue mai l’inverno.
Quell’autunno fu lungo, con appena quel po’ di freddo
che giustificava un soprabito leggero. Jem ed io stavamo facendo
la solita spola in un tiepido pomeriggio d’ottobre, quando il
cavo dell’albero ci fece fermare di nuovo. Dentro, c’era qualcosa di bianco.
Ne tirai fuori due figurine modellate col sapone. Erano le
miniature quasi perfette di due bambini, un maschio e una femmina.
Il ragazzo portava i calzoni corti, e un ciuffo di capelli di sapone gli
ricadeva sugli occhi. La bambolina aveva la frangetta. Prima di ricordare
che il cosiddetto malocchio non esisteva, diedi un grido d’orrore.
Jem me la strappò di mano. – Che ti prende? Sono belle! Siamo noi due! –
– Chi le ha fatte, lo sai? –
– Qui intorno non conosciamo nessuno che sappia intagliare – rispose.
La settimana dopo, il cavo dell’albero conteneva una medaglia
arrugginita. Jem la mostrò ad Atticus, il quale disse che
era una medaglia premio, e che prima che nascessimo noi le
distribuivano nelle scuole della contea di Maycomb. Ci spiegò
che qualcuno doveva averla perduta, e che dovevamo informarci in giro.
Jem domandò ad Atticus se ricordasse nessunoche ne aveva vinta una, ma Atticus rispose di no.
Il nostro bottino più importante comparve quattro giorni
dopo. Era un orologio da taschino, che non camminava, attaccato a
una catena insieme a un temperino col manico d’alluminio.
– Credi che sia oro bianco, Jem? –
– Non so. Forse, riesco ad aggiustare l’orologio. –
Quella sera Jem fece un lavoro discreto, dimenticando fuori
solo una molla e due minuscoli pezzi, ma l’orologio non voleva
saperne di mettersi ad andare. – Ah, – sospirò Jem – non funzionerà mai.
Scout, pensi che dovremmo scrivere una lettera a chi ci fa trovare
queste cose? –
– Sarebbe davvero carino, Jem. Potremmo ringraziarli… che ti piglia? –
Jem stava scotendo il capo con vigore. – Io non ci arrivo, Scout… –
Lanciò uno sguardo verso il soggiorno. – Ho una
mezza idea di dirlo ad Atticus… ma no, è meglio di no. Scout? –
Tutta la sera era stato sul punto di confidarmi qualcosa;
il viso gli si illuminava, lui si protendeva verso di me, ma poi
cambiava idea. La cambiò di nuovo. – Oh, nulla. –
– Scriviamo la lettera. – Gli porsi un blocco e una matita.
– Benissimo. Caro Signore, Le siamo molto grati per il… no,
le siamo molto grati per tutto quello che ci ha messo nell’albero.
Molto cordialmente, suo Jem Finch. – Sotto firmai anch’io: Jean Louise Finch
(Scout), e Jem infilò il biglietto in una busta.
La mattina dopo, andando a scuola, Jem corse avanti e si fermò
all’albero. – Scout! –
Lo raggiunsi di volata. Era diventato pallido.
Qualcuno aveva turato il buco con del cemento.
– Su, non piangere, Scout… su, non piangere… – mi sussurrò Jem per tutta la strada fino a scuola.
Quando tornammo a casa per colazione, Jem buttò giù in
fretta il cibo, corse nel portico e si fermò sugli scalini. Lo seguii.
Poco dopo, la sua attesa fu ricompensata.
– Buon giorno, signor Nathan – disse.
– ‘sera, Jem, Scout – rispose, passando, il signor Radley.
– Signor Radley – lo chiamò Jem. Il signor Radley si voltò.
– Signor Radley, ehm… è stato lei a mettere del cemento nel
buco di quell’albero laggiù? –
– Sì. L’ho otturato io. L’albero sta morendo. quando si ammalano,
bisogna tapparli col cemento. Dovresti saperlo, Jem. –
Jem non aggiunse altro. Quando passammo davanti al nostro
albero, fece una carezza cogitabonda sul cemento, e restò immerso
nei suoi pensieri.
(Harper Lee, “To kill a mockingbird” 1960)

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