“Un’ orchestra di ubriachi”

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Un’ala della cittadella per matti con un campo di calcio

Ancora una volta, per questioni burocratiche, tanto per inaugurare il termine delle vacanze, sono andato all’ex manicomio di Palermo, oggi convertito in polo sanitario, ma stavolta è stato diverso dalle altre, perché, parcheggiata l’automobile, ho percorso a piedi i viali alberati alla ricerca del padiglione giusto. Non è stato semplice individuarlo a primo colpo, sia perché scarseggiano i cartelli indicatori, sia perché il verde lussureggiante di alberi, cespugli e arbusti di edera nascondono al visitatore i cancelli dei vari ingressi; dapprima, dimenticando di non trovarmi nella città ideale e assecondando il mio fare raziocinante, ho tentato di scovare il padiglione da me, poi ho desistito e ho chiesto informazioni al portiere, le cui dritte, pur corrette, non poco mi hanno fatto indugiare davanti all’ingresso del padiglione misterioso, completamente immerso nel verde, che ne ha quasi cancellato l’impronta umana.

Che silenzio!

Le porte degli uffici serrate, neanche un alito di vita umana, il lucore del mattino letteralmente esploso in un gioco di riflessi tra l’uscio e le finestre. Anziché concentrarmi sulla ricerca della stanza mi sono abbandonato ai ricordi dei racconti non troppo fantasiosi di chi ha lavorato, a vario titolo, al manicomio negli anni in cui era ancora attivo e mi sono figurato che in quegli spazi, oggi redenti, si consumarono drammi personali e storie di vite intere inghiottite dalla voragine della dura legge dei trattamenti sanitari e dei provvedimenti coercitivi. Da otre di urli a oasi di silenzio, dove voci, tecnicamente cortesi, dispensano consigli e appongono firme. Piccoli reami di potere burocratico concentrati in stanze smisuratamente estese, dove nessuna riforma ha garantito finora una riabilitazione delle menti dei normali.

Scatti pasqualini ’16

Arrivo in ritardo con l’annuale carrellata di foto pasquali; ecco qualche scatto!

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Sepolcro

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Sepolcro a croce

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Il patriarca

Quest’anno, a causa della Pasqua che cade bassa, i festeggiamenti di san Giuseppe si sono svolti un po’in sordina; ad esacerbare gli animi dei tradizionalisti e delle devotissime(già adirati perché l’antica statua del Santo patriarca, minuta, ma pregevole di fattura, è stata sostituita con un’altra, nuova di zecca e gigantesca)ci ha pensato l’arciprete, che ha anticipato di un giorno la festa. Fulmini e tempesta! Quasi un sacrilegio, uno sminuire il patriarca. Pur devoti, molti sono ignoranti di liturgia cristiana e non sanno che esiste pure una gerarchia nella scelta delle feste da celebrare, così sono venute a coincidere la festa di san Giuseppe e la vigilia della Domenica delle palme, o meglio si sarebbero accavallate se l’arciprete non avesse provveduto a tempo.

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Non così è andata in altri centri; posto qui le foto che ritraggono gli altari di san Giuseppe, interamente fatti di pane e ornati di foglie di lauro e agrumi.

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Ferro e carne

Qualche mattina fa sono andato al teatro con una mia classe; abbiamo assistito ad uno spettacolo indefinibile, una specie di miscellanea di generi artistici(danza contemporanea in primis, e poi mimo, cinema, narrazione, metateatro), la cui struttura proteiforme richiamava, specularmente, il contenuto(la mescolanza felice, e l’intersecazione, tra diverse culture e popoli nella Sicilia medioevale confrontata, grazie agli interventi di un narratore eterodiegetico, con la povertà culturale innescata dall’arrivismo politico attuale).

Durante la performance non mi è sfuggito di osservare tra i ragazzi qualche faccia perplessa, perciò, nei giorni successivi, laddove mi è stato possibile, ho ripreso in due classi il tema dello spettacolo teatrale, avviando un dibattito; mediamente ipocriti, ma anche per timidezza o disinteresse, i più si sono limitati ad esprimere dei pareri neutri, grigi, al limite della compiacenza nei miei confronti. Soltanto uno ha avuto il coraggio di spiattellarmi la sua verità e ha espresso un giudizio negativo; l’ho pertanto lodato per la sincerità e da quest’esplosione di autenticità s’è dipanato poi il filo della ricostruzione a posteriori del senso di quanto visto a teatro.

Di contro si sono dimostrati iperbolicamente attivi per quanto riguarda l’organizzazione: dovendo raggiungere un teatro posto agli antipodi della scuola, abbiamo scelto come mezzo il treno, che ci ha scaricati a pochi metri dalla sala; il bus, invece, avrebbe comportato un saliscendi dispendioso di tempo. Il giorno prima, i rappresentanti di classe hanno acquistato i biglietti di andata e ritorno per tutti i compagni, mi hanno consegnato le autorizzazioni dei genitori e le quote. In treno ci siamo sparpagliati qua e là, non potendo stare tutti compressi nello stesso vagone, ma talvolta, durante la marcia, qualche collo si allungava verso il corridoio per verificare dove mi trovassi o se avessi cambiato posto. 

Al ritorno eravamo, invece, tutti più  liberi, così mi sono fiondato nel mio passatempo preferito, quando il treno sferraglia: osservare, da dentro, fuori. Il movimento, mentre tutto, apparentemente, è fermo. Io che da fermo mi muovo. Nessun particolare paesaggistico di rilievo, se non i binari che corrono paralleli e s’intersecano, per poi allontanarsi e toccarsi nuovamente. Vite di ferro su cui scorrono vite di carne.

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Incidenti del mestiere

minosIeri mattina, pur volando frettolosamente da un’aula all’altra, perché a scuola anche i minuti del cambio di guardia sono preziosi, non mi è sfuggito che gli occhi della madre di un virgulto, assai spesso assente per malattia, rovistavano nei miei occhi alla ricerca di una risposta di assenso per un colloquio velocissimo. La donna si è avvicinata e, scusandosi per essere venuta in un momento inopportuno e fuori dalle regole, mi ha chiesto notizie sull’andamento del figlio. Dapprima ho risposto burbero e rozzo, poi ha prevalso la mia educazione e, come anima di fronte a Minosse, le ho confessato tutto lestamente. 

Stamani, al termine delle lezioni, un virgulto della medesima classe si frappone tra l’aula e il corridoio, mi blocca per parlarmi e, con tono ironico adolescenziale, asserisce, giustamente, che ieri sì ho parlato con la sua mamma, ma credendo di parlare con la madre di un altro suo compagno.

Insomma ho scambiato le mamme e, conseguentemente, i figli.

E quindi vi lascio immaginare il resto: voti, condotta, atteggiamento medio scolastico.

Non mi è rimasto che chiedere scusa, per interposto figlio, alla madre.

Penso che sia stato un incidente del mestiere, ma la prossima volta, non fidandomi più della mia memoria, non ometterò di chiedere all’interlocutore chi sia e per conto di chi sia venuto.

Ecco perché la signora madre si pietrificava progressivamente ad ogni parola da me proferita! Ma non avrebbe potuto controbattere, soprattutto quando ho indugiato su certi particolari del tutto estranei al figlio? 

Mistero.