Ferro e carne

Qualche mattina fa sono andato al teatro con una mia classe; abbiamo assistito ad uno spettacolo indefinibile, una specie di miscellanea di generi artistici(danza contemporanea in primis, e poi mimo, cinema, narrazione, metateatro), la cui struttura proteiforme richiamava, specularmente, il contenuto(la mescolanza felice, e l’intersecazione, tra diverse culture e popoli nella Sicilia medioevale confrontata, grazie agli interventi di un narratore eterodiegetico, con la povertà culturale innescata dall’arrivismo politico attuale).

Durante la performance non mi è sfuggito di osservare tra i ragazzi qualche faccia perplessa, perciò, nei giorni successivi, laddove mi è stato possibile, ho ripreso in due classi il tema dello spettacolo teatrale, avviando un dibattito; mediamente ipocriti, ma anche per timidezza o disinteresse, i più si sono limitati ad esprimere dei pareri neutri, grigi, al limite della compiacenza nei miei confronti. Soltanto uno ha avuto il coraggio di spiattellarmi la sua verità e ha espresso un giudizio negativo; l’ho pertanto lodato per la sincerità e da quest’esplosione di autenticità s’è dipanato poi il filo della ricostruzione a posteriori del senso di quanto visto a teatro.

Di contro si sono dimostrati iperbolicamente attivi per quanto riguarda l’organizzazione: dovendo raggiungere un teatro posto agli antipodi della scuola, abbiamo scelto come mezzo il treno, che ci ha scaricati a pochi metri dalla sala; il bus, invece, avrebbe comportato un saliscendi dispendioso di tempo. Il giorno prima, i rappresentanti di classe hanno acquistato i biglietti di andata e ritorno per tutti i compagni, mi hanno consegnato le autorizzazioni dei genitori e le quote. In treno ci siamo sparpagliati qua e là, non potendo stare tutti compressi nello stesso vagone, ma talvolta, durante la marcia, qualche collo si allungava verso il corridoio per verificare dove mi trovassi o se avessi cambiato posto. 

Al ritorno eravamo, invece, tutti più  liberi, così mi sono fiondato nel mio passatempo preferito, quando il treno sferraglia: osservare, da dentro, fuori. Il movimento, mentre tutto, apparentemente, è fermo. Io che da fermo mi muovo. Nessun particolare paesaggistico di rilievo, se non i binari che corrono paralleli e s’intersecano, per poi allontanarsi e toccarsi nuovamente. Vite di ferro su cui scorrono vite di carne.

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