La borsa di una vita

Ed ecco, a mio parere, il testo poetico per eccellenza del Festival di Sanremo ’16; credo che resterà negli annali della musica italiana. La canzone si snoda attraverso la potente metafora della borsa come summa del vissuto della donna. Il taglio è intimista e probabilmente non rende palesi le ragioni socio-economiche dell’impegno attuale delle donne, ma il testo mi pare comunque un buon tributo alla ricorrenza di oggi.

La borsa di una donna pesa come se ci fosse la sua vita dentro
Tra un libro che non vuole mai finire ed altri trucchi per fermare il tempo
C’è la sua foto di un anno fa che ha messo via perché non si piaceva
Ma a riguardarla adesso si accorge che era bella ma non lo capiva
La borsa di una donna riconosce le sue mani e solo lei può entrare
Nascosto in una tasca c’è quel viaggio che è una vita che vorrebbe fare
Milioni di scontrini, l’inutile anestetico del suo dolore
E stupidi sensi di colpa per quel desiderio di piacere
E se ci trovasse quei giorni
Di carezze fra i capelli
Lei per due minuti soli
Pagherebbe mille anni
Anni spesi per ritrovare
Le cose che qualcuno è riuscito a smarrire
La voglia di sorridere, di perdonare
La debolezza di essere ancora
Come la vogliono gli altri
La borsa di una donna non si intona quasi mai con quel che sta vivendo
Nasconde il suo telefono gelosa di qualcuno che la sta chiamando
Vicino alle sue chiavi la solita ossessione di scordarle ancora
E in quel disordine apparente la paura di restare sola
La borsa di una donna che può rivelare i suoi segreti in un momento
E forse nella tua distrattamente la sua vita c’è rimasta dentro
Tu che pensavi che ci fosse rimasto un po’ di spazio per un altro amore
Invece nella borsa di una donna non c’è posto per dimenticare, dimenticare…
E vai dove ti porta il cuore, si…
Un ritaglio dentro la patente
Ci sei stata mille volte ma
Non ci hai mai trovato niente
Niente che ti aiuti a capire
Il senso di una sera che non sa meravigliare
Il senso del tuo ricordare e progettare
Scordandoti di vivere adesso
Adesso che si alza un vento che spazza le nuvole
E che si porta via gli inverni
La polvere, i dubbi e i miracoli
Aspettati mille anni
Anni spesi per ritrovare
Le cose che qualcuno è riuscito a smarrire
La voglia di sorridere, di perdonare
La debolezza di essere ancora
Come ti vogliono gli altri
La borsa di una donna pesa come se ci fosse la mia vita dentro

(M. Adam – A. Iammarino – M. Masini – M. Adami – A. Iammarino)

E vassoio fu

In questo post erano in fieri, ora le pecorelle sono state interamente realizzate.

Il vassoio di Marianeve ha trionfato. 

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Meditatio tra il verde marzolino

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Il silenzio del verde

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RADICI

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Abbarbicarsi

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Prove di sole

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Slancio finale

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Il mirto divino

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La vecchiezza attiva

Nuvole

Da anni non acquisto dei cd di musica leggera, ma la scorsa settimana, suggestionato da qualche segmento musicale sanremese e da qualche recensione, ho fatto il colpo di testa e, insieme ad alcuni libri, ho preso anche due cd freschi di incisione, Cuore d’artista di Noemi ed Eccomi di Patty Pravo; com’è mia abitudine, nel percorso casa-scuola e viceversa, mi sparo in macchina, a turno, i due album. È l’unico momento possibile, tra l’altro, per ascoltare un po’ di musica rilassandomi. Del prodotto di Noemi, se mi andrà, parlerò in un altro post, anche perché meritano attenzione sia i testi che la musica, mentre mi soffermo oggi su una canzone contenuta nel disco di Patty Pravo, Nuvole, di cui è autore un certo, per me illustre sconosciuto,  Giangi Skip; purtroppo la versione cantata dalla Strambelli non è disponibile, mentre chi vuole può sciropparsi quella dell’autore.

Ehi
guarda sono solo immagini
sono solo fantasie
che restano indelebili
Guardami
adesso mentre vado via
e poi sorridimi
come quella notte a casa tua
Guardalo
non viverlo come un ostacolo
è solo un attimo
lo so sembra un secolo
perché io son fragile, debole, instabile, sempre un po’ vulnerabile
e poi prendimi, stringimi, abbracciami e ti prego stavolta non lasciarmi andare
sono solo le nuvole
con qualche goccia che
assomiglia alle lacrime
e perché io son fragile, debole, instabile, sempre un po’ vulnerabile
e poi prendimi, stringimi, abbracciami e ti prego stavolta non lasciarmi andare
sono solo le nuvole
con qualche goccia che
assomiglia alle lacrime
sono solo le nuvole
e perché io son fragile
debole
instabile
e poi prendimi, stringimi, abbracciami e ti prego stavolta non lasciarmi andare
e sono solo
paure
è come il sole
che di notte scompare

Le sonorità, gli accordi, l’arrangiamento ricordano un po’ quelli degli anni ’80; dopo averla ascoltata più volte, avrei scelto come interprete la Loretta Goggi degli anni ’80. Mi pare che la canzone le si attagli perfettamente per tipologia di voce. Comunque sia, Nuvole mi piace molto, in modo particolare per l’analogia tra l’ evanescenza, l’instabilità e la vulnerabilità delle nuvole e le sensazioni provate dall’io lirico, mentre si congeda, ma forse non vorrebbe, da chi ama; inoltre l’analogia insiste pure sulla dimensione liquida del tempo, nella fattispecie del momento del distacco. Le nuvole, vulnerabili e fragili, diverranno anche lacrime, ma si riformeranno in un ciclo che si ripete sempre uguale, eppure multiforme e cangiante. 

L’evanescenza del transeunte e il ritorno camaleontico dell’uguale.