Lavorare in pace

scansione0006In riva al Naviglio, in una vecchia casa che ha ancora un cortile con gli affreschi e con le lampade votive, c’è un artigiano – uno degli ultimi – che lavora davanti al fuoco.
Si chiama Enrico Pressanti, ha 54 anni, ha cominciato a lavorare quando ne aveva nove. Col figlio e con un nipote manda avanti una fonderia con «terra di Francia », che i tempi vorrebbero ormai superata, dato che quasi tutti lavorano «a cera persa I ». Lo intervistiamo:
– Signor Pressanti, lei si sente un sopravvissuto?
– Che brutta parola! No, non sono nemmeno l’unico; a Milano saremo quattro.
Certo, una volta eravamo circa venticinque. Ma sono contento anche così.
Rispetto a mio padre che vendeva la trippa, ho fatto un progresso: lavorando come un pazzo, è vero, non contando le ore. Sono arrivato a quattordici ore di lavoro al giorno. Ma glielo ripeto: sono contento.
– Di che cosa, in particolare, è contento?
– Di fare begli oggetti. Farli, mi capisca, con le mie mani; e sapere che questi oggetti vanno nel mondo, e sono molto apprezzati.
– A quali oggetti si riferisce?
– Lampade, angeli, vasi, cavalli. Il nostro lavoro è molto vario; tutto dipende dalle ordinazioni. Non rifiutiamo nulla. I clienti sono molti, non ci fermiamo mai.
* * *
– Come ha cominciato?
– Nel lavoro di mio padre non c’era posto per due; così, dopo la terza elementare, sono andato a bottega da un fonditore, sempre qui, nel mio quartiere. Quel tipo là
era un mostro: sapeva fare di tutto e mi insegnava tutto.
“‘Lavoravamo l’oro, l’argento, il bronzo, l’ottone. Era un piacere lavorare con quell’uomo. Me ne sono andato dopo la guerra, quando avevo già un figlio e volevo tentare di fare qualcosa per conto mio.
– C’è riuscito, sembra!
– È stata dura. Nessuno mi ha dato una mano, nemmeno le banche. Ho alzato un muro di mattoni qui in cortile e ho cominciato a lavorare. Certe volte dicono che è bello essere padroni. lo la differenza non l’ho notata, perché anche oggi mi alzo alle sei e lascio la bottega quando è buio, fra le otto e le nove. Per fortuna ho la salute.
– Come si svolge il suo lavoro?
– Si svolge in questo buco davanti a queste lingue di fuoco. In luglio e in agosto, la temperatura della mia bottega supera i cinquanta gradi. Si buttano litri di sudore, ci vuole pazienza.
La soddisfazione di realizzare una bella maniglia ornata o, che so, il particolare di un letto di ottone, ci ripaga di tanta fatica. È un lavoro bello. Mi piace. La fatica diventa sopportabile proprio perché c’è la passione.
– Disegna da solo i suoi modelli?
– No; li ricevo già pronti, ma è il mio lavoro; la fusione dà una faccia definitiva ad ogni oggetto.
– Si guadagna?
– Sì, il guadagno è buono. C’è però un inconveniente; non riusciamo mai a trovare personale. I giovani non vogliono fare questo mestiere.
* * *
– Perché?
– Perché si sporcano le mani.
– Solo per questo?
– Guardi, io ho fatto la terza elementare e non so diretutte quelle bambinate che si sentono  alla TV. Se vuole parlare con mio figlio ….
– Volentieri.
– Sì, è vero che si sporcano le mani come dice mio padre; ma c’è anche un altro motivo. Nella società di oggi il fonditore e, in generale, l’artigiano, non contano niente. Uno che ha un bar, un negozio, un ristorante, viene considerato importante. Sarà. Ma sono più libero io con le mani sporche che loro, piegati in due, davanti ai clienti. Le dico di più: è meglio lavorare in bottega che avere una laurea e restare a spasso.
– Ci sarebbero posti di lavoro per i giovani?
– Diciamo che li potremmo offrire; ma nessuno li richiede; anzi quando noi li cerchiamo non li troviamo. Troppo faticoso, dicono. E così molte fonderie, pur piene di lavoro, sono costrette a ritardare di mesi le consegne, ed altre sono addirittura vicine alla chiusura.
– Ha l’impressione che il vostro mondo stia per finire?
– Credo di sì. L’arrivo della plastica, che è brutta e fa male, ha rivoluzionato tutto. La nostra fine è la fine del buon gusto.
– Qual è il vostro più grande desiderio?
– Lavorare in pace.
I. Mor
(Da: Il giornale nuovo», 14 agosto 1980)

4 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. ornella
    Mag 01, 2016 @ 10:33:32

    Splendida pagina. E sono passati trentasei anni, ma “lavorare in pace” è sempre valido, come desiderio e come augurio. Buon primo maggio a tutti.

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  2. 76sanfermo
    Mag 01, 2016 @ 11:37:13

    Queste belle interviste e considerazioni , insegnano molto…
    Bisognerebbe farne dei cartelli stradali!

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  3. 'povna
    Mag 02, 2016 @ 07:54:25

    Che bello. Mi fa impressione leggere retrospettivamente qualcosa che occupava un pezzo di città a poca distanza da me, quando vivevo lì!

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  4. melchisedec
    Mag 03, 2016 @ 21:19:31

    @Il più grande desiderio, Ornella.

    @Essì, 76SF.

    @Almeno tu li conosci, Povna, io mi accontento di ciò che leggo sui navigli. Almeno per ora.

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