Risplendere nel firmamento

scansione0004Ormai si corre verso il primo settembre, giorno di collegio e di inizio ufficiale dell’anno scolastico e il mio pensiero, parallelamente, vola al tiro alla fune, che si disputa in questi giorni circa l’opportunità di far svolgere le Olimpiadi del 2024 nella capitale. La prima cittadina, da quanto si legge, opporrebbe un deciso no alle storiche gare, ritenendo che Roma necessiti di interventi strutturali ben più duraturi di quelli che può lasciare in eredità la macchina sportiva, una volta conclusi i giochi. Rinunciare alla candidatura, invece, apparirebbe ai caldeggiatori vari uno spreco di opportunità economiche, sociali e culturali per Roma e per l’Italia tutta. In una macrovisione delle cose dire no alle Olimpiadi a Roma è indubbiamente un colpo alla ulteriore perdita di prestigio della Capitale, ma ad uno sguardo microchirurgico non si può affermare che la Raggi abbia torto. Ora non è mia intenzione qui scoperchiare la pentola degli odi intestini e faziosi, che straziano le onorevoli forze politiche nostrane, né schierarmi su uno dei due fronti, giochi sì, giochi no, ma mi preme evidenziare che è vizio degli itali petti infiammarsi ed entusiasmarsi per le grandi opere, accompagnate da prestigio, onore,  fama e money, e far languire, cadere e decadere il quotidiano ordinario ed essenziale per la vita dei cittadini(le buche mortali sull’asfalto, il traffico, la spazzatura intorno a cui saltellano i ratti, i mezzi di trasporto, i furti di rame dalle linee elettriche, l’inquinamento cittadino…). Nel contesto di una visione generale conformistica il no della Raggi è come se fosse pronunciato da una schizofrenica. Tutti, o quasi, dimenticano per poco tempo le buche, i disservizi, la sporcizia, l’invivibilità e si conformano alla filosofia del “così va il mondo”. 

Parallelamente a scuola, ma con maglie conformistiche ancora più strette, si verifica la medesima messa in scena sin dal collegio del primo settembre. Almeno a Roma si discute, si polemizza, ci si scontra, con scarse possibilità che trionfi una microvisione dei problemi della Città.

A scuola, invece, no. Neanche si fa in tempo a salutarsi, ad augurarsi un buon anno scolastico, a organizzare l’ordinario e il quotidiano dei primi giorni, ché già qualcuno squaderna al pubblico, fresco di sole e di mare, faraonici progetti di rete, stratosferiche organizzazioni concorsuali, brillanti partecipazioni, intra ed extra italiche, ad indagini di studio, adesione incondizionata a protocolli di mirabilia, che faranno risplendere nel firmamento delle scuole la propria Scuola. Pochi giorni dopo l’inizio delle lezioni, si riprenderà atto dello sfacelo inveterato: l’ascensore non funziona, le crepe sui muri continuano a crepeggiare, manca la carta, il toner, i soffitti piovono pioggia o liquidi corporei, la connessione è lenta, la connessione c’è, ma è ugualmente lenta, i bagni olezzano di urina e fumo, le circolari sono state scritte con sintassi involuta e presentano frasi oscure con ampi margini di ambiguità e di interpretazione…e così fino alla conclusione.

Ecco, è tutto, o quasi: almeno ci sono loro, gli alunni, altrimenti saremmo proprio persi. 

Disperati in servizio

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Estremamente a margine, quasi sommessamente(e per rispetto delle vittime del terremoto e per gli incolumi scampati ai sussulti della terra)si chiede, chi conserva ancora un’idea vaga di cosa significhi rispetto umano, come sia possibile che i responsabili dei centralini delle chiamate d’emergenza(118, 113, 115, etc.) forniscano alle testate giornalistiche le registrazioni delle voci disperate dei tanti disperati, che solo per un caso fortuito sono riusciti a chiamare gli aiuti per mezzo del telefono probabilmente poco prima di sparire sotto i cumuli di macerie, polvere e buio.

Proprio con queste voci disperate ha esordito il primo servizio di uno dei telegiornali del biscione. E non credo sarà l’ultimo.

Nessuna pietà. Tutto fa brodo.

Campagna d’agosto

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Mammelle smunte di  fichi d’India, come di giovani puerpere ritte alla luce greve delle nuvole sulla luna, mostrano i loro capezzoli di fiori nella frescura della notte. Sono le ultime infiorescenze prima della maturazione dei frutti, carne succulenta dove si coagula quell’umido che a fatica hanno sorseggiato  nell’impietà dell’arsura estiva. Se ne berrà qualche goccia nell’attesa che le albe seguitino a imbiancare il cielo, mentre i gatti si avventurano nella notte in cerca di avventure o di prede. Le stelle, distratte e frettolose, fanno verzicare di fantasie il cuore, mentre si stenta a rampicarsi sulle nuvole di catrame impastate di vita. Lontani, splendono di luce finta i presepi della campagna opaca.

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La ricerca di piatti genuini, forse, acuisce la parola e rende meno superficiali le papille gustative, rese povere dall’avere addentato falsi bocconi di terra. Incorporare natura e terra per toccare e accarezzare il mondo.

Tra i rami di un fico

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I giardini riservano sorprese anche ad agosto: una tela di seta in equilibrio tra i rami di un fico.

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Ecco il ragno, mentre tenta di fuggire al riparo!

Clemente, ma non troppo

28862101306_291f1a57d9_nNella scena di quest’estate 2016, tanto clemente nelle temperature medie che, almeno nella collina siciliana, di notte non dispiace il lenzuolo e di giorno raramente si accende il condizionatore, ha fatto la sua comparsa la grande rimossa, giusto per ricordarci di quanto nulla siamo fatti.

Dopo una lunghissima malattia e indicibili sofferenze, che le hanno martoriato il corpo e l’anima, è morta una delle mie cugine-sorelle-tate; in parte se l’è voluta lei, avendo rifiutato, circa sei anni fa, di candidarsi ad un trapianto, che le avrebbe consentito di vivere meglio e più a lungo. A rendere ancora più triste il quadro hanno contribuito la lunga degenza ospedaliera, la freddezza spietata del personale medico(non di quello infermieristico)e l’essere deceduta in ospedale; stando così le cose, è rimasta per ben due giorni a deposito nell’obitorio, in attesa, come tanti altri morti, del funerale. Al momento della sepoltura, in uno dei più eleganti cimiteri della città, s’è posta pure una pietra sopra la sua storia personale che, per molti aspetti, conterrebbe pure spunti di scrittura. Di lei ricorderò il dono dell’accudimento e l’ironia, che non risparmiava nessuno.

Di qualche ora, invece, è la tragica morte sul lavoro di un imprenditore-artigiano-mastro, mio compaesano. Buono come il pane, di poche parole, dal sorriso disarmante. La stessa Marianeve, che solitamente straparla a vanvera, è rimasta attonita e si è chiusa in un silenzio religioso, rinunciando, come me, al calvario del corteo funebre fino al cimitero. A piedi, s’intende. Sotto la canicola d’agosto. Alle tre e mezza del pomeriggio.

Il funerale di paese è differente da quello di città. Il primo conserva in Sicilia i residui culturali del barocco scenografico secentesco(campane a festa e ad agonia, marce musicali ora trionfali, ora neniose, compartecipazione delle confraternite religiose al corteo, totale di tempo quattro ore circa), l’altro è rapido e impersonale. In città sono gli operatori funebri a gestire tutte le operazioni, in paese, invece, i fratelli di fede, capaci ancora, in alcuni casi, di caricarsi la bara sulle spalle e di condurla alla casa eterna.

Triste, deprimente e rapido in città, festoso* in paese, ma con tempi biblici.

*Solitamente i confratelli chiedono alla famiglia del defunto se preferiscano una marcia musicale allegra o cupa.