The rain before it falls

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Si può aiutare un altro essere umano a ricostruire il proprio senso della vita, quando il samaritano stesso smarrisce, ritrova e perde poi definitivamente quel senso stesso per sé? Se ad un certo punto si obnubila la meta del proprio orizzonte di vita, al punto da chiuderla con un atto di coraggiosa temerarietà, si può ugualmente restituire a chi ci sopravvive quello spirito di ricerca? In letteratura, sembra scontato dirlo, tutto è possibile, ma Jonathan Coe nel breve romanzo La pioggia prima che cada(Feltrinelli, 2007) non arriva a toccare l’abisso di una risposta banale. Personalmente potrei rispondere che è possibile, sì, è possibile consegnare a un erede, chiunque egli sia, lo spirito di ricerca del senso della vita, almeno per lasciare alle generazioni future la consegna della ricerca stessa. Ma questa è interpretazione soggettiva e sfiora a margine la lettura del romanzo, che scorre e corre a piani paralleli, la cui intersecazione è visibile soltanto nella chiusa. La pioggia prima che cada è, infatti, un romanzo plurimo, sia nella storia che nella struttura, e si può sostanzialmente ripartire in tre parti.

La prima vede come protagonista Gill che, insieme alle due figlie, è impegnata in una doppia indagine, ossia capire la dinamica della morte della zia Rosamund, che ha lasciato il patrimonio a tre eredi, Gill stessa, il fratello di questa, David, e Imogen, di cui si sono perse le tracce e di cui restano vaghi ricordi, e mettersi alla ricerca proprio di quest’ultima lontana parente, perché sia informata della fortuna che le è toccata. La ricerca, però, non approda a nulla di significativo e perciò non resta a Gill che ascoltare le cassette incise dalla zia Rosamund poco prima di morire con la speranza di trovare in quella voce un segno della presenza impalpabile dell’erede sconosciuta. Questa brevissima tranche del romanzo è narrata in terza persona da una voce fuori campo tendenzialmente onnisciente.

Il passaggio alla seconda parte, il cuore del libro, è determinato, invece, dall’espediente, narrativo e strutturale, dei nastri da ascoltare: Gill e le figlie, attraverso la voce di una narrante defunta, Rosamund, vengono a conoscenza di un groviglio di intrecci familiari, collocati cronologicamente tra la seconda guerra mondiale e gli anni ’90 e ambientati tra l’Inghilterra del sud-est, gli Stati Uniti e il Canada; a questo punto la struttura narrativa si fa più accattivante, perché il racconto autodiegetico è accompagnato dalla descrizione e commento di ben venti fotografie, attraverso cui Imogen , nell’intenzione di Rosamund, potrà acquisire senso di sé: “Io ti devo anche qualcos’altro, qualcosa di più prezioso, qualcosa che, nel senso più letterale della parola, suppongo, è inestimabile. Quello che voglio tu abbia, Imogen, più di ogni altra cosa, è il senso della tua storia, il senso della tua provenienza, e delle forze che ti hanno creata”. Così, tramite questa corposa analessi, il lettore e, ipoteticamente, il destinatario interno Imogen conoscono la storia della famiglia, caratterizzata da tanti destini intrecciati, e da essi emerge pure lo spaccato di una certa società inglese nella sua evoluzione culturale in più di tre quarti di secolo. Di rilievo è lo stigma di omosessuale su Rosamund, sulla quale la sorella di sangue, nei fatti è solo una cugina, affila il coltello del proprio egoismo cieco e scarica il peso delle sue responsabilità di madre inaffidabile.

La terza parte, brevissima come la prima, riporta il lettore nel presente e blocca il focus su Gill che, suggestionata dai racconti della zia, teme che il destino della famiglia d’origine possa ripetersi in qualche modo uguale nella propria; il finale riserverà, invece, delle sorprese sia al personaggio che al lettore stesso, restituendo a entrambi il senso della libertà della vita e del destino stesso, la cui logica centrifuga non può essere chiusa nelle strette parentesi del ragionamento umano fatalistico. Il lettore non si aspetti alcun colpo di scena banalizzante nell’explicit del romanzo, sebbene, come detto poc’anzi, non manchino le sorprese, ma si tratta di quelle epifanie della vita, dolci e amare, crudeli e benefiche, che ci pongono in un atteggiamento di meraviglia contemplativa e attiva della preziosità della vita stessa, anche nell’atto della pioggia prima che cada. Ma esiste la pioggia prima che cada? La si può preferire a quella bagnata? Non occorre qui  fornire una soluzione a un finto enigma pseudo-aristotelico, anche se poi, a rifletterci, gli esseri umani ci divertiamo non poco a lambiccarci la testa e il cuore.

La vita, invece, come sempre ne sa più di noi.

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