Mutuo soccorso tra macerie immaginarie

2a875f0eba7e694550b8bf4bb2574214Quasi al tramonto ho visitato una delle parti più vecchie e antiche del mio paesello tardo-settecentesco(rimangono ruderi irriconoscibili e una chiesa integra)e ammetto di avere provato una brutta sensazione: anziché concentrarmi sulla ripidità delle stradine tortuose, ancora pavimentate in lastre di marmo(scivolose è un eufemismo), e apprezzare la bellezza vetusta delle case abbandonate, sulle cui cimase regnano sovrani ciuffi di arbusti di muschio o tronchi rinsecchiti di piante xerofile, mi sono figurato un paesaggio apocalittico, reso tale da un terremoto di forte intensità, e ovunque ho visto cumuli di macerie assimilabili a quelli dei paesi recentemente colpiti dal sisma di un mese fa. Mi ha risvegliato dall’incubo ad occhi aperti l’immarcescibile Marianeve, che nel tragitto sgarrupato che ci avrebbe condotto da una sua vecchia zia narrava le miserie dei colleghi d’ufficio, inframezzate da frequenti colpi del suo gomito al mio in base ai vari conoscenti, degni di qualche nota gossipara, incontrati lungo il percorso. La visita dalla zia, seduta davanti all’uscio di casa con la corona del rosario in mano, è durata pochissimo per fortuna; dalla rupe ci siamo diretti in centro, dove con la visita a un defunto di nostra conoscenza si è concluso il nostro giro. Insomma ho pagato lo scotto della compagnia di Marianeve: io l’ho salvata dalle chiacchiere della zia novantacinquenne, lei si è offerta per la visita al morto.

Trombette e flauti

94c59f9ddb37e40a571e0873ea98707bLe lezioni sono cominciate a pieno ritmo e, se volessi, potrei già interrogare e sottoporre gli studenti alle prime verifiche scritte, ma ho deciso di attendere i primi giorni di ottobre; ho l’impressione che i ragazzi siano ancora ubriachi di sole e di mare e ancora con la testa nell’iperuranio delle vacanze estive. Oggi ho preso atto che, dopo la pausa, i primini, ormai in seconda, sono del tutto cambiati. Dov’è finita la loro vivacità? Sembrano affetti da una strana forma di letargia e stamattina per tale motivo li ho rimproverati aspramente. Ho già quasi preparato il terreno per tutti i semi da piantare: il testo poetico, Alessandro Manzoni, l’analisi del periodo, la sintassi latina e nutrite porzioni di storia antica. A proposito di poesia oggi si sono sciroppati tre ore consecutive di scansione e figure metriche con tanto di esercitazione alla lavagna, tanto che mi stupisco non abbiano richiesto delle bombole di ossigeno, considerato che l’aria era satura di ictus, cesure ed enjambement. A dire il vero, l’esordio della lezione è stato soft, perché con l’aiuto di numerose testimonianze di poeti si è tentato di definire cosa sia la poesia. Invano naturalmente. Ai più è piaciuto un esempio, non ricordo se targato Caproni o Svevo, che paragona il linguaggio poetico a quello musicale: in una caserma un tenente d’ispezione decide di convocare i soldati alla consumazione del rancio, ricorrendo, un giorno, al suono del flauto anziché della classica trombetta. Dapprima i soldati rimangono a bocca aperta, non essendo abituati al melodioso ritornello del flauto, tuttavia comprendono ugualmente che è l’ora di consumare il pasto e si avviano alla mensa. La scelta estrosa del tenente ha sortito il suo effetto: il messaggio è passato, è cambiato soltanto lo strumento, che da comunicativo è divenuto espressivo. Sembra che gli studenti abbiano apprezzato, sebbene non abbiano mai fatto esperienza del servizio militare. Com’è mia abitudine, ho semplificato ancora di più l’esempio della trombetta e del flauto: immaginate che un giorno, al posto della solita prosastica campanella, che annuncia la ricreazione, suoni la fanfara dei bersaglieri!

E tutti a ridere. Mi sono fatto così perdonare le tre ore. Almeno spero.

Chiocciole e chioccioline

8451d5fd8fa389f596bbe62749010e34Il mio primo giorno di scuola, il 14 settembre, non è stato tale, perché non sono entrato in nessuna delle mie classi; lo so, ho una visione molto restrittiva della scuola(insegnare e non intrattenere). Tre ore di vuoto-pieno dedicate, invece, all’organizzazione e all’accoglienza dei primini, che, ad essere sincero, non mi competeva affatto, però, quando ai colleghi di prima, deputati ad accogliere nella grande sala gli studentelli accompagnati dai genitori, stava per sfuggire la situazione di mano a causa della scarsa familiarità con l’uso del microfono(suoni di voci ora flebili, ora stilnovisticamente sommesse, ora gracchianti, ora quasi afone), recependo le occhiate di sos dei più, ho afferrato il microfono e, come in una lunga litania, ho scandito con la mia voce da trombone circa 200 nomi di novelli liceali che, benedetti dal chiacchiericcio dei genitori, si sono lentamente allontanati in fila per rinchiudersi, come chioccioline dopo una giornata di afa, nelle classi. 

A metà giornata, nel momento del congedo dei genitori, ammassati con i figli nelle aule, rese asfittiche dal caldo impietoso, sorprendo una genitrice, ferma sulla soglia di un’aula, intenta a fotografare con il suo smartphone il figlioletto insieme ai compagni. L’ho immediatamente redarguita, invitandola fermamente a disattivare la fotocamera e spiegandole, al contempo, che il nostro regolamento vieta l’uso di qualsivoglia strumentazione destinata a riprendere, con foto o filmati, gli studenti, i professori e il personale tutto.

«Ma è solo una foto-ricordo, professore! Non intendo pubblicarla.»

«Ci mancherebbe.»

Ora io non sono sicuro se cotal mamma abbia scattato la foto, ma è possibile che, dopo un’ora di lettura ragionata e commento di regolamento d’istituto e patti educativi vari, gli adulti disattendano una regola che poco prima hanno sottoscritto? Quale speranza può brillare in questo ennesimo caotico snervante inizio d’anno scolastico?

Al cominciar dell’erta

Mentre si consuma l’ennesimo disastro della scuola italiana(che non è l’organico incompleto nelle scuole, ma la fragilità di tutti i docenti sul piano dei diritti acquisiti, cancellati o resi sbiaditi dalla buona scuola), si freme anche per l’inizio dell’anno; soltanto oggi parte della mia cattedra ha smesso di fare la ballerina e il quadro è pertanto chiaro: nel rispetto della continuità conserverò tutte le mie classi(ho rischiato, maxima mea culpa, di perderne una)con un carico alquanto leggero, dovendomi occupare anche di organizzazione del personale. Di fatto ho già cominciato a lavorare e il 14 sarà una data come un’altra con la differenza, non di poca rilevanza, che entrerò in aula e rivedrò gli alunni. Ho già riletto velocemente i programmi svolti l’anno scorso e perciò dal primo giorno ci si sintonizzerà sul canale-studio con alacrità e impegno; fortunatamente la temperatura è mite e spero lo sarà anche per i giorni a venire, ma ne dubito fortemente. Ho ordinato a mie spese il registro cartaceo e ora non mi resta che riordinare i libri di testo che userò e digitalizzare la programmazione che covo in pectore. Auguro a tutti i colleghi, virtuali e reali, un fruttuoso lavoro!

Nel frattempo condivido qui il languore del giardino a settembre e i picchi di tinte tipicamente autunnali.

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Incenso senza fumo

Settembre si è schiuso nella frescura delle prime piogge tropicaleggianti, ma non disastrose. Almeno finora.

L’orizzonte, da cilestrino che era ad agosto, si veste spesso, in questi giorni,  di nuvole bianche e grigie e lo scuro della sera inizia presto a inghiottire in un solo boccone i tramonti poetici, cui la fine dell’estate ci ha viziato come bimbi capricciosi.

La frescura ha agevolato non poco il rito annuale delle conserve di pomodoro, dove un po’ di sole maturo trascorrerà il suo letargo avvolto dal calore del rosso. Fino a qualche giorno fa le notizie erano sconfortanti: i venditori di pomodoro, allo scopo di stra-guadagnare, avevano diffuso due notizie non del tutto fondate, ma coerenti con il loro misero disegno, e cioè che i pomodori erano infestati dalla larva di una farfallina, ciò significa rinvenire nella polpa un vermicello, e che molti coltivatori, delusi dalle perdite degli anni passati, avevano rinunciato a coltivarli. Scarsezza uguale prezzo alto, si sa. Invece i fatti hanno smentito le dicerie degli uccelli del malaugurio e i barattoli ricolmi di salsa riposano distesi tra le coperte in attesa di cuocere nei ragù invernali. 

Settembre è anche mese di cerniera per noi docenti delle superiori: si chiude e si apre un nuovo anno scolastico. Ci sarebbero molte cose da dire su quest’incipiente anno scolastico, a partire dagli esami di alcuni sospesi, i cui esiti, purtroppo, non sono stati del tutto fausti. Taccio per evitare di ripetere ciò che da anni ribadisco sul mio blog; la categoria della scuola e delle geremiadi è già abbastanza piena.

Sul versante delle novità c’è che sto per abbandonare qualche incarico extra, tra cui quello di coordinare i colleghi di lettere in seno al dipartimento. Ho colto la palla al balzo, quando uno di essi mi ha confidato che desidererebbe fare l’esperienza. E poi a me i feudi, eccetto quelli medievali, non piacciono. Quindi largo agli intrepidi!

La più bella novità di settembre è che ho ricevuto in regalo una piantina di incenso; in realtà non è l’arbusto vero e proprio da cui si ricava la resina odorosa, ma una leggiadra sempreverde di Plectranthus coleoides che, sfiorata dal tocco leggero della mano, emette un soavissimo profumo di incenso, ma senza fumo.

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