Dame e damerini

 

31303639186_094e7bf25cSolo ed esclusivamente per una forma di rispetto verso l’autore, chiamatela anche ipocrisia sociale, ho partecipato l’altro pomeriggio alla presentazione di un libro in una delle cornici più splendide dell’arabo-normanno palermitano. Avendo con me un caravanserraglio di monache anziane e pasciute con dama di carità al seguito, ossia Marianeve, ho dovuto acquistare un pass giornaliero al costo di 5 euro per accedere all’area ztl e poter così depositare le amiche direttamente sull’uscio del palazzo. Poi è scattata la ricerca tormentata del parcheggio, trovato per fortuna a circa 700 metri di distanza dal palazzo, e la corsa verso la sala per arrivare puntuale. Ma che! Una fila indiana lunghissima per l’accesso a causa dei controlli polizieschi, eseguiti con una metodicità così snervante che, se fossi stato solo e autonomo, avrei rinunciato. Invece ho fatto la fila e superato il varco. Più fortunate le compagne di merenda libraria che, in netto anticipo rispetto a me e a tanti altri, sono riuscite ad entrare con celerità. Ho raggiunto la sala della presentazione del libro credendo di essere in ritardo, ma è trascorsa un’altra ora prima che il calvario iniziasse. A parte un relatore, gli altri mi hanno annoiato non poco e perciò ho trascorso il tempo a leggere il libro più che ad ascoltare le loro ciance. Nell’ora dell’attesa, mentre tutti stavamo seduti con gli sproni sotto il deretano, di Marianeve nessuna traccia. È riapparsa, giuliva e trionfante, poco prima dell’inizio dei saluti di rito. Il mistero del temporaneo scioglimento Marianeve l’ha mostrato lei stessa: un book fotografico avente per scenografia le sale del palazzo e per presenza umana lei stessa, fattasi immortalare da un commesso, che è riuscita a corrompere con le sue moine da signora navigata. Il valletto l’ha condotta dove ha potuto e si è improvvisato fotografo.

Dopo tre ore l’incubo è terminato.

A ciò si aggiunge una mia considerazione che mi ha lasciato un po’ di amarezza: la sproporzione tra l’importanza del libro e dell’autore e il luogo scelto e ottenuto per la presentazione. Così va ancora il mondo nel secolo ventunesimo. Per agganci politici.

 

 

Rivestirsi di luce

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La mia corona d’Avvento 

A scuppuluni

dion3Le giornate più costruttive a scuola sono quelle in cui entri in aula per spiegare storia romana e ti ritrovi entusiasticamente a ripiegare sul teatro greco nell’imminenza di uno spettacolo teatrale. Alla faccia dei cultori del pedagogismo pedante!

Che non si dica che gli studenti assistano a uno spettacolo teatrale dal sapore civile contemporaneo senza possedere un minimo di conoscenze sulle origini del teatro; che poi a Siracusa qualche assaggio l’hanno fatto.

Le lezioni migliori, come sempre, sono quelle non previste e non programmate.

A scuppuluni, come si dice dalle mie parti.

Ma la gloria non vedo

leopar2aAlessandro D’Avenia ha scritto una lista di 100 motivi per farsi trasportare nella conoscenza del poeta Leopardi; aggiungo alcuni dei miei, tutti interni alla sua opera.

Perché mi ha insegnato a ragionare con le stelle dalle finestre e ad ascoltare il canto della rana rimota alla campagna…

Perché mi ha insegnato ad ammirare la serpe che si contorce al sole…

Perché ha cantato la natura che, per uccidere, partorisce e nutre…

Perché ha amato il poeta da me amato Torquato Torquato…

Perché mi ha regalato parole adatte per domandare ciò che non avrei saputo formulare come lui:

Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?

Perché mi ha insegnato a veder brillare primavera nell’aria…

Perché mi ha insegnato ad amare la vita solitaria… 

Talor m’assido in solitaria parte,
Sovra un rialto, al margine d’un lago
Di taciturne piante incoronato.
Ivi, quando il meriggio in ciel si volve,
La sua tranquilla imago il Sol dipinge,
Ed erba o foglia non si crolla al vento,
E non onda incresparsi, e non cicala
Strider, nè batter penna augello in ramo,
Nè farfalla ronzar, nè voce o moto
Da presso nè da lunge odi nè vedi.
Tien quelle rive altissima quiete;
Ond’io quasi me stesso e il mondo obblio
Sedendo immoto; e già mi par che sciolte
Giaccian le membra mie, nè spirto o senso
Più le commova, e lor quiete antica
Co’ silenzi del loco si confonda.

Perché ha donato dignità a galline e gallinelle…

Perché uno dei suoi personaggi rimprovera le mummie che a mezzanotte cantano come galli…

Perché ha scritto il più bello e saggio elogio che si potesse scrivere sugli uccelli…

E per tanti altri motivi.

Chi vuole, continui…

 

Nani e giganti

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Già, di mio, c’è che sono nanerottolo di statura, tanto che, nelle oasi di ilarità con i miei studenti, quando le dita, di gesso munite, cercano disperatamente di sfruttare anche la parte alta della lavagna, per strappare all’ardesia il suo nero cupo e lucido(dipende da quanto è pulita), fallito vergognosamente l’atto di scrittura, apostrofo scherzosamente ed enfaticamente l’amministrazione per il fatto che non dota l’aula di una pedana per nanodocenti. Loro oggi, due giganti, Marco e Piero, dopo avere bussato delicatamente alla porta, me li sono ritrovati in classe, ancora più alti di sette anni fa. Belli e sorridenti. Delicati e deferenti come sempre. Li ho avvinghiati in un lungo abbraccio, fregandome altamente dei secondini interrogati in storia, i cui denti brillavano di contentezza per la morsa inaspettatamente allentata.

Loro, i gigantelli, si sono diplomati sette anni or sono. Oggi sono dei venticinquenni, degli uomini insomma con tanto di lavoro onorevole. Non hanno proseguito gli studi universitari, ma servono lo Stato nelle forze di polizia e nell’esercito. Uno svolge il suo lavoro in Calabria, quanto è dura, prof!, l’altro ha trascorso otto mesi in Afghanistan in missione. Così, i racconti, mi hanno fatto sentire ancora più nano. In circa un anno Gigante Marco ha accumulato un’esperienza di vita che io neanche me la sogno. E l’altro, Gigante Piero, non ne ha di meno. Ai racconti sono seguiti i pubblici ringraziamenti per i cinque anni trascorsi insieme e per le marce in più, bontà loro, che hanno ingranato grazie alla mia didattica tiranna.

Ci siamo salutati promettendoci una pizza insieme. Ma con tutti gli altri compagni, distribuiti in mezza Europa.

Il problema è riunirli tutti insieme. Ma alla provvidenza non c’è limite.