George

Non so chi tu sia stato veramente, non so nulla della tua spiritualità, anche se, a dire il vero, hai sempre dato l’impressione di coltivare la corporeità. Ti piangeranno realmente gli affetti tuoi intimi, a loro mancherai davvero. Tu, invece, con la tua musica resterai sempre con noi. Muori e spazzi via un pezzo della mia giovinezza leggera, le corse di sabato in autostrada per raggiungere la Discoteca e poi il ritorno sonnolento e rischioso, mentre il doppio alcolico evaporava nel torpore delle membra. Le serate nei pub, le amicizie fiorite, quelle appassite, volti intravisti, frugati, cercati. Eri un apripista e lo sei stato anche per il mio sentire più profondo. Ciao, George! Ti ricordo così…

Ho dovuto eliminare i video per timore di qualche virus, che sta comportando la formattazione di uno dei miei PC. Mi scuso pertanto per il post senza più coda musicale. 😂

 

 

 

 

 

Pecore, fiori e angeli

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Il mio angelo preferito in cartapesta

Non sembra vero, ma sono riuscito ad allestire uno dei miei tre presepi, che in realtà è solo una parte di uno di essi, sia per mancanza di spazio, o meglio lo spazio c’è, ma avrei dovuto rivoluzionare mezza casa, sia perché gli unici esseri umani sono Maria, Gesù e Giuseppe. Occupano, invece, un certo spazio pecore, fiori e soprattutto un esercito di angeli. Così l’ispirazione momentanea, questo il risultato, che mi è costato fare le ore piccole.

Auguri a tutti!

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Acrobatico

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Nel blu di un cielo finto

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Il bouquet natalizio

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La qualità delle foto è pessima, ma non ho avuto il tempo di tirare fuori la macchina fotografica.

 

 

Praesepe

Anche la Crusca è caduta nella rete della semplificazione. Da ieri sui social e alcuni quotidiani spopola un video, nel quale un’accademica spiega, in pochi minuti, che sono entrambe ammesse le forme “presepe” e presepio”, la prima dotta, la seconda popolareggiante. Nulla da dire. Ma almeno ricostruirne l’origine etimologica?

Praesepe, is, neutro., 1 recinto per il bestiame, stalla, scuderia, Verg.; 2 mangiatoia, greppia., casa, dimora, mensa., 4 alveare., 5 luoghi di malaffare.

Intanto ecco un presepe fotografato ieri in un ospedale!

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Bontà natalizia?

scansione0008Sono in vacanza, o meglio ufficialmente lo sarò da domani, ma grazie alle sante assemblee di istituto degli studenti, che in prossimità delle vacanze chiudono da qualche anno, nel mio liceo, le attività didattiche, lo sono da oggi pomeriggio. Eppure sia oggi che ieri sono stati febbrili tra verifiche, spiegazioni e impegni vari. Stamani ho interrogato e spiegato, ma all’ultima ora, che per me oggi è stata la quarta, ho rinunciato al mio ruolo di docente rompiballe, consentendo ai secondini di gustarsi un panettone natalizio, il cui costo sarà devoluto in beneficenza, e di giocare. Sì, di giocare. Liceali-bambini. Quando sono entrato in aula e li ho visti seduti in cerchio, non me la sono sentita di rimproverarli; ho provato per loro un senso di tenerezza paterna tale che l’emozione di vederli giulivi e leggeri ha prevalso sulla mia solita burbanza. Così li ho lasciati fare, accontentandomi di vigilare distrattamente.

Proprio in quel frangente bussa alla porta un mio ex alunno, venuto a scuola per porgere gli auguri natalizi ai suoi ex professori; il quale, rivolgendosi scherzosamente ai ragazzini, li apostrofa così: “Fortunati voi! Ai miei tempi con il professore Mel si lavorava fino all’ultimo secondo dell’ultima ora. Non credo ai miei occhi”.

Il che è vero. È la prima volta che concedo agli studenti un’ora di bagordi, pasticcini, patatine, coca-cola e panettone.

Sto invecchiando o sono diventato più buono? O mi sono stancato?

O tutta la terna.

“Gravati d’attrazione terrestre”

Per professione ho familiarità e dimestichezza con gli errori degli studenti, che spesso costituiscono uno dei parametri per misurare e poi valutare(chissà cosa accadrebbe se si misurassero e valutassero soltanto le parti corrette di un compito o le fasi di un’interrogazione e si ignorassero gli errori o, ancora più paradossalmente, si ritenessero degni di nota positiva gli errori stessi!)e molto contribuiscono a farmi piombare in uno stato di prostrazione frustante o, mutatis mutandis, di frustrazione prostrante; ci sono anche quei casi in cui gli errori ci fanno ridere e non mancano esempi, anche letterari, di appositi stupidari, che raccolgono errori e sviste madornali di varia natura. Eppure l’errore, oltre che farci inorridire e ridere in base alle occasioni e all’umore, può diventare terapeutico; può non portare necessariamente alla guarigione, ma alla presa di coscienza che qualcosa sappiamo pur farla: chi non prova a svolgere un compito, perché si ritiene incapace di farlo, resta in uno stato di congelamento interiore e spirituale, che a lungo andare aggredisce sempre più violentemente l’autostima e amplifica a tal segno il sentirsi inutile. Lavorare con gli e sugli errori dovrebbe essere uno dei punti forti della professione docente, e certamente in alcune fasi didattiche lo è, ma generalmente li releghiamo nel regno dell’imperfezione e li destiniamo al banco degli imputati, se non ad una sorta di gogna degli orrori.

Eppure c’è chi, nella propria professione, è andato oltre il discorsetto edificante che ho tentato di imbastire sopra. Per Luca Santiago Mora e la Neuropsichiatria Infantile dell’ Ausl di Reggio Emilia l’errore è diventato, e diventa, Arte e, in questi giorni, anche un libro di illustrazioni, Atlante di zoologia profetica, pubblicato da Corraini, raccoglie i frutti dell’Atelier dell’Errore, un laboratorio d’arti visive, i cui protagonisti sono ragazzi con diverse problematiche neuropsichiatriche. Essi hanno trovato nell’illustrazione di animali immaginari, partoriti dalla loro sensibilità, una possibile via di espressione del loro complesso e affascinante mondo interiore. Personalmente ho trovato i disegni bellissimi nella loro perfetta imperfezione, pur nell’effetto di perturbanza che generano nel fruitore.

 

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Animale Custode che mi protegge da chi mi chiama Brufolosa e Fenomeno da Baraccone, 75×170, Francesca, Atelier dell’errore

Rimando alla splendida recensione di Andrea Cortellessa e riporto qui le parole di Luca Santiago Mora.

 

Hai detto: ”Il disegno sarà semplice
come unghiate di bestia su di un tronco”.

                                Antonella Anedda,  All’angelo, da piccola

Dico sempre, non so di dove vengano bestie come quelle lì, né dove andranno a riparare, una volta apparse.
Affiorano in  lunghi pomeriggi, da innocenti fogli bianchi, così innocenti da far paura ad ogni inizio, ai ragazzini che, gli hanno detto, non sanno disegnare.

A me fanno specie gli occhi, sempre nuovi, mai uno simile all’altro, nemmeno nello stesso paio.
Ricordo bene in atelier, quanta energia richieda loro un occhio.
Per quello, forse, li lasciano sempre in ultimo, come il soffio, dopo terra e sputo.
In quel gesto, ognuno ha una sicurezza tutta sua, che nemmeno quella, non ho mai capito di dove venga, e perché, al più presto, rientrando, scompaia.
Senza lasciar traccia nell’ordinario.

Per questo mi vien da pensare che, proprio lì, in quel punto inanellato variamente, affondi un archivio di esseri mai nati, o da sempre sopra-vissuti, al quale possa attingere, per vie celesti, solo chi in qualche modo è preda di un’attrazione celeste.

Noi, gravati d’attrazione terrestre, non possiamo che ammirare e rimirare tanta meraviglia.

 

Da quattro anni in atelier si disegnano solo animali, da mondi lontani, mai visti, mai ricordati prima.
Si è venuto così a costituire un esteso corpus da un’ultra-zoologia sorprendente, volta a trascendere lo scontato immaginario di animalità.

Dicono i ragazzini che questi animali sono quelli che non hanno dato retta a Noè, che non ci son voluti salire, sull’arca, o sono arrivati in ritardo, come a scuola. Poi tutta l’acqua di quaranta giorni e quaranta notti, e sono tutti morti, estinti tutti. Altri invece, non hanno ancora messo zampa sulla terra. In lenta marcia, per lunghe fila, nei cieli, ad arrivare fin quaggiù, ma ci vorrà tempo, un lungo tempo…
Se ci saremo ancora.

Le bestie che stanno qui nel bestiario, non si danno a mani addestrate tipo adulto o bambino ben scolarizzato. Nascono da demiurghi-pastori-allevatori speciali, come i ragazzini dell’atelier, da mondi speciali, a volte anche molto sofferti, e sofferenti.
Fascia d’età dei ragazzini: 7-12 anni.
Etichetta di consegna dal mittente, difficoltà in ordine sparso: apprendimento, attenzione, concentrazione, marginalità, caratterialità, hyper, down, e anche autistici, che restano un enigma per tutti.

Molti dei ragazzini, in atelier arrivano educati alla convinzione di non saper disegnare.
O peggio, arrivano a dire: “Io non posso disegnare”. E allora è difficilissimo tirarli fuori da quelle convinzioni lì.
Soccombenti come,  non sanno darsi fiducia, e così, all’inizio, pure in atelier hanno paura, e gli sembra tutto difficile, e sopra-tutto, tutto ma proprio “tutto perfettamente inutile”.

In atelier si disegna di nervi e cuore, poca testa, poche “regole”, inevitabili, determinanti, unica bussola di riferimento per una navigazione a braccio come la nostra, fra improvvisi ed insondabili banchi di nebbia, minacciosi icebergs, che sono le loro personalissime difficoltà, capaci di mandare a picco una flotta intera di arche stracolme di buone buonissime intenzioni.

Fra amici, dico sempre: un’estetica punk! Libera energia contro chi li vorrebbe “No future!”, ”Errori”appunto…

Io non so di dove venga quest’immensità di bestie.
Di lontano, è certo, facile a dirsi…né dove vadano a riparare, una volta apparsi, l’Orso Kodiak, l’Ebero oculato, l’Uccello Papavero o il PipistrelloAmericanoDalleAliAbbaianti e compagnia bella.
Non so di quello che si andrà rivelando nel tempo, pomeriggio dopo pomeriggio nella bella luce dell’atelier, padiglione Bertolani, Neuropsichiatria Infantile, AUSL in Reggio Emilia.
Solo, di due cosette sono perfettamente certo: uno, che io, per me, mai sarei stato in grado di immaginare l’esistenza di tali esseri, figuriamoci stenderli su un foglio, di-segnarli, ri-produrli. Secondo: nemmeno loro, probabilmente, prima, avrebbero avuto il coraggio di lasciar affiorare certi esseri da certe immensità, e guardarli negli occhi, e accarezzarli …

E sentirsene orgogliosi, pure.