Anaffettivi

Pochi giorni fa io e i miei studentelli di biennio, insieme a metà liceo, abbiamo visto un film sul tema del bullismo, intrecciato a quello sulla violenza rosa. 

Una sceneggiatura molto elementare dai risvolti facilmente individuabili ad occhi chiusi.

I giovani spettatori, sin dalle prime scene, hanno subodorato di che pasta fosse il film e, contrariamente ad occasioni simili, non si sono comportati proprio da signori. Risatine, applausi fuori luogo, fruscii, ssssssss prolungati imitanti il silenzio durante la proiezione e boati di esultanza al termine.

E il regista presente in sala.

Io mi sono vergognato alquanto. 

I miei studenti si sono trattenuti dall’amplificare la baraonda, ma soltanto perché memori delle “minacce” tuonate in classe.

Mi sono vergognato, ma anche intristito. Ridere e sghignazzare di fronte a scene drammatiche, pur scontate, a me pare un abominio morale. La scarsa qualità di un film  può autorizzare e giustificare un comportamento di tal risma? 

Perché non tentare di salvare almeno il salvabile, e cioè la profonda tenerezza che ispirano i personaggi del film? È un aspetto che non hanno colto.

E la responsabilità è anche di noi docenti nel modo di veicolare i contenuti ed educare i giovani alla fruizione delle opere varie: tanta testa e poco cuore, molta analisi e nessuna visione sentimentale. 

Correttivi

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La buona scuola, a circa un anno e mezzo dall’entrata in vigore, palesa i segni delle sue prime escrescenze tumorali che, se nelle more non avranno già condotto la scuola italiana alla morte, la costringeranno comunque, prima o poi, a sottoporsi a massicce cure di ricostituenti correttivi, a meno che non la si voglia mantenere nell’attuale stato vegetativo di sopravvivenza, che penalizza le nostre giovani generazioni. 

La formazione degli insegnanti 

Sono ormai pochi i docenti, che effettuano settimanalmente le canoniche diciotto ore. La maggior parte delle agenzie formative, infatti, offre i propri prodotti didattici in orario antimeridiano, perciò ciascun docente, forte dei propri diritti stabiliti dal contratto, può richiedere fino a 5 giorni per attività di aggiornamento; se, invece, l’offerta cade nel pomeriggio, ne risentono le 40 ore(+40)delle attività funzionali all’insegnamento. Un condizionamento non marginale sulla formazione e sulla presenza fattiva a scuola gioca pure l’impegno economico: una parte o l’intero del bonus possono essere infatti spesi dal docente per la formazione, quindi quale stolto dirigente può costringere l’insegnante a rimanere a scuola, se questi ha pagato un corso? Tutto ciò si ripercuote inevitabilmente sulla vita culturale di una classe che non solo vede diminuite le ore effettive di lavoro con l’insegnante, ma è costretta a comprimere, semplificare, tagliare e banalizzare quel minimo di conoscenze-competenze-abilità deputate all’istituzione stessa. Non ultimo il business intorno a cui ruotano pianeti e satelliti accreditati.

 

L’alternanza scuola-lavoro

Il business riguarda quasi interamente l’alternanza scuola-lavoro. Molti hanno già evidenziato i limiti sul piano formativo per gli studenti(soprattutto dei licei); tale norma li costringe ad erodere tempo allo studio personale, ma l’aspetto disdicevole riguarda il fatto che alcuni stage presso enti vari, che tra l’altro non offrono opportunità di conoscenza del mondo del lavoro(si tratta in realtà di associazioni per lo più)sono a totale carico oneroso per le famiglie, costrette in qualche modo a sborsare quattrini, pur di permettere ai figli di accumulare ore di alternanza . Ora non è mia intenzione generalizzare estendendo a tutto il territorio nazionale la mia frettolosa disamina, ma le scuole di cui ho notizia ed esperienza presentano un siffatto quadro pietoso. 

Voglio confidare in un moto di saggezza da parte dei legislatori, in modo tale che possano essere approntati i necessari correttivi ad un sistema che mi pare faccia acqua da tutte le parti, o quasi. 

Gelu

Il rientro a scuola, dopo 19 giorni di vacanza, non è stato del tutto tragico, certo ha giocato un ruolo determinante il gelo di questi giorni, non tanto quello esterno, quanto quello degli interni: i corridoi e le aule davano la sensazione di trovarsi in celle frigorifere per congelamento di carne(umana), perciò in classe ho continuato a tenere indosso il bomberino(incredibile visu). Le stufe ad aria calda, poverine, hanno tentato di ristorarci, ma occorrerà qualche giorno prima che gli ambienti si riscaldino sufficientemente. Solitamente, quando entro in classe, spalanco di mio pugno due finestre, perché i cervelli possano ossigenarsi, ma stamani non ho avuto il coraggio, perciò ho semi-otturato le narici per non respirare l’aria maleolente causata dal miscuglio di tanfo umano, scarpe da tennis et similia. 

Dopo l’ibernazione di 19 giorni mi ero promesso di non interrogare, per rendere più oleato il rientro, ma son state promesse da marinaio. Il quadrimestre sta per chiudere e quindi c’è poco tempo per differire l’inevitabile. Pessimi i risultati. Ora non voglio dire che 19 giorni su 19 uno studente debba aprire i libri, ma almeno gli ultimi due mi pare saggio dedicarli allo studio anche per riprendere una certa familiarità con gli impegni scolastici. Ma che? Il vuoto, animi in pen(s)osa sospensione, indugi, smozzicamento di sillabe, voci flebili, silenzio.

Cominciamo bene.

Epifaneve

Dopo quasi tre anni torna a fioccare la neve in Sicilia; avvezzi a un clima tendenzialmente caldo, tutti noi gioiamo al suo tocco lieve e silenzioso. Le prove tecniche di nevicata sono cominciate intorno alla mezzanotte, che è stata illuminata a giorno dai tipici lampi di bufera. Poi è calato il silenzio insieme al nevischio. Stamani i fiocchi autentici che, a brevi pause, hanno reso soffici tetti, case, alberi e automobili. Siamo rimasti quasi tutti intabarrati nel tepore delle case, a parte qualche incosciente che, privo di catene, ha trasformato la propria auto in una slitta, e la signorina Marianeve che, sfidando la bufera come un gatto delle nevi, ha creduto bene di epifanizzarsi a casa mia, prima del pranzo dei Magi, per sottoporre il suo lato B al lieve tocco delle dita di mia madre, storica esperta nell’arte delle iniezioni intramuscolari. A quanto pare un colpo di corrente le avrebbe provocato una sorta di contrazione muscolare dal dolore insopportabile. Com’è suo costume, Marianeve ci ha intrattenuti con il racconto delle sue ultime avventure familiari e lavorative, ha gustato un caffè espresso(alle 13!) e un dolcetto, si è, infine, dileguata inghiottita dalla candida falda nevosa, mentre mulinava la bufera. Soltanto dopo la visita è potuto cominciare il pranzo, reso ancora più gustoso dagli sbuffi di calore della stufa, compagna fedele di questi giorni di gelo.

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Quasi un presepe

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Montagne innevate

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Nel capoluogo

Tullio De Mauro

In memoria di Tullio De Mauro ripubblico un post del 2009, quando ebbi modo di conoscerlo personalmente.

Relatore brillante e convincente, Tullio De Mauro è un uomo elegante e umile.
Il professore, quando ti parla, ti guarda con occhi umani; me lo sono ritrovato accanto a condividere il posacenere.
Fuma con passione e questo me lo ha  fatto sentire più vicino.
Gli ho porto la mano e lui l’ha afferrata come se fossimo due amici che non si vedono da tempo e l’ho torturato con una domanda di analisi logica su una frase che a scuola ci ha fatto impazzire a noi insegnanti.
Nella splendida e storica aula magna di Palazzo Steri De Mauro e altri insigni studiosi hanno intrattenuto i presenti su LINGUA, IDENTITA’, CITTADINANZA.
Ci si è interrogati sulle dinamiche linguistiche attuali in relazione ai flussi migratori e alle possibili soluzioni didattiche scevre dai rigurgiti nazionalistici di certi politici cotini al governo.
Sulla parte linguistica scriverò un post ad hoc.
Il pomeriggio è stato, invece, dedicato ai seminari di studio.
La scuola che ha ospitato noi studenti è un edificio mastodontico.
Aule e corridoi brillanti.
Non credevo ai miei occhi.
Io sono caduto nelle grinfie di Madame Trinet, una docente di francese in pensione, la moderatrice del mio gruppo, denominato PROF PRIDE.
Madame Trinet ha appositamente scelto PRIDE, con esplicito e paradossale riferimento al gay pride, per sottolineare la necessità dei principi di individualizzazione e di costruzione dell’identità a partire dai fenomeni linguistici.
Una madre superiora, una marescialla, una dittatrice.
Ha mani di cera, unghia corte e limatissime con una passata di smalto trasparente.
Le muove con grazia e ti imbuca i concetti nella scatola cranica, volteggiando a destra e a sinistra per l’aula.
Ha curato mirabilmente ogni sottogruppo e la sua grazia femminile in un corpo titanico mi ha più volte fatto distrarre dal compitino che dovevo svolgere insieme a una disfattista della scuola italiana e a una giovanissima collega.
Mi sono divertito, lo ammetto.
E poiché professionalmente sono nato con la camicia, al sottogruppo di cui facevo parte è stata assegnata una consegna congenialissima al mio spirito: manipolare testi poetici.
Ecco cosa è venuto fuori:
 
Irriverente rincorro la vita.
Ho i miei problemi,
ma non sono sempre triste,
ho sempre e solo voluto il meglio,
voglio per voi sempre e solo il meglio.
Mangio parole
cantate nell’aria,
veloce come il respiro ansimante
dopo la corsa.
Non sono grazieadio
un apparecchio automatico,
né il bagliore svelto e fugace
di un ufficio informazioni.
Non voglio enumerare tutti i miei pregi
per abbracciare le nuvole
e cadere nel vuoto.
Non voglio dire
che qui è tutto a posto,
ma non sono in definitiva
un sorvegliante di manicomio.
Non sono uno
con cui si può fare ciò che si vuole;
scontroso e arrabbiato
rincorro la vita,
sono ancora qui,
leggera ombra.
(Identikit di docente secondo Melchisedec)