Frater Act

Non so se si possa parlare di una dittatura del politicamente corretto e, se così non fosse, tuttavia ne avverto ugualmente la cappa sul petto, anzi sul cranio.

Sotto la bandiera dell’accoglienza e dell’inclusività a tutti i costi anch’io, come molti miei colleghi italiani, ho in classe alunni non di madrelingua italiana. Uno, per l’esattezza. A stento lo studente riesce a sillabare il proprio nome. Immobile come una statua, fissa con i suoi begli occhi il docente di turno, apparentemente segue le lezioni, copia gli schemi dalla lavagna, sillaba qualche parola, ma nient’altro. Le verifiche, come si può immaginare, sono un disastro e già da qualche settimana il consiglio si è dato da fare, con tutti gli strumenti  umani e materiali disponibili, per metterlo nelle condizioni di capire qualcosa e garantirgli un minimo di apprendimento. Sinceramente vedo un orizzonte senza luce, pur con tutti gli espedienti didattici esperiti e le iniziative buoniste dei colleghi, e non perché il ragazzo non abbia le capacità umane per farcela, ma perché sotto il profilo linguistico si trova circa otto anni indietro rispetto alla preparazione dei compagni, che hanno regolarmente frequentato le scuole elementari e medie. Personalmente non ho alcuna soluzione pronta all’uso, né ritengo che un corsetto dal costo di 490 euro, elargiti dalla buonascuola, possa migliorare le mie prestazioni nell’insegnamento dell’italiano a studenti non madrelingua. Ad aggravare la situazione il mio inglese scolastico, che non mi permette di dialogare agevolmente con lui. Vivo, perciò, un dissidio interiore lacerante: mentre illustro alla classe le funzioni dell’ablativo, per esempio, posso impartirgli le prime nozioni di verbo, sostantivo e aggettivo? Non c’è in questa situazione qualcosa di dissonante, paradossale, illogico? Ho l’impressione che per il ragazzo in questione la scuola sia un parcheggio e niente più. Vero è che socializza, conosce un nuovo tessuto umano e sociale, ma ciò è sufficiente a garantirgli il successo formativo? Da un difficoltosissimo dialogo con lui in camera caritatis, in aggiunta alle difficoltà testé sintetizzate, scopro pure che sono i genitori a costringerlo a frequentare la mia scuola, perché sperano che un giorno il figlio possa diventare un infermiere. Ma lui vorrebbe diventare un poliziotto.

Quando mi ha rivelato questa confidenza, non ho potuto fare a meno di pensare a una scena di Sister Act II.

 

Prove tecniche di umanità

boswell-p1612Inattesa, non voluta, mai paventata l’adesione a un progetto di istruzione domiciliare per un giovane gravemente infermo che, nonostante la malattia, non intende rinunciare all’istruzione superiore. O, forse, a volerlo fortemente sono i genitori, che hanno accolto con esultanza il mio sì dopo circa due mesi di ricerca di professori disponibili da parte della scuola. L’organico domiciliare non è ancora al completo, stante appunto la difficoltà a reperire professori, soprattutto di matematica e lingua straniera, disposti a recarsi a casa dello studente.

La proposta mi è giunta qualche sera fa; mi sono concesso di meditarci su una notte, ma in cuor mio sapevo che avrei detto “sì”. E per una serie di ragioni: l’oggettiva impossibilità a reperire docenti disposti ad inerpicarsi su per i monti partendo essi dalla pianura cittadina, la penuria di docenti montanari autoctoni, il riconoscimento di un atto di umanità, il senso del dovere, il compenso economico, il desiderio di insegnare ad alunni fragili(anche detenuti), impossibilitati comunque a frequentare le lezioni a scuola.

Domani pomeriggio sarà il mio primo giorno e non nego che un po’ di agitazione emotiva la sento addosso.

Ho già approntato il test d’ingresso, ma al test umano sarò sottoposto io. Il più difficile da superare.

Il dolce San Martino

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Ricevo e pubblico la foto del dolce di San Martino, che l’amica Ornella mi ha gentilmente inviato. Lo ha realizzato una sua familiare. Non conoscevo questa tradizione davvero speciale.

In rete si legge che in Veneto è una tradizione diffusa: “La tradizione risale a moltissimi anni fa e inizia con la fondazione della chiesa dedicata a San Martino nel 1540. La festa prevede che, l’11 novembre, i bambini girino per le calli di Venezia a fare un gran baccano “battendo sanmartin” ovvero dandoci dentro con pentole e campanacci. Il tutto agghindati da corone di carta variopinta in testa. A tavola, invece, la festa si anima grazie al biscotto di frolla con la forma del santo a cavallo a brandire una spada, ritraendo il celebre “episodio del mantello”.