Precettor di didattico rito

Giuseppe_Parini_pastel_on_paperVa a gonfie vele il mio lavoro di precettore pubblico con il giovanotto di belle speranze, che mi hanno affidato per l’istruzione domiciliare. Mi piace crogiolarmi nell’inetta proiezione soggettiva di paragonarmi a un novello Ripano Eupilino o a Livio Andronico. In realtà io non sono né l’uno, né l’altro; diversi i tempi, altre le stoffe. Però, oggi, dopo le crasse risate che ci siamo fatti per l’inciampo dello studente sulla parola “droghiere”, usata da Maupassant nel racconto “La collana di diamanti”, significato che lui ha inteso nel senso di “venditore di stupefacenti” e non di “generi alimentari”, ho compreso che a scuola, nel contesto-classe, non è realizzabile il principio pedagogico di individualizzazione dell’insegnamento e che, perciò, ci prendiamo in giro quando ci riempiamo la bocca, e le carte, di espressioni come “personalizzazione dei percorsi educativo-didattici”. Io credo che non ne abbiamo neanche l’idea, a parte l’oggettiva difficoltà nel tentare di metterla in pratica. Soltanto nella relazione educativa “uno a uno” risultano efficaci quei principi. In classe si fa, invece, quel che si può, perché non è pensabile, né fattibile che un insegnante moltiplichi se stesso per venti sensibilità, teste, storie, vissuti umani e culturali sideralmente distanti e diversi. Certamente sarebbe improponibile solo sognare un ritorno al precettore privato, ma è anche vero che tanti fallimenti educativi della scuola pubblica sono da imputare anche all’impossibilità di confezionare vestitini culturali adeguati ai singoli bisogni dei nostri alunni.

7 pensieri su “Precettor di didattico rito

  1. Tutti quegli insulsi e stupidissimi trattati didattici non hanno LA MINIMA IDEA di cos’è il lavoro in classe, ed è un peccato; perché non penso affatto che in classe “si fa quel che si può”: trovo anzi che il lavoro in classe moltiplichi le capacità e i risultati degli alunni con una trasmigrazione alchemica che sfida ogni logica. Il lavoro1:1 naturalmente ha i suoi vantaggi, soprattutto dove il meccanismo si inceppa (o come, nel tuo caso, quando non si può fare diversamente) ma il vero lavoro, e la parte che resta più impressa, secondo me la fa il gruppo – che è qualcosa di molto diverso dalla somma dei suoi stimabili componenti.

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    • Anch’io, come te, sono particolarmente sensibile alla questione. Con “si fa quel che si può” alludo alla difficoltà di individualizzare l’insegnamento in classe. Come te credo nell’alchimia degli elementi della classe e la magia della didattica sta proprio in questo. Il mio fulmen vuole colpire le fantasie dei trattatisti di didattica e i seguaci ministeriales, nonché una certa risma di “colleganza”. Credo che, mi pare di capire, la pensiamo allo stesso modo, a parte il mio entusiasmo per il lavoro attuale di precettore. 😜
      Che parola desueta! Però mi piace 😍😍😍

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  2. Condivido con entrambi la simpatia per i trattati didattici, da sempre fuori della realtà concreta. Un pochino come l’Imperativo Assoluto o Categorico di Kant che imporrebbe a ciascuno la disponibilità a farsi scorticare vivo a difesa della dignità di un qualsiasi essere umano, magari colpevole di crimini efferati.
    Forse il paragone è eccessivo, ma quando sento dalle ex colleghe che ora si pretende la stesura, per ciascun alunno, di un piano individualizzato di apprendimento… mi chiedo se qualcuno lassù si renda conto delle condizioni concrete in cui ci/vi troviamo a operare.
    Si fa quel che si può, eccome…. per sopravvivere. 😕😕😕
    Sono felicemente felice che l’esperienza del precettore si sia rivelata fonte di soddisfazione per il nostro amico professore! 😃😃😃

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    • Penso che una posizione media sia sempre la visuale migliore, da cui provare ad analizzare certe dinamiche. Un quadro filosofico-pedagogico di riferimento ci vuole, eccome se ci vuole. Ma da qui a trasformare il processo di insegnamento/apprendimento in un ricettario ne passa.
      Il precettorato è davvero straordinariamente divertente. Non è facile imbattersi in un quattordicenne ironico, autoironico, intelligente e sincero. 😀

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  3. Pingback: Va’! | Il fromboliere entusiasta

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