Va’!

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Ci siamo congedati stasera. Termina inaspettatamente e con mio sommo compiacimento l’esperienza dell’istruzione domiciliare. Il giovane, che ho seguito a casa per tre mesi, è tornato in buona salute, perciò i medici hanno decretato il suo ingresso a scuola. La madre, giustificabile per la sua ansietà, avrebbe voluto trattenerlo ancora per un po’ di tempo a casa, ma le sue ragioni a nulla sono valse di fronte al mutato quadro clinico: Raffaello può andare a scuola, stare con i compagni, respirare la loro stessa aria, prendere la corriera e condurre una vita normale. Lui non sta nella pelle, oggi pomeriggio, infatti, sprizzava un entusiasmo incontenibile e l’ho beccato pure impreparato, contrariamente alle sue abitudini di impegno. Mi ha confidato sinceramente di avere preferito allo studio gli acquisti di abbigliamento fatti con il papà a un centro commerciale: felpe, maglie, tuta, pantaloni. Raffaello vuole rientrare a scuola vestito di tutto punto, anche perché sarà accolto in classe dalla preside in persona, che ha organizzato per l’occasione una piccola festicciola. Così ho rinunciato a interrogarlo e abbiamo trascorso il pomeriggio immersi nei racconti epici di Omero. Al momento del saluto eravamo visibilmente emozionati e, a sorpresa, ha tirato fuori un regalino da donarmi in segno di stima per la relazione umana di questi mesi. Poi con schietto candore, misto alla sua solita risatina ironica, mi ha confessato a denti stretti che, da quando studia italiano con me, questa materia, che alle medie detestava, quasi quasi gli sta simpatica. Chiaramente le sue parole sono state per me il dono più gradito. Ammetto che, quando ho cominciato, ero animato prevalentemente da un sentimento di compassione umana, poi tutto è cambiato; la curiosità della conoscenza, che il ragazzo via via dimostrava, faceva mutare anche il mio sentimento, permettendomi di recuperare la funzione per la quale ero stato chiamato: insegnare. Io ho insegnato, ma credo di avere appreso da lui più di quanto gli abbia insegnato: la dignità che scaturisce dalla malattia, la riservatezza su essa, la voglia, umile, di farcela, la coscienza dei propri limiti fisici.

Forse ho sempre saputo che sarebbe andata così. Ed è per questo, in fondo, che un pomeriggio di circa tre mesi fa pronunciai il mio sì all’esperienza domiciliare senza riflettere poi tanto.

-Va’!- mi dissi.

La parola di fronte

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E. HOPPER, Stanza a Brooklyn, 1932

 

 

 

dicono che via sia una parola

che dice ancora

quando non c’è più niente da dire,

che non dà nome

a cio che è senza nome

ma come un abbraccio l’accoglie

e perdonandogli ogni colpa

l’invoca e – ma forse straparlo –

è pure pronta a celebrarlo

(Enrico Testa)

Sei fuori(Sanremo 18)

Fisso, anche quest’anno, l’appuntamento con il festival di Sanremo, ma non costante la mia presenza davanti allo schermo. La vita mostra le sue urgenze e al mattino, inoltre, non si può certamente stare a poltrire sotto il piumino, perché la sera la si è prolungata ascoltando le ugole pop nostrane. Però un’idea generale me la sono fatta: Claudio Baglioni ha restituito dignità alla musica italiana del Festival e non tanto e non solo perché ha convocato grandi firme e voci, ma perché ha bandito(quasi)dal palco quel surplus extramusicale, che da anni inquina lo spettacolo sanremese: la satira politica, lo spazio comico affidato all’istrione di turno, la top model straniera incapace di articolare una parola in italiano, le fantomatiche proteste di gruppi, associazioni e ong alla ricerca di fondi e visibilità e tutti quei cavoli a merenda che alla musica poco afferiscono. Perciò si può definire certamente un festival fondamentalmente musicale e pacifico, a prescindere dai gusti musicali degli spettatori. Ed anche equilibrato nella scelta dei partecipanti alla gara: convivono, infatti  tradizione e innovazione, sperimentalismo giovanile e certezza della tradizione melodica italiana. Sicuramente Baglioni ha voluto evitare che il festival risultasse ingessato(già è sufficiente la sua pallida e ieratica presenza sul palco)e, perciò, ha scelto la fastidiosissima voce della Hunziker, che fora i timpani con le sue mitragliate, e un grande attore nostrano, quale Favino, che ha confermato, qualora ce ne fosse stata la necessità, di essere artisticamente versatile.san_remo21260post

Sul versante delle canzoni ho trovato felice già al primo ascolto il pezzo del gruppo “Lo stato sociale”; non si tratta di chissà quali eccellenze vocali, ma il testo è specchio del difetto tutto italiano di indulgere ai difetti e ai vizi dilaganti di questo nostro mondo contemporaneo, incapace di chiudere le porte in faccia agli incapaci e incompetenti sul piano politico, sociale, economico. Qualcuno ha scritto che il gruppo è la metafora dei pentastellati. Pur nel suo evidente populismo il pezzo, grazie alla musica trascinante e alla gag della ballerina ottantaquattrenne, spicca per originalità e verve. Per me è stata una scoperta il giovane Renzo Rubino, che si è esibito con un pezzo intimistico centrato sul tentativo di far dialogare due genitori separati, forse quelli del cantautore stesso. Retorici Moro e Meta, furbissimo Ron con un pezzo di Dalla. Ho trovato infelici, poi, le presenze degli ex-Pooh e di Elio.

Ma questi son gusti personali e perciò non fanno testo.

Pietà di corpi

Giornata di iperattivismo oggi. Tutto è cominciato alle cinque del mattino; dopo il caffè, ho corretto delle didascalie per una mostra artistica(mi aspetta anche una tesi di laurea giuridica…sigh!), pulito la stufa a pellet, svuotato la lavastoviglie, candeggiato il mio vecchio pater disabile, poi in banca, all’asl e, infine, a scuola, dove si consumava l’epilogo della settimana dello studente tra musiche, danze, conferenze(diritto di morte(?), biotestamento, femminicidio, nazi-fasci-shoah, etc…), e recupero per i fragili. Neanche il tempo di un boccone e a corsa ho raggiunto la scuola, dove si sarebbe svolto lo scrutinio dell’alunno domiciliato.

La scuola-caserma, blindata come un’aula bunker, ha molti varchi di accesso, quindi ho indugiato alquanto prima di immettermi in quello giusto. Mi ha accolto un bidello dallo sguardo truce che, a conoscenza della novità, ha indicato con l’indice l’ala dell’edificio, dove avrei trovato l’ascensore. Raggiunto il quinto piano, grazie alle indicazioni di alcuni docenti che stazionavano davanti al distributore di bevande, mi fiondo nell’aula designata per lo scrutinio. E qui la sorpresa. Quindici corpi intorno a un lunghissimo tavolo rettangolare costituivano il Consiglio di classe; da questo si dipartiva un’altra protuberanza umana, formata da due corpi-cervelli, il vicario, che presiedeva la seduta, e un tecnico informatico, che gestiva il mostro telematico Argo. Un’altra appendice umana giaceva su delle poltroncine ai margini della sala. Avrei scoperto, poco dopo, che erano i colleghi che hanno condiviso con me l’esperienza domiciliare. Disseminati qua e là nella grande sala corpi-mummie attendevano il loro turno di scrutini. Credo di essere rimasto in piedi per cinque-sette minuti prima che il vicario, o qualche altro corpo, mi facesse cenno di accomodarmi, dopo essersi accorto della mia ombra. Lo scrutinio è scivolato via come l’acqua di un torrente, ma quando io e i colleghi esterni abbiamo appreso che non avremmo firmato il tabellone dei voti e non saremmo stati registrati sul verbale poiché il mostro Argo non prevedeva un consiglio elefantiaco, è successo un parapiglia verbale, che, dopo consultazioni varie e la caparbietà di una collega, disposta a chiamare un ispettore dell’USR pur di far valere la nostra presenza, si è risolto con umili scuse di Canossa da parte del vicario, che ha dichiarato che per lui era la prima volta di un’istruzione domiciliare.

Noi, esterni, lo abbiamo perdonato. Forse perché quel consiglio ha destato in noi tutti tanta, ma tanta pietà. Nessuno di loro ha mai aperto una discussione sui singoli allievi. Voti, voti, voti. E tante promesse di bocciature che, a detta di una predicatrice lì presente, diventeranno a giugno tante, ma tante magiche promozioni con non troppe magiche pratiche di magia.