Identità primaverili

Ho tribolato non poco stamani per scaricare, attraverso l’identità digitale, dal sito del Miur gli ultimi spiccioli della carta del docente, in verità una sommetta di 81 euro, che ho speso presso Il libraccio acquistando dei libri utili al mio lavoro di insegnante; tra gli altri ho scelto un’autobiografia e I soliloqui di Betlemme di Giovanni Papini*(oggetto del mio studio pasqualino e post-pasqualino )e un saggio del professore Antonelli sulla volgare eloquenza in ambito politico. Ad onor di precisione il sito del Miur funziona bene, il problema è farsi riconoscere, infatti, per farla breve, ho dovuto scaricare sullo smartphone l’app delle Poste e creare un ulteriore codice perché mi fosse consentito l’accesso. Nel frattempo ho registrato su un calepino tutti i passaggi necessari per l’accesso futuro, ammesso che la carta del docente sia fruibile anche l’anno prossimo scolastico e le regole di accesso restino le medesime di oggi. Attualmente l’identità digitale è lo zoccolo duro per tutte le società, che offrono servizi in rete, nonché per i mortali utenti, oggetto, sempre più frequentemente, degli attacchi dei pirati virtuali. Comprensibile, pertanto, lo sforzo di blindare in modo certosino le chiavi di accesso ai vari siti. La sensazione prevalente che se ne riceve è comunque di insicurezza: più lucchetti, più pirati specializzati. Meglio non pensarci! Godiamoci due identità primaverili poetiche!

RENZO PEZZANI

Giovanni Papini


È certo la primavera la stagione più triste dell’anno. Ondeggia, incespicante e trasognata tra la bianca severità dell’inverno e la focosa maestà dell’estate, come una “donzelletta” acerba che non è più vera bambina e non è ancora donna fatta. È ridotta, perciò, alle malfide risorse del doppio gioco. In certi giorni un baccanale di sole indora e accende tutte le cime e tutte le superfici, e un’improvvisa afosità simula ipocritamente la gialla offensiva del giugno. Ma poi, il giorno dopo, sipari di nuvolone seppiacee si calano sugli orizzonti come gramaglie, il vento settentrionale uggiola e morde, i piovaschi impazziscono in furori diluviali, i fiumi aprono brecce nelle ripe, sui monti si ammonta un’altra volta la neve, tardiva ed intempestiva, e le prime erbe dei prati, stupite e strapazzate, vorrebbero rientrare sotto la terra. Passata la furia boreale, tornano le giornate grigie e accidiose, con qualche golfo di azzurro che subito si richiude, le strade fradice e sudice, i muri bollati di gore umide, i fossi colmi d’acqua lotosa. Eppoi, in pochi meriggi, tutto s’asciuga, tutto s’infiamma, tutto arde, tutto si riscalda e ci s’accorge, con mortificante sorpresa, che la primavera è finita, senza aver potuto godere, meno che pochi istanti, le sue incantate e decantate meraviglie. (Giovanni Papini)

Di mense pasquali e pasqualine

Incisiva e indimenticabile questa Pasqua 2019. Non sarà facile cacciarla nel dimenticatoio, ma non fidando nella mia memoria, ne lascio segno e sigillo qui, nella mia seconda casetta.

Intanto la veglia pasquale, a cui non partecipavo da almeno quattro anni; dopo che la madre si è ammalata di demenza senile, Marianeve non è più stata compagna di veglie pasquali e natalizie e io, dal mio canto, facendo trionfare la pigrizia, ho rinunciato a parteciparvi. Vent’anni fa sarei corso in chiesa anche da solo, oggi ho bisogno di una spinta esterna; quest’anno me l’ha data una responsabile liturgica, che mi ha appioppato, col mio consenso, la sesta lettura della veglia pasquale(in totale sono 8 le letture), conseguentemente, anche se avessi voluto rinunciare o mi avesse afferrato la tentazione della poltrona comoda di casa, avrei fatto una figuraccia. La veglia è stata fisicamente estenuante, essendo durata tre ore, ma in compenso me la sono vissuta, direi con eccessiva emozione, dal secondo banco. Una veglia ai limiti della controriforma storica, puramente teologica, senza additivi politici e sociali. E poi col mio parroco non si corre questo pericolo. Canti tradizionali, alcuni in latino, nuvole di incenso ed effluvi di fiori freschi da provocare qualche mancamento fisico. E le campane a festa e alleluia da rintronare.

Poche ore dopo l’altra sorpresa pasquale. Poco prima del pranzo si è presentato un mio cugino siculo-calabro-milanese, che non vedevo da 37 anni. Non starò qui a raccontare la sua tragica e avventurosa vita, ma sono occorsi pochi minuti per ritrovarsi e riconnettere sul filo della memoria le nostre vite. Quarantenne scapestrato, con una separazione alle spalle e una figlia adolescente, Nazario dagli occhi sempre vividi e curiosi del mondo si è concesso una vacanza alla ricerca delle sue radici, mettendo a soqquadro l’intera Sicilia, e anche un pranzo di Pasqua al punto che per l’emozione mi si è cucita la bocca.

Per completare il quadro, anche il pranzo dell’Angelo non è stato meno particolare, perché il mio fratello maggiore, agnostico per cultura, mi ha dato una lezione di umanità e cristianesimo autentico, invitando a pranzo suoi conoscenti in evidente disagio(economico, sociale, affettivo): un signore maturo di origine tunisina che fa il garzone presso un fornaio, una giudice in pensione, la cui vita dipende da un respiratore, una nonna col nipote aspergeriano e, per finire, una badante lituana senza famiglia. E chiaramente non poteva mancare il cugino ritrovato. A parte la mia famigliola.

Si può scordare tutto ciò?

Sepolcri 2019

Quest’anno mi piace postare le foto dei Sepolcri, ma modificate da un editor. Trasfigurare è anche immaginare.

Crisi generale di sgomento

La finestra di oggi è una dolorosa veduta di Notre Dame Herbert Katzman, 1948

Veduta di Notre Dame Herbert Katzman, 1948

È davvero esecrabile a tutti i livelli il falso sgomento generale davanti all’incendio della cattedrale di Parigi. In una cultura globale, che mortifica continuamente il passato inneggiando all’utile economico, mi è difficile credere alla sincerità di certe esternazioni, anche di persone autorevoli. Ne è prova la scuola, che ha perduto quasi del tutto la funzione di trasmissione culturale che, se non l’unica, è comunque fondamentale per il mantenimento in vita della memoria storica e artistica. A questo punto non so se mi abbia amareggiato più il coro lamentoso dei tanti cultori di Notre Dame, nutriti di sentimentalismo alla Esmeralda, o l’incendio della cattedrale in sé. Di sicuro c’è che la ricostruiranno. Non siamo, d’altro canto, in Italia(vedi Genova e sorelle), ma in Francia.

Il “presepe” pasquale

Ho scoperto che esiste anche il presepe di Pasqua, così come l’albero. Lo chiamano Diorama. Le foto ne ritraggono aspetti salienti. Bravo l’artista, che lo ha realizzato. Se ci si sofferma sui particolari, si nota che le statuette sono di diversa fattura, frutto più di un assemblaggio estemporaneo che di creazione di una sola mano: per esempio il soldato romano pare un bimbo e la Madre addolorata è la tipica statua usata nelle processioni lagrimose della tradizione pasquale. La scenografia generale fa, però, il suo effetto armonioso, quindi si può plaudere almeno allo sforzo del realizzatore.

Diorama
Albero di Pasqua
Ultima cena
Cristo alla colonna
Crocifissione
Resurrezione