Femori e santini

Santini per tutti! Santini della monaca beata* alle malate della stanza: una novantenne col femore fratturato, una disabile afefobica e una cinquantenne col piede sfracellato. E, come se non fosse bastato, aveva percorso, Marianeve, anche la corsia maschile, dove sospettava fosse ricoverato un poliziotto, che lei giurava di aver visto appostato in una delle vie del paesello in posa da investigatore. Aveva riempito di santini anche le tasche delle gabbanelle di medici e infermieri di turno, non prima di aver con loro litigato furiosamente per eccesso di amor filiale verso la madre, degente anche lei per un femore fratturato. Non solo la demenza degenerativa galoppante a rendere la vita quotidiana un inferno, la vegliarda si era pure procurata una frattura al femore. Forse uno scherzo voluto dal destino per inchiodarla ad un letto d’ospedale e sedare per un po’ la sua aggressività.

Ultimamente la madre di Marianeve era passata ai fatti, dall’aggressività verbale a quella fisica il salto era stato repentino. Le tre badanti erano per lei delle femmine di strada, così le apostrofava nei momenti parossistici; ad una aveva anche lanciato una sedia, afferrata di scatto in un momento di assoluta tranquillità. Ad un’altra aveva sferrato un calcio, mentre riservava i morsi alla figlia, non senza qualche ricciolo incollato alla mano scheletrita dall’artrosi.

Una sera si superò il segno. Mentre Marianeve era indaffarata a sparecchiare la tavola, la vegliarda si lanciò fulminea sulla figlia per afferrarle la folta chioma riccioluta, ma la foga dello slancio fu tale che, perduto l’equilibrio, quasi le si fossero impigliati i piedi in una trappola invisibile, atterrò proprio sul femore sinistro, provocandone la rottura. Dopo le urla dell’invasamento, quelle del dolore lacerante. Seguirono la guardia medica, il 118, il pronto soccorso, la degenza per dieci giorni e poi l’intervento, complicato dalle pastoie burocratiche della malattia degenerativa.

Marianeve, a onor del vero, è stata eroica, rivelando una forza di spirito e di fisico non si sa dove ben nascosta. Ha assistito la madre per ben dieci giorni quasi continuativamente, lasciandola sola soltanto per rinfrescarsi sotto la doccia a casa, ma subito dopo ritornava spedita in ospedale; durante le visite mediche veniva, giustamente, sbattuta fuori dalla stanza, ma vi si imbucava facilmente grazie alla complicità di qualche pio operatore sanitario. Nei lunghi momenti di pausa giornaliera, anziché rintanarsi a casa per riposare, o percorreva il lungomare sotto il sole estivo o si ristorava lo spirito chiudendosi in preghiera nella cappella annessa all’ospedale. Il pranzo era garantito, in qualche modo, dalle pietanze lasciate intatte dalla vegliarda, anche perché questa si nutriva soltanto di flebo, serrando la bocca ad ogni tentativo di farle masticare briciole di cibo. Per la notte Marianeve si costruiva un giaciglio parallelo al letto della madre: stendeva per terra un piumone piegato in modo tale da formare un materasso e vi si rannicchiava, cercando di rubare sonno ai lamenti improvvisi dei degenti; alle 6 del mattino la stanza tornava in ordine e ricominciava il ciclo quotidiano.

Dopo le dimissioni ospedaliere, la vegliarda non è tornata a casa, ma è stata trasferita in un reparto di lungodegenza, dove si spera possa riabilitarsi a camminare; il percorso sarà lungo, anche perché è visibilmente debilitata. Intanto Marianeve è tornata a casa e al lavoro, ma giornalmente alle cinque del pomeriggio va lì a vigilare, distribuendo santini ai parenti, agli amici degli altri malati e agli amici degli amici.

*Si tratta di una beata, a cui Marianeve è assai devota.

8 pensieri su “Femori e santini

  1. Povera Marianeve, vorrei avere un santino di Rita da Cascia (specializzata in grazie impossibili) per darlo a lei! Durante le mie lunghe degenze ho avuto il (dis)piacere di avere una copia quasi esatta di sua madre nella camera, e per noi degenti sono state notti davvero inquiete, mentre urlava stranissime storie incomprensibili dove comunque era pieno di “femmine di strada”, ma chiamate in modo assai più brutale e i medici cercavano di non sedarla per tanti ottimi motivi, ma non ti dico il tormento. Il figlio comunque era tutt’altro che assiduo, e anzi l’impressione era che se ne fregasse. Cosa anche comprensibile sul pioano umano, ma certo Marianeve ha dimostrato ben altro spessore. Spero che la beata assista soprattutto lei, che ne ha davvero bisogno in questo periodo!

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  2. Praticamente è tutta la vita che accudisco gli anziani di casa ma con mia madre novantenne è una battaglia continua. Sono invecchiata anch’io e sono stanca tanto stanca. Le badanti costano e quindi bisogna arrangiarsi. Non è giusto vivere sempre la vita degli altri.

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  3. Purtroppo conosco fin troppo bene la situazione, e Marianeve ha tutta la mia solidarietà (anche se, forse, avrebbe più bisogno di un aiuto. Fattelo dire da chi, causa badante pazza, non-dorme da sua madre da una settimana)

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