I “componenda” italo-siculi del Birraio di Preston

La morte di Camilleri e lo straparlare che ne hanno fatto i media mi han fatto sorgere il desiderio di riprendere la prima opera che ho letto di lui,Il birraio di Preston, un lungo racconto, che l’autore ha definito romanzo, pubblicato da Sellerio nel 1995. Si tratta, in verità, di un libro di cui mi sono indebitamente appropriato, imprestatomi da un voracissimo e compulsivo lettore che, nella foga appassionata delle sue letture, ha scordato di richiederlo indietro.

Intorno al birraio si coagulano gli interessi, non sempre nobili, dei personaggi, nonché i loro pregiudizi: il prefetto Bortuzzi, ritenendo che i Siciliani siano un popolo di ignoranti, impone ai Vigatesi l’opera di Ricci, facendo valere a tutti i costi la forza autoritaria della Legge; dal canto loro i Vigatesi, soprattutto i melomani riuniti nel circolo cittadino “Famiglia e progresso”, ritengono un’offesa infamante sia tollerare gli ordini di Bortuzzi, prefetto di Montelusa con giurisdizione su Vigata, sia assistere alla rappresentazione dell’opera di un illustre sconosciuto, Luigi Ricci, peraltro accusato di scopiazzare le opere dei grandi musicisti. All’ombra dei due poli oppositivi(Bortuzzi-Vigatesi)si muovono altri personaggi, che tentano di sfruttare la situazione soltanto per raggiungere i loro scopi personali o politici: è il caso del mafioso Don Memè, che su istigazione del prefetto organizza dietro le quinte la buona riuscita dell’inaugurazione del teatro, e dei congiurati mazziniani, che vogliono approfittare del malcontento dei Vigatesi per far scoppiare una rivolta contro il novello Stato italiano. Il risultato di quest’ordito di forze sarà l’incendio del teatro proprio durante la prima dell’opera di Ricci, cui si salderanno con grande abilità narrativa da parte di Camilleri scene di eros, rappresentate con gusto descrittivo barocco, di omicidi, con l’immancabile investigatore di fattura pre-montalbaniana, e di una strampalata invenzione, quale un marchingegno spegni-fiamme, che il lettore vede in azione nell’incipit dell’intreccio. In concreto, come afferma Camilleri in calce al romanzo, l’opera può essere letta anche a partire da un capitolo centrale, poiché dal nucleo dell’intreccio il lettore può spostarsi, non sempre agevolmente, da un capitolo a un altro, senza che sia modificato il senso della trama. La specificità letteraria del birraio è la possibilità per il lettore di muoversi in avanti o indietro lungo l’asse della narrazione e al contempo di gustarsi autonomamente ogni singolo capitolo, dal momento che in ciascuno di essi si sviluppa una storia che è insieme autonoma nel significato in sé(è il caso per esempio del dominio dell’eros o della cronaca poliziesca)e dipendente dal focus narrativo. Una storia, perciò centrale, con altre microstorie, di cui vengono esaltati i momenti salienti; in ciò si può ravvisare, a mio parere, la mano dello sceneggiatore e regista Camilleri.

La lettura del romanzo Il birraio di Prestonè un’autentica delizia per un lettore siciliano, non tanto e non solo per l’italianizzazione del dialetto siciliano*, e dei vari dialetti in genere, quanto per il tema fondamentale, a mio parere, che ne sostiene l’impalcatura ideologica: la riottosità storica, culturale, e direi antropologica, dei Siciliani, verso ogni forma di imposizione che provenga da un’autorità non considerata come tale, e di cui il processo di unificazione nazionale è stato metafora e insieme simbolo. Fa da pendant, a sua volta, il tema del pregiudizio da parte del neonato Stato italiano verso il popolo siciliano considerato alla stregua di una bestia ignorante da domare con ogni mezzo e a tutti i costi. Perciò dietro la narrazione briosa, ironica e accattivante del Camilleri del Birraio c’è un fondo di riflessione storico-sociale che fortunatamente mai diventa dramma amaro. C’è poi un tema, che corre parallelo al primo e che accomuna indistintamente gran parte del panorama politico italiano pre-unitario e post-unitario fino ai nostri giorni, ossia il muro di incomunicabilità sospettosa tra centro e periferie dello Stato e viceversa, cui si aggiunge l’incapacità storica delle forze politiche di convergere sul senso da attribuire al bene collettivo di una comunità statale, seppure cucita storicamente male. Ma queste son riflessioni, che scaturiscono nella mente del lettore nella fase meditativa e che nulla tolgono alla bellezza ariosa e vitale del romanzo di Camilleri. Rimangono scolpite nell’immaginario del lettore tre scene, a mio parere, magistrali: quella relativa al piccolo Gerd Hoffer, il cui padre autoritario, inventore del marchingegno spegnifuoco, puntualmente ogni mattina ispeziona il letto del figlio per verificare che non sia zuppo di urina, la reazione irriverente e ironica dei Vigatesi alla rappresentazione del Birraio, e infine la corte di Gaspàno a Concetta Riguccio vedova Lo Russo con annessa descrizione del loro amplesso tramite una metafora marittimo-marinaresca.

*Sulla lingua di Camilleri è stato detto abbastanza; da più parti si sostiene che egli abbia inventato una nuova lingua. A mio modesto parere, Camilleri si è limitato a italianizzare alcune parole dialettali già in uso in Sicilia, che risalgono tra l’altro a una illustrissima tradizione greca, romana, araba, francese, spagnola et cetera; ne ha modificato soltanto la fonetica vocalica e, laddove lo abbia ritenuto opportuno, anche quella consonantica secondo le leggidell’italiano. Da qui a parlare di nuova lingua in senso stretto ne passa. Semmai è una nuova lingua letteraria che nobilita il dialetto siciliano, o forse è meglio dire i vari dialetti locali, siciliani e non. Operazioni linguistiche sperimentate da altri autori della nostra tradizione letteraria. 

10 pensieri su “I “componenda” italo-siculi del Birraio di Preston

  1. Lo “straparlare” mi trova d’accordo. Come penso di condividere con molti la noia per la presenza insistente dello scrittore alle “presentazioni” degli episodi di Montalbano, replicati fino allo sfinimento. Al punto da surclassare l’altra icona del primo canale, don Matteo…
    Non conosco questo romanzo di Camilleri. Però, dopo che Montalbano, divenuto ripetitivo e stucchevole, mi aveva stancato, ho trovato godibilissimi “La mossa del cavallo” e “La scomparsa di Patò”. In entrambi domina l’ironia e la descrizione degli intriganti rapporti umani regolati dalle convenienze ( per non dire ipocrisie) sociali/politiche. E l’astuzia che se ne prende gioco.
    Diciamo che non stimo Camilleri come scrittore eccelso, ma che abbia saputo essere accattivante e divertente non si può negare!!

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  2. Ornella, devi sapere che a me piace di Camilleri tutt’altra produzione; apprezzo i romanzi con protagonista Montalbano, ma senza la mitizzazione dei media, che per gran parte hanno contribuito al successo dello scrittore e della serie televisiva.
    Concordo con la tua affermazione “In entrambi domina l’ironia e la descrizione degli intriganti rapporti umani regolati dalle convenienze ( per non dire ipocrisie) sociali/politiche. E l’astuzia che se ne prende gioco”. Questo è tra gli aspetti che più mi attraggono delle storie del tragediatore, la capacità di mettere a nudo gli esseri umani con ironia.
    Per quanto riguarda il considerare “eccelso” un autore, parto sempre da considerazioni linguistiche prima e contenutistiche dopo. Credo che Camilleri sia già un classico, al di là dei gusti personali.

    @Betty, ricorrerò a qualche esempio.
    TRASUTO=ENTRATO, deriva dal siciliano tràsiri, ossia entrare; a sua volta trasiri deriva dal latino transire, trans+ire, ossia passare al di là, che in siciliano assume il significato di entrare.
    ADENZIA=ASCOLTO, CURA DELL’ALTRO, deriva dal latino AUDIRE, ascoltare, che in siciliano si è caricato di una valenza affettiva, quindi dare ascolto e prendersi carico dell’altro. Nell’agrigentino, infatti, esiste il culto della Madonna dell’Udienza.
    MIDICANO=AMERICANO, parola formatasi per aferesi della a iniziale(miricano), oscuramento della e in i, sostituzione della D con R tipica dell’agrigentino.
    Pioveva ad ASSUPPAVIDDRANO= pioggerella, pioveva lentamente e poco, deriva da due parole, assuppare e viddrano; la prima è la resa in siciliano di “imbeversi”, la seconda dal tardo latino “villanus” nel senso di contadino, abitante della “villa” rustica(luogo di campagna dove si produce). In Sicilia si adopera l’espressione per indicare una pioggia leggera e lenta, utile al contadino più di quella alluvionale, che invece distrugge e sradica le coltivazioni.

    E’ chiaro che si tratta di nuove forme linguistiche ad uso e costrutto di Camilleri, ma considerarle nuove come acquisizioni del patrimonio linguistico comune mi pare fuori luogo. In tal senso ho scritto la postilla finale sulla lingua di Camilleri.

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    • Eppure “Il Birraio” non dovrebbe essere difficoltoso. Comprendo benissimo le tue riserve e mi chiedo come mai tanti lettori non siciliani riescano ad apprezzarlo, pur non conoscendo la lingua e il dialetto siciliani. Temo che molti conoscano Camilleri tramite il surrogato televisivo e non attraverso la lettura diretta dei testi.

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      • Sono d’accordo…la cosa peggiore è che molti di coloro che hanno visto Montalbano alla t.v. sono convinti di conoscere Camilleri anche come scrittore!
        Magari se trovo “Il Birraio” ci riprovo. Grazie per il suggerimento.
        A presto.

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  3. Ho letto un libro solo di Camilleri, non ricordo il titolo, l’ho abbastanza gradito nonostante il particolare linguaggio, che non ho trovato poi così difficile.
    Ma quello che mi mortifica è ciò che è già stato detto nei commenti: che il grande cordoglio suscitato dalla morte dello scrittore sia dovuto alla serie televisiva. Gli italiani, lungi da essere un popolo di lettori, sono un popolo di fruitori televisivi.

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  4. @Gipsy, è così, infatti qualche anno fa, mentre mi trovavo a Scicli, uno dei luoghi di ambientazione della serie, ho appurato che la cittadina, splendida perla del Barocco, è diventata meta di turisti anche per la visita dei luoghi e delle scene. Un’industria televisivo-turistica. Di positivo ci sono le entrate economiche.

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  5. Di Camilleri ho letto parecchio di entrambi i rami e mi è sempre piaciuto parecchio. La lingua non è difficile da seguire – ho fatto leggere un paio di racconti in classe e ne sono venuti tutti a capo abbastanza bene. Ho molto apprezzato quella capacità che ha di tenere il lettore minchiodato, del tipo “ancora un altro capitolo poi spengo la luce”. L’importante è +, quando lo leggo, avere a portata di mano un buon piatto di pesce, possibilmente ben fresco…

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