gretine e gretini

i gretini sì, anche i miei studenti domani si mobiliteranno in versione gretina. I maggiorenni, in linea con l’auspicio ministeriale, si sono limitati a comunicarmelo, i virgulti, invece, hanno mostrato qualche faccia indecisa e un dolcissimo imberbe mi ha anche invitato ad esprimere il mio parere. Ma, com’è mio costume, soprattutto quando si tratta di adolescenti appena sbarcati dalla scuola media, mi sono limitato a leggere la circolare e il sunto della delibera collegiale. Poi ho semplificato per amore di chiarezza. Chi vorrà partecipare dovrà accodarsi al gruppo di tutti gli studenti, che hanno formalmente espresso di partecipare alla manifestazione. I rappresentanti d’istituto registreranno i presenti alla manifestazione, onde evitare che l’iniziativa si trasformi in un giorno di vacanza. Noi(prof), invece, saremo a scuola in servizio, pronti ad accogliere quei dissidenti, che non vorranno aggretinarsi, preferendo al corteo domina dominae, potenze, equazioni e ominazione…Qualche collega coraggioso porterà con sé alla manifestazione, sotto la propria responsabilità, intere scolaresche. Sono scelte e meritano il massimo rispetto. Il valore supremo resta sempre la libertà.

Partenza, via!

Le lezioni sono entrate nel vivo, o quasi. I primini mi chiedono quando studieranno latino e non comprendono che già lo fanno, ma in modalità-prerequisiti. Oggi mi sono permesso di chiamare a sorte alla lavagna due virgulti, onde verificare fossero in possesso di nozioni-base della sintassi italiana. Il vuoto, o quasi. Tremebondi, spaesati, alienati… aggiungerei. Li ho dovuti rassicurare e così la lezione si è trasformata in un sostegno psico-grammaticale. Mi hanno mosso dentro una tenerezza indefinibile e ho messo a tacere la tigre ruggente, le cui zampe avevan già pronti all’uso gli artigli della ramanzina. È fuggita via un’ora soltanto perché si chiarisse la differenza tra predicato verbale e nominale. A fine lezione ho assegnato due esercizi, ma soltanto due gli alunni con il libro di testo. Come fare? Ricorrere alle fotocopie? Prontamente una virgultona assai sveglia alza la mano e chiede di parlare.

Professore, se permette, posso fotografare la pagina degli esercizi e inviarla al gruppo whatsapp della classe, così tutti possiamo svolgere gli esercizi.

Detto, fatto. Domani così potrò correggere gli esercizi. Gli alunni propositivi son sempre benvenuti e conquistano subito la mia simpatia, ma il dato più sconvolgente è che l’allieva ha trovato una soluzione, che era a portata di mano, e di occhi, e che io non sono riuscito a vedere.

La scuola è cominciata.

“Sbarazzu”

Félix Valloton, Pont sur le Béal

Soltanto a pochi giorni dall’inizio delle lezioni che quest’anno, come già lo scorso, cominceranno il 12 settembre, si è concluso il tira e molla delle cattedre, il cui autore, dopo averle criptate per giorni come se si trattasse di una password per home banking, le ha squadernate pubblicamente in sede collegiale. Personalmente avevo ben poco da temere grazie alla santa e benedetta continuità, ma restavano in bilico alcune ore che, dopo appello ai numi tutelari della graduatoria d’istituto, si son epifanizzate in forma di latinorum, il che, in una prima classe, non mi spiace. Ma una prima è sempre una prima e, se si considera il processo di ospedalizzazione coatta che è stato imposto alla scuola italiana(pare, infatti, che le nuove generazioni, a parte le loro croci familiari e personali, vivano angosciosamente l’ingresso nella scuola superiore e necessitino di cure e attenzioni specifiche), non c’è tanto da starsene allegri. Fa ridere, invece, la ricerca ossessiva da parte dei colleghi di quei libri di testo, che in gran quantità giacciono come copie -saggio nelle retrovie delle biblioteche personali, da destinare a figli, nipoti, cugini, pronipoti, zie, nonni e trisavoli; prova ne è la messaggeria della chat di whatsapp, che abbonda di foto e pdf con tanto di titoli e case editrici. A meno che io non li abbia adottati, ne sono assai prodigo, perché non solo non m’interessano, ma ho pure la possibilità di liberarmene prontamente. In tal senso settembre è per me un mese di sbarazzu*: via i libri scolastici che non userò, i file che mai più utilizzerò, le fotocopie in eccesso di tanti documenti diventati improvvisamente anacronistici(vedi i saggi per lo scritto d’italiano), via il caldo indiano asfittico da Passaggio in India e soprattutto il condizionatore! Settembre 2019, infatti, si apre sotto gli auspici di una pioggia benefica e finora non troppo violenta per fortuna. Proprio mentre scrivo, il rombo dei tuoni si fa sempre più tenue e le stoppie abbrustolite dall’afa estiva biancicano sotto i raggi settembrini per la recente pioggia. Per i primi giorni di scuola saranno così preservate le ghiandole sudoripare di tutti e nelle aule si potrà soggiornare, grazie anche all’orario ridotto, freschi e pimpanti.

*Sbarazzu è un sostantivo che indica in siciliano l’azione dello sbarazzarsi di qualcosa di ingombrante. Non credo che in italiano sia attestato come sostantivo.

Come su spilli e ruvidume

Domani 2 settembre, com’è noto, si celebra il Capodanno degli insegnanti e, perciò, mi pare doveroso augurare a tutti i colleghi, blogger e non, un fruttuoso anno scolastico. Poiché io non trovo le parole(sembra che mi sia tagliato la “lingua”), uso quelle di una collega, che insegna ai piccolini. Mutatis mutandis, la sostanza non cambia.

“Le lancette tra poco segneranno sull’orologio l’ora, quella della campanella. E loro, che se la giocano centimetro meno centimetro piú sul metro, con zaini pesanti di libri, curiosità e monellerie torneranno. Chiassosi come barbari in discesa dalle Alpi, torneranno su sedie piccole e banchi a misura di libri, matite e gomme, che di gomme e matite non se ne salverà nessuna, anche fossero le mie. Anzi, proprio e anzitutto le mie.

Scueti, come su spilli e ruvidume, staranno in silenzio. Cinque minuti di silenzio. E poi ‘posso andare in bagno?’ che pare la Mecca per i musulmani e poi ‘ho perso la penna’ risucchiata dal buco nero di Hawking; e poi ‘mi gocciola il naso’ che pare la conduttura di una città intera e poi ‘sto per starnutire, sto per starnutire’ cosí in pieno viso; e poi ‘ti voglio bene’ di nutella su faccia gomiti e caviglie e poi ‘lui, mi ha fatto male’ ma é subito subito pace.

Io starò di meraviglia a vedere. A guardarli.

E vedrò le loro mani piccole di sei anni stringere matite e penne e segnare le prime linee sul quaderno bianco. Linee che diventeranno lettere e sillabe e parole. Frasi. Buone come quelle degli innamorati; buone come quelle dei superstiti; buone come quelle dei matti.

Vedrò mani piccole di sei anni e i primi numeri. Quelli che poi si uniscono e poi si sottraggono e poi si moltiplicano e poi si dividono e diventano tanto e diventano meno. E che poi sanno contare tutti i bambini che sono nel mondo e tutti i panini che servono perché nessuno di loro pianga, di fame; che poi sanno contare tutti gli uomini che sono nel mondo e tutti i fazzoletti che servono perché nessuno pianga, di dolore.

Vedrò occhi all’inverosimile aperti su libri di lettere. E prima saranno solo vocali.
A di Ape, E di erba, I di imbuto, O di orso, U di uva. Così da sempre.
Fosse stato mai – dico io – A di amore per promettere un mondo a misura della meraviglia; E di errore da sempre in rosso come i re che fanno cose grandi; I di insieme, che da soli magari si arriva prima ma anche scontenti; O di ostacoli, che si superano e fanno forti anche i fragili; U di unione, che non è divisione, che non sono muri.

Vedrò occhi, quindi, aperti su libri di numeri. E saranno l’uno che sei tu, il due che siamo insieme, il tre che c’è l’amico in piú, e poi si unisce il quattro, cosí fino a cento e poi a mille di mille. Un paese. Una città. E poi il mondo intero.

Vedrò bocche di sorpresa che si fanno aperte a ripetere le poesie, tante a memoria, di rime abbracciate – che sono innamorate. Ed è, quindi, il gioco delle parole. Tutte capricciose e divertite e potenti; irriverenti e strampalate e matte sí, proprio matte. Che ci becchi il soldatino che se ne va a far la guerra ma che poi si innamora della ballerina e la guerra non la fa piú; che ci becchi galline e pulcini e mucche e asini e pecore, che tutte sono tante e neanche ci stanno nella vecchia fattoria di quello lí; che ci becchi i numeri pure quelli nuovi che Rodari usò per contare l’allegria e la fantasia; che ci becchi il triangolo da sempre un po’ appuntito e il cerchio da sempre chiuso in sé e che poi perfetto, secondo me, non lo è.

E poi io resterò di meraviglia a vedere.

Me li vedrò piccoli di uomini e donne che saranno. Diventeranno i migliori. Tutti, uno ad uno, nessuno escluso. E saranno scueti, come su spilli e ruvidume, senza mai piegarsi. E saranno scueti, e che Dio li benedica, a pretendere una sedia, un banco, insomma un posto. E saranno scueti e non si fermeranno mai. Avanti, sempre avanti a far il meglio, il loro meglio, anche se all’inizio pare peggio.

Me li vedrò cosí. E resterò di meraviglia a guardarli. Scueta anche io insieme a loro.
Loro piccoli di uomini e di donne che saranno. Io donna di bambina che sono.

E speriamo che io domani, alla prima sveglia, me la cavi”. Consuelo