L’intarsio letterario: la fontana dei Capece-Montaga

Eravamo tutti là, presso la fontana arida. La sosta imprevista e le parole e l’aspetto del tormentato e la solennità del luogo chiuso e la freddezza argentina della luce che vi pioveva dall’alto e l’imminenza della metamorfosi parevano conferire a quella vecchia cosa inerte quasi il mistero d’un’opera di magia. La mole marmorea – componimento pomposo di cavalli nettunii, di tritoni, di delfini e di conche in triplice ordine – sorgeva innanzi a noi coperta di croste grigiastre e di licheni disseccati, biancheggiante qua e là come il tronco del gàttice; e le sue molte bocche umane e bestiali parevano quasi aver conservato nel silenzio l’attitudine della liquida voce ultimamente prodotta.

– Scostatevi – soggiunse Anatolia chinandosi verso un disco di bronzo che chiudeva un’apertura circolare nel lastrico presso il margine del bacino inferiore. – Do l’acqua.

Ed ella mise le dita nell’anello che sporgeva dal centro del disco e tentò di sollevare il peso; ma, non riuscendo, si rialzò invermigliata nel volto dallo sforzo. Come io le venni in aiuto ed apersi, ella di nuovo si chinò e di sua mano ritrovò il congegno nascosto. Indietreggiammo entrambi, con un moto concorde, mentre s’udiva già borbogliare l’acqua saliente su per le vene della fontana esanime.

E fu un attimo di aspettazione ansiosa, quasi che le bocche dei mostri dovessero dare un responso. Involontariamente io imaginai la voluttà della pietra invasa dalla fresca e fluida vita; finsi in me medesimo l’impossibile brivido.

Le bùccine dei tritoni soffiavano, le fauci dei delfini gorgogliavano. Dalla sommità uno zampillo eruppe sibilando, lucido e rapido come un colpo di stocco vibrato contro l’azzurro; si franse, si ritrasse, esitò, risorse più diritto e più forte; si mantenne alto nell’aria, si fece adamantino, divenne uno stelo, parve fiorire. Uno strepito breve e netto come lo schiocco d’una frusta echeggiò da prima nel chiuso; poi fu come uno scroscio di risa poderose, fu come uno scoppio di applausi, fu come un rovescio di pioggia. Tutte le bocche diedero i loro getti, che si curvarono in arco a riempire le conche sottoposte. La pietra bagnandosi qua e là si copriva di macchie oscure, luccicava nelle parti levigate, si rigava di rivoli sempre più spessi: – infine gioì tutta quanta al contatto dell’acqua, parve aprire alle gocce innumerevoli tutti i suoi pori, si ravvivò come un albero beneficato da una nube. Rapidamente le cavità più anguste si riempirono, traboccarono, composero corone aergentee di continuo distrutte, di continuo rinnovellate. Come si moltiplicavano i giochi istantanei giù per la diversità delle sculture, crescevano i suoni ininterrotti formando una musica sempre più profonda nel grande echéggio delle pareti. Gagliardi, su la volubile sinfonia dell’acqua cadente nell’acqua, dominavano gli scrosci e gli schianti dello zampillo centrale che frangeva contro le cervici dei tritoni i fiori miracolosi fiorenti d’attimo in attimo alla cima del suo stelo. (G. D’Annunzio, Le vergini delle rocce)

Palpitano pensieri di primavera stanchi

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Ho scritto questo post qualche giorno fa con l’intenzione di pubblicarlo giorno ventuno marzo per celebrare la primavera e la poesia; ma il ventuno, sicuramente per il tempo per niente clemente e per l’uggia di una pioggia minuta e costante, ho dimenticato che fosse il primo giorno di primavera. Lo posto oggi, avendo davanti agli occhi lo stesso cielo cinerino del ventuno.

Nelle ore di questo otium forzato sono frequenti le mie scorribande tra gli scaffali delle biblioteche virtuali alla ricerca di testi mai studiati e ignorati da chi ritiene di avere in mano la direzione del canone letterario. Sui manuali di letteratura, ormai ridottisi ad un copia-incolla generalizzato, vengono proposti agli studenti sempre gli stessi testi e sinceramente, dopo anni di insegnamento, la monotonia comincia a pesarmi, perciò, complice il tempo a disposizione, ho deciso di esplorare le poesie di Canto novo di D’Annunzio. Mi ha particolarmente attratto questo sonetto, che non canta sicuramente un grande tema universale, ma si impone per la tessitura di parole e immagini particolari e per il gioco di mimetizzazione letteraria di citazioni evocative, in cui il poeta abruzzese eccelle. Senza forzature eccessive è possibile leggervi in filigrana Baudelaire(il ronzio dei versi) e Carducci(forse San Martino), ossia innovazione e tradizione, sentimento della modernità e omaggio alla tradizione poetica. L’io lirico è attanagliato da un’arsura insieme fisica(quella della stagione estiva)e spirituale, generata dalla prepotenza della vis poetica, che tenta di trovare un via di fuga dal capo del poeta; la similitudine del turbine lucente di scarabei, che richiama lo sciamare dei versi, immette però il lettore in un’atmosfera di putredine e di morte interiore, quasi di soffocamento nel tedio estivo ed esistenziale. Il travaglio del parto poetico, che sciama senza sosta nel laboratorio cerebrale del poeta, si esteriorizza nella ricerca di refrigerio dalla secchezza sotto le fronde di un indefinito albero, mentre all’orizzonte il mare nel suo moto rivela le sue scaglie lucenti come lame. L’immobilità quasi metafisica della luce viene spezzata dal volo di uno stormo di gabbiani che, dileguandosi per l’aria, trasmettono un stanco palpito di vita che suona come canzoni poetiche, simili a voci di naufraghi che echeggiano da lontano. In quel volo improvviso di gabbiani si libera il canto del poeta, dopo aver a lungo turbinato nel suo capo. Un canto muto, stanco, che non svela però le sue note, così come senza strido volano i gabbiani.

Mi ronzano pe ’l capo sonnolente
in quest’arsura immensa i versi a sciame
senza pietà, qual turbine lucente
di scarabei da putrido carcame.
Io cerco a bocca aperta, avidamente,
un po’ di rezzo qui sotto le rame:
dinanzi, l’Adriatico silente
ha barbagli terribili di lame.
Via ne ’l maligno immobile splendore
de l’aria si dileguano i gabbiani,
senza uno strido, in lunghe righe bianche;
e or sì or no per entro a ’l salso odore,
come voci di naufraghi lontani,
palpitan ali di canzona stanche.
(G. D’Annunzio, da “Canto novo”)

Tg Mel a coronaveneno

Dire che sono profondamente urtato dalle reazioni degli Itagliani-siculi alla semi-quarantena imposta dal decreto governativo è dir poco. Ho visto e sentito e ascoltato di tutto e di più: bufale-audio a tema igienico-sanitario e giuridico, l’inno nazionale intonato dai balconi, come se la lotta al virus fosse la disputa di una partita di calcio, L’italiano di Toto Cutugno, Felicità di Albano e Romina e Azzurro di Celentano, cellulari proiettati al cielo, le cui luci sarebbero state riprese da un fantomatico satellite, un papa che vaga per le chiese di Roma con in mano un mazzolin di sancarlini bianchi e gialli, preti che celebrano messa a porte aperte con i fedeli in semi-assembramento sul sagrato, piccoli esercizi commerciali con più di 5 persone vaganti tra gli scaffali, merce venduta da ambulanti senza il minimo rispetto delle norme igieniche, scioperati seduti sulle panchine che chiacchierano sul bel tempo primaverile, gente che sciama sui lungomari delle città costiere, runner che si spostano chilometri da casa per tenersi in esercizio e reagiscono alle forze dell’ordine, intere cineteche di collegamenti skype o whatsapp dalle tv pubbliche e private che riprendono giornalisti di cronaca a caccia delle ultime nefaste notizie, amici e conoscenti che scambiano quattro chiacchiere davanti al portone di casa…

Non so più cosa vedere, sentire e ascoltare. Dal canto mio, per esorcizzare la paura della malattia e della morte, che non riguarda me, ma le persone che amo, mi sono fiondato a capofitto sulle videolezioni, la lettura e lo studio. Il resto del tempo lo occupo tra la cucina e i mestieri di casa, dato che la persona di servizio è anche lei in via cautelativa quarantenizzata. C’è da lavare, stirare e pulire. Le mie uscite da casa sono rade, anche grazie al fatto che i generi alimentari hanno attivato un discreto servizio domiciliare e quindi non è necessario gironzolare per il paesello alla ricerca di beni di prima necessità. E poi a casa c’è una cambusa da nave da crociera pronta per essere saccheggiata. Per l’ora d’aria ho la fortuna di raggiungere il piano più alto della casa e respirare capientemente aria a pieni polmoni contemplando la montagna e il verde primaverile. Talvolta anche un cavallo imbizzarrito sfuggito al suo custode.

La video-lezione

Dunque… Ho impiegato ben tre ore per avviare con successo la procedura di attivazione delle aule virtuali ufficiali della mia scuola, esperita dal collega super-esperto. A onor del vero, è stata la mia imperizia a tenermi incollato ore davanti al monitor, sebbene le sue indicazioni fossero chiarissime. Indicazioni verbali e iconiche per giunta. E tuttavia, onde evitare errori, ho cominciato ab imis fundamentis, dalla resurrezione di un mio account immerso nelle acque del mare informatico alla messa in opera di una video-lezione. A mettersi di traverso ha contribuito pure il mio antivirus, che si ostinava a bloccare la webcam. Nel frattempo il pc decide che è tempo di aggiornamenti e per errore do l’ok al riavvio, quindi altra perdita di tempo. Dopo tanta fatica pugnace la vittoria: mi sono collegato con i maturandi per provare la video-lezione ed è andata benissimo. Certo eravamo tutti abbastanza straniti, quasi marziani, ma siamo riusciti a comunicare agevolmente. Da domani non più prove, ma si farà sul serio. Si comincerà giovedì con Quintiliano e la lettura di un primo brano della sua opera pedagogica, ma domattina per un’altra classe Petrarca sfrigola già sulla padella didattica.

Incrocio le dita.

L’aula non c’è

Non si può non condividere. Una nuga domenicale simpatica e sdrammatizzante. Complimenti all’autore Sergio Fusaro!