Concimi, talee e pizze

Dovendo per necessità covidiche trascorrere molto tempo a casa(si protrae, infatti, la mia quarantena volontaria)e per spezzare un po’ la monotonia delle occupazioni pseudo-letterarie, sto lisciando il pollice verde e perfezionando le abilità culinarie. Mi sono stati di grande aiuto i consigli degli amici e i tutorial, di cui la rete abbonda.

Sul versante gretinico mi sono dedicato alla concimazione naturale e alle modalità di riproduzione delle piante. Come ingredienti fondamentali per arricchire il terriccio di elementi biologici ho usato acqua, bucce di banane, ricche di fibre, vitamine, potassio, magnesio, e riso. In entrambi i casi ho ottenuto dei liquidi nutrienti, tenendo a macerazione, in distinti contenitori, per 5 giorni, gli scarti delle banane e i chicchi di riso. Il risultato è stato eccellente: non solo i potos hanno prodotto delle foglie gigantesche, ma anche numerosissimi bracci verdi da usare per eventuali talee; gli arbusti sono diventati quasi legnosi e hanno la forza di alzarsi in verticale senza alcun ausilio di sostegno. Anche uno spatifolium, che versava in condizioni critiche, ha rinnovato le foglie ed è fiorito finora due volte. I miei dubbi riguardano, invece, la sperimentazione di una particolare talea; l’impresa è difficile sia perché ho scelto di far riprodurre un particolare arbusto di rosa rampicante, ammantata di spine assai aguzze, sia per il procedimento in sé, mai da me esperito. Non si tratta di impiantare il tipico rametto ficcandolo nel terriccio, ma di far precedere tale operazione da una sorta di radicazione in vitro della durata di 15-20 giorni: ho avvolto il rametto di rosa in fogli di carta da cucina, ho inumidito l’involucro e chiuso ermeticamente dentro un sacchetto alimentare di plastica. Dicono che fra una ventina di giorni il rametto radicherà, pronto per essere piantato in vaso. Perplesso.

In cucina ho sperimentato una sorta di pane in pasta quasi naturale da adoperare come base per la pizza e soprattutto per lo sfincione palermitano. Si tratta di un procedimento laborioso, che può durare 12 o 24 ore, in base al tempo a disposizione. Si impasta 1 kg di farina(semola)con 650 grammi di acqua, sale q.b. e si lascia a riposo per 4 ore; dopo la siesta si aggiungono 2 grammi di lievito di birra e 2 cucchiai di olio di oliva e ogni 30 minuti per 3 ore si lavora l’impasto facendo incamerare aria. A questo punto l’impasto va in frigo per 2 ore coperto da un foglio di pellicola. Terminata la refrigerazione, pirlando si creano dei panetti di 250 gr. e si lasciano lievitare a temperatura ambiente per 3 ore. Si procede quindi con la spianatura e l’aggiunta dei condimenti e poi in forno pre-riscaldato a 240 gradi. Il panpizza cotto risulterà molto morbido e bucherellato al suo interno come fosse emmental e all’esterno con un corposo cornicione, appetibile tanto quanto il resto. Tutto il procedimento si può realizzare in 24 ore, estendendo i tempi e usando farine altamente proteiche, ma sono già faticose 12 ore, figurarsi 24!