TNT

Oggi è stata una giornata amara. Per la seconda volta un pacco da me spedito con TNT non è stato recapitato al destinatario, pur avendo lasciato presidiato dal vicino di casa il luogo di consegna: gli appartamenti di entrambi sono, infatti, attigui. Per evitare disfunzioni ho anche lasciato al servizio giacenza di Roma il cognome del vicino di casa. Invece per la seconda volta alle 19 mi viene comunicato che il destinatario è assente. Per la seconda volta alle 19? Ma è credibile tutto ciò? Com’è possibile che i corrieri vadano sempre alla stessa ora? A mio parere, non so perché, questi corrieri hanno difficoltà ad andare, lasciano che trascorra il giorno e poi scrivono di non aver trovato nessuno a casa. Ciò è avvalorato dal fatto che il quartiere dove consegnare è molto periferico e che il destinatario non è mai stato chiamato al telefono, cosa che in altre occasioni di spedizione con TNT è avvenuta. E’ la prima volta che succede un fatto del genere. La mia ira non è determinata dal costo della spedizione e quindi dal disservizio arrecatomi come utente, ma dalla delusione che ho causato al destinatario. Sento il bisogno di scriverlo qui nel blog, chissà mai che qualche anima pia con ancora un briciolo di senso del dovere e del lavoro possa leggere.

Il noce

Avrei voluto scrivere qualcosa sulla scuola, su come procede la situazione secondo la mia visuale e in base al mio vissuto, ma decido di tacere; penso che siano già troppe le voci che pontificano, spesso anche senza alcuna competenza o contezza. Opinioni e rumores che, anziché dare un contributo, generano panico, confusione e disinformazione. Voglio, invece, parlare di un maestoso albero di noce che, dopo più di 80 anni circa, è stato tagliato e poi sradicato per dare posto a un edificio di recente costruzione proprio di fronte alla mia casa. Per anni è stato il riparo di tanti uccelli e la gioia di tanti passanti che, ad autunno inoltrato, nelle giornate di vento stazionavano sotto la sua chioma per raccoglierne i frutti. Era il noce di tutti, generoso e accogliente. Era la sua voce ad annunciare l’autunno, come se tra i suoi rami suonasse un’orchestra di soli fiati. Dopo mesi, però, una bella sorpresa: a circa cento metri dal tronco defunto, in un terreno incolto, proprio dall’erba, ha fatto capolino un arbusto insignificante che gradualmente ha assunto le sembianze di un novello noce. Non ho avuto dubbi: papà-noce con la complicità del vento aveva trasportato uno dei suoi semi in quel terreno incolto e la natura aveva fatto il resto. Il piccolo noce è cresciuto velocemente, ma anche per lui è arrivata la morte. Una ruspa, la scorsa settimana, lo ha travolto e sradicato. Al suo posto c’è un cartello, che annuncia la vendita di un lotto edificabile. Padre e figlio accomunati dalla stessa vicenda, di cui l’uomo, ancora una volta, è responsabile.

“Lasarta”

Talvolta nell’incontro con i libri si verificano delle strane coincidenze che, soltanto dopo una meditata, seppure vorace, lettura, scintillano come epifanie di senso e suggeriscono un qualche percorso possibile di interpretazione. Ciò penso sia avvenuto all’Orto Botanico di Palermo per la presentazione del libro di Marilena La Rosa, “La sarta”, pubblicato da Mohicani edizioni: tra gli aliti dei giganteschi bambù, in una feritoia verde appena illuminata dalle luci del pomeriggio, i lettori, reali, in carne ed ossa, ascoltavano attenti le relatrici per afferrare un brandello di motivazione in più per accostarsi alla lettura del libro, ma al tempo stesso in quell’anfratto dall’atmosfera letterariamente esotica, senza saperlo, ne pregustavano l’intensità. Realtà e finzione fiabesca, infatti, si intrecciano perfettamente nella tessitura de “La sarta” di Marilena La Rosa, ma l’opera, ad un’attenta lettura, pur dosando gli ingredienti dell’una e dell’altro, non è né una fiaba, né un giallo, ma una dichiarazione d’amore appassionata ai libri e al loro tessuto sartoriale, un’apologia fiabesca della letteratura nella sua funzione rigenerativa di moltiplicare e dividere vite, rappresentarle…viverle. Ne è spia, in modo particolare, la sarta apprendista, Saele, cui la protagonista, lasarta Yumiko, lascia il testimone dopo aver sapientemente confezionato desideri e sogni per il suo atelier umano in un tempo senza tempo e in uno spazio non circoscritto da confini. La fisionomia fiabesca della trama, tinta di un giallo striato di reminiscenze calviniane, potenzia ancora di più il messaggio gnomico contenuto negli “abiti” della sarta e al contempo prova superbamente a giocare con la stessa partitura linguistica del testo: non solo scelte sottoposte a cesellatura, come è stato più volte ribadito dalle relatrici durante la presentazione, ma passate anche al filtro dell’ironia consapevole dell’autrice, che specialmente nei momenti descrittivi ha ridato linfa ad espressioni e moduli letterari che senza il suo personale sorriso sornione sarebbero suonate retoriche. E questo, a mio parere, ad ulteriore conferma dello spirito del libro e del suo messaggio: l’inesauribilità della letteratura, la sua capacità di plasmare storie che adattiamo ai nostri vissuti, che, come abiti, accorciamo, dismettiamo, rammendiamo; e ancora la sua funzione risarcitoria rispetto al vissuto e al reale e, infine, ma non ultima, la capacità di creare mondi nei quali la mente e lo spirito si conciliano, anche soltanto per poco, con il battito del cosmo. Yumiko e la sua creatrice ci sono ben riusciti.

Il suono del vino

Qualche giorno fa ho comprato del vino direttamente in una piccolissima cantina a conduzione familiare. Mentre la vinaia riempiva la damigiana, intrecciando discorsi didattici(costei è anche insegnante, costantemente minacciata di licenziamento dal suo dirigente)con rogne vinifere(l’uva è aumentata di costo, le notti seguenti alla pigiatura si trascorrono in bianco per il timore che i tini vomitino mosto), i miei padiglioni auricolari venivano rapiti dal suono del mosto in fermento, mentre l’olfatto a stento tollerava l’acre soffocante della cantina. Ai saluti ero una mosca ottobrina in attesa della morte invernale.