“Alla falena simile”

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img_4472Credo di averne ammazzate  almeno cinque per assoluta ignoranza delle loro abitudini  colturali, anche se preso da insania passione per le loro infiorescenze; ho finora  giocherellato  soltanto con le Phalaenopsis, che per la forma ricordano appunto delle farfalle( a forma di falene in greco); sono le più comuni sul mercato, infatti non c’è fioraio che si rispetti, o serra o  supermercato, che non abbia a disposizione delle phal da vendere e che solitamente fanno una triste fine a causa dell’ignoranza di chi le regala e riceve e per il tornaconto dei venditori. Le cause più frequenti della loro lenta morte a casa sono ascrivibili al marciume delle radici o del colletto del fusto, a parte chiaramente la temperatura e l’illuminazione dell’ambiente in cui sono poste. Cosi, dopo aver celebrato  le esequie delle phal in mio possesso, crepate quasi tutte per eccesso d’acqua e per i trucchetti dei fiorai, dopo essermi documentato un minimo con esperti disinteressati al lucrimonio del verde, ho deciso di ammazzare le ultime due con le mie mani; se dovessero anche queste marcire, potrei dire orgogliosamente di essere stato io il mandante volontario di tale delitto e forse chiuderei il capitolo delle orchidee in casa. Come ucciderle dunque, o meglio come provare a farle sopravvivere? Sulla scorta delle informazioni recuperate stamani le ho svasate, ho ripulito le radici vive da sintomi di marciume, eliminato quelle secche e legato  a mezz’aria tra terriccio  e bastone da pothos in fibra di cocco, non interrando del tutto le radici che per eccesso di umidità vanno incontro facilmente alla marcitura. Il risultato probabilmente non corrisponderà alle mie aspettative, ma almeno sto provando a salvarle sperimentando una coltura che si avvicina all’ambiente naturale di alcune orchidee; addirittura alcuni esperti dicono che sia possibile posizionarle a testa in giù, ossia con il colletto orientato verso il terriccio(in verità pezzi di corteccia)proprio per evitare l’accumulo di acqua nel bacino collettore delle foglie e nelle radici che, come si può vedere nella seconda foto dall’alto, sono sospese. Cosa avevo, invece, finora combinato? Mi ero ostinato a interrare tutte le radici, scavando non solo il terreno, ma anche la fossa alle mie phal. Incrocio le dita

Secco

Complice la perturbazione che ha colpito parte dell’Europa, l’aria si è rinfrescata abbastanza anche in Sicilia, dove da qualche giorno soffia un vento rigenerativo del corpo e dello spirito, che ha spazzato via la cappa dell’afa africana. Ieri il cielo era un manto cristallino d’azzurro, oggi lo hanno movimentato grossi nuvoloni bianchi promettenti acqua. Si prevedono, infatti, per domani dei temporali sul basso Tirreno e quindi si sta speranzosi di un ulteriore refrigerio, purché non si verifichino danni catastrofici, come quelli impressionanti verificatisi in alcune regioni della Germania. Dall’estremo ovest giungono immagini altrettanto apocalittiche: una cupola di calore ha innescato dei tremendi incendi negli Stati Uniti e nel Canada e a quanto pare una serie di temporali secchi peggiorerà la già grave situazione di quelle terre. Non avevo mai sentito parlare di temporali secchi, caratterizzati -ho letto- da fulmini in ambiente arido; tali scariche sono molto pericolose, poiché possono causare incendi boschivi quando raggiungono una massa forestale o una macchia secca. Poiché non piove o piove molto poco, le possibilità di propagazione dell’incendio sono elevate. Se si osservano le foto del cielo di questo pomeriggio, non può sfuggire agli occhi anche l’aridità delle stoppie che costeggiano la provinciale che ho percorso; pure le montagne sono una macchia giallastra qua e là interrotta da qualche pino non ancora colpito dagli incendiari professionisti. Se si abbattesse anche nella mia zona una tempesta secca, si incenerirebbe tutto. Mani umane e naturali si stringerebbero in una morsa fatale. Meglio non pensarci! Mi godo, invece, questo corridoio di cielo, che corre verso l’illimitato e l’indefinito leopardiano.