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Ipadidattica

Anche per me è cominciato il nuovo anno scolastico e già fervono le prime attività didattiche con annesse interrogazioni, facilitato ciò sicuramente da classi che già conosco, quindi nessuna accoglienza, a parte qualche domandina pro forma sull’estate appena trascorsa, che all’estremo sud digrigna ancora con dentate di calore improvvise e ostinate. Già dal primo giorno, in realtà anche dai precedenti, qualche sgradita sorpresa ha polverizzato l’entusiasmo del tanto agognato ritorno a scuola, come l’attivazione di lezioni miste e la confessione di un ausiliario scolastico sull’impossibilità di “pulire” a fondo le aule per mancanza di tempo(?). Quindi alla classica sporcizia da polvere e gesso e agli olezzi dell’urina provenienti dai bagni si somma pure il timore che non si disinfettino e sanificano i locali a dovere; -di contro, un mio lontano parente, frate-ingegnere informatico, impiegato nelle stanze vaticane, riferisce che ogni due ore il personale viene allontanato dalle stanze dei bottoni, affinché si proceda ad un’igienizzazione e sanificazione da cima a fondo- conscio di ciò, ho rifornito il mio zaino di salviettine, gel e spray disinfettanti, per tentare di riparare alle croniche insufficienze scolastiche siciliane, ma il suo peso inevitabilmente si è triplicato, se si aggiungono il portatile per la lezione mista, il caricatore, il mouse, un quaderno, l’astuccio con le penne, i gessi colorati, la merendina per l’intervallo, qualche capsula da caffè. Insomma per la prima volta ho compreso le ragioni di chi raccomanda agli scolari zaini leggeri, bramendo io e ringhiando per una settimana intera per il lacerante rosicchiamento della mia spalla sinistra. Stupidamente credevo di essermi liberato del giogo dei libri di testo, dacché son stati tutti scaricati sul portatile, invece amaramente la mia spalla continuava a fungere da leva iperbolica per sollevamento pesi. Aiuto! Pietà! Aiuto! Riusare il tablet fornitomi dalla scuola? Giammai. Schiumerebbe come un asino sul biancore di una strada assolata prima che le sue funzioni siano attive. La bifida lingua del mio ingegno ha però avuto un guizzo, quando una collega mi ha passato la notizia dell’attivazione del bonus docenti: perché non far tesoro della sommetta accumulata in due anni? Detto, fatto. Due ore dopo uscivo ebbro e giulivo da un esercizio locale siculo, perché giuro che Mediatruffa del mondo non soppeserà più neanche un euro delle mie tasche, con un etereo Ipad, leggero come la fiamma dell’alcool, veleggiando verso casa come avessi vinto al superenalotto. In poco tempo nell’Ipad ho travasato il mondo intero, sincronizzandolo tra l’altro con lo smartphone. Grazie a pochi grammi di elementi chimici ed elettronici potrò riempire il mio zaino di altrettante cosette utili per la sopravvivenza a scuola.

Sono felice.

Falsari della parola

Nella sfigata mattinata di un tipico lunedì di pioggia battente improvvisa e di traffico automobilistico degno di un Caronte infernale, potenziato da un ponte in rovina su un’arteria stradale vitale per Palermo, ho sperimentato quanto il linguaggio dei politici e di molti informatori, e non solo, sia degno dei migliori falsari di dantesca memoria. 

Nel corso di un’ennesima peregrinazione presso un polo medico di eccellenza, al quale il mio caro papà(invalido e ormai handicappato)si è evidentemente affezionato, ho toccato con mente e parola che il green pass non è quello che dovrebbe rappresentare. Col verde del semaforo passi, col green pass non passi. Di verde non ha nulla, né della luminosità di un semaforo, né di un ameno poggio verde ridente in epoca green; una metafora infelice, privata di ogni rapporto referenziale con l’oggetto, che nei fatti non ti consente di varcare la soglia di un ospedale come accompagnatore di un paziente, handicappato in carrozzina, e per giunta con un bel pannolone da incontinenza. Gli operatori, dopo aver rilevato la temperatura mia e del mio creatore, mi hanno subito richiesto l’attestazione di un tampone per poter varcare l’ingresso e a nulla è valso che esibissi l’attestazione dell’handicap di mio padre, che ha diritto ad essere assistito da un familiare. Risultato? Sono rimasto fuori dalla struttura, mentre un’operatrice si è presa cura di guidare la carrozzina di mio padre per i meandri dell’ospedale. Ho atteso in fibrillazione per circa 30 minuti, timoroso che mio padre potesse aver bisogno anche solo di un bicchiere d’acqua o di andare al cesso; i miei timori si sono rivelati in parte infondati: papà se l’è tenuta addosso l’urina e l’operatrice ha lasciato da solo mio padre, che stoicamente ha trattenuto la piscia nella vescica. Sia chiaro! Non contesto per nulla la scelta del dirigente sanitario, ma almeno avvertire il paziente nel corso del triage telefonico, avvenuto qualche giorno prima dell’esame diagnostico, della necessità del tampone per l’accompagnatore(non per il paziente(mah!), peraltro eseguibile in un capannone montato ad hoc nei pressi dell’ingresso. Potreste obiettare che, stando così le cose, avrei potuto “tamponarmi”, ma sarebbe trascorsa almeno un’ora, considerata la fila dei tamponandi. Ho preferito, invece, rendere veloce l’esame diagnostico per “liberare” mio padre sofferente.

Attenzione! Sia chiaro che io non contesto il green pass, né tanto meno la vaccinazione(sono pronto a farmi inoculare 20 vaccini),ma la designazione di un oggetto con un nome falso, infatti si tratta esclusivamente di un’attestazione di vaccinazione, spacciata per pass da mere ragioni economiche; ciò vuol dire che, se voglio strafogarmi di cibo al ristorante in piacevole compagnia per svago e gola, il pass mi fa passare, se invece accompagno un handicappato all’ospedale il pass è meno utile della carta per il deretano(così mi ha risposto l’operatore). Manca la chiarezza e l’onestà di dire come stanno le cose: il green pass è un’attestazione di vaccinazione, che ci rende ugualmente contagiabili e contagiosi, nel caso il virus trovi una crepa nel sistema immunitario. Virologi e ospedalieri lo hanno chiarito ampiamente, ma non i politici che ci rappresentano(?). Però secondo la vulgata politica il pass funziona meglio sui treni velocissimi e al ristorante. Vergognoso! Indecente! Inaccettabile! E funziona anche a scuola. Ma per il personale tutto, non per i gigliucci da coltivare. Questi sono mondi, immagini iperuraniche della salute, non contagiabili dal virus e soprattutto non contagiosi come noi, immondi vermi dell’insegnamento, novelli untori del terziario.

RispondiInoltra

🦋

Cara Falaina, lieto di aver fatto la tua conoscenza, ma vorrei dirti che rami e fiorellini sono stampati, quindi sappi che sarai affidata al volo di quest’ennesima notte afosa. 😀

Del Sedici ’21

Il silenzio tombale di questo sedici agosto duemilaventuno- si ode raramente il passaggio di qualche automobile e gli esercizi commerciali, tranne due panifici, un bar, una farmacia, sono chiusi per ferie(alla faccia della pandemia e degli incatenamenti per protesta contro le scelte governative)- oggi è stato squarciato dai bip di due messaggi uòzzap, autori un genitore e un’alunna in sospensione…

Il primo, dopo avere esternato le sue preoccupazioni sull’eventuale assembramento che si potrebbe verificare nel corso degli esami dei sospesi(ex rimandati a settembre), si è fatto latore di una richiesta di chiarimento da parte di alcuni genitori, dubbiosi, il 16 agosto!, se acquistare o no l’antologia dei Promessi…Pertanto ho cercato di diradare la nebbia del dubbio, spiegando che nella lista dei libri approvata il testo in questione è facoltativo. In realtà la comunicazione taciuta era la seguente: “Il testo è facoltativo, quindi non tutti lo acquisteranno, soprattutto chi versa in una situazione economica non proprio rosea”.

L’altra, dopo aver finemente rimarcato di essersi ammazzata di versioni dal latino al fine di esercitarsi, mentre probabilmente il resto della classe si abbrustoliva al sole come lucertola, mi ha chiesto, il 16 agosto!, se le potessi fornire delle mie versioni per ulteriore esercitazione, come se io possedessi in un cassetto segreto dei brani particolarmente malefici da tradurre, differenti da quelli che normalmente i colleghi usano a scuola o durante le lezioni di recupero. Alla virgulta ho spiegato che le regole grammaticali son sempre quelle, almeno negli eserciziari in uso nelle patrie scuole, e che non esistono mie versioni(in effetti esistono e sono quelle che modifico io sudando sette camicie, onde evitare il copia/incolla dal web; in ogni caso senza analisi morfo-sintattica il compito non è sufficiente).

E siamo al 16 agosto. Sono in attesa curiosa di sapere quali e quante altre richieste strampalate perverranno entro la fine di agosto. 🙂

“Alla falena simile”

img_4469

img_4472Credo di averne ammazzate  almeno cinque per assoluta ignoranza delle loro abitudini  colturali, anche se preso da insania passione per le loro infiorescenze; ho finora  giocherellato  soltanto con le Phalaenopsis, che per la forma ricordano appunto delle farfalle( a forma di falene in greco); sono le più comuni sul mercato, infatti non c’è fioraio che si rispetti, o serra o  supermercato, che non abbia a disposizione delle phal da vendere e che solitamente fanno una triste fine a causa dell’ignoranza di chi le regala e riceve e per il tornaconto dei venditori. Le cause più frequenti della loro lenta morte a casa sono ascrivibili al marciume delle radici o del colletto del fusto, a parte chiaramente la temperatura e l’illuminazione dell’ambiente in cui sono poste. Cosi, dopo aver celebrato  le esequie delle phal in mio possesso, crepate quasi tutte per eccesso d’acqua e per i trucchetti dei fiorai, dopo essermi documentato un minimo con esperti disinteressati al lucrimonio del verde, ho deciso di ammazzare le ultime due con le mie mani; se dovessero anche queste marcire, potrei dire orgogliosamente di essere stato io il mandante volontario di tale delitto e forse chiuderei il capitolo delle orchidee in casa. Come ucciderle dunque, o meglio come provare a farle sopravvivere? Sulla scorta delle informazioni recuperate stamani le ho svasate, ho ripulito le radici vive da sintomi di marciume, eliminato quelle secche e legato  a mezz’aria tra terriccio  e bastone da pothos in fibra di cocco, non interrando del tutto le radici che per eccesso di umidità vanno incontro facilmente alla marcitura. Il risultato probabilmente non corrisponderà alle mie aspettative, ma almeno sto provando a salvarle sperimentando una coltura che si avvicina all’ambiente naturale di alcune orchidee; addirittura alcuni esperti dicono che sia possibile posizionarle a testa in giù, ossia con il colletto orientato verso il terriccio(in verità pezzi di corteccia)proprio per evitare l’accumulo di acqua nel bacino collettore delle foglie e nelle radici che, come si può vedere nella seconda foto dall’alto, sono sospese. Cosa avevo, invece, finora combinato? Mi ero ostinato a interrare tutte le radici, scavando non solo il terreno, ma anche la fossa alle mie phal. Incrocio le dita