L’inquietudine delle “Rosalie”

Per il secondo anno consecutivo un gruppo di giovani artisti palermitani ha allestito una mostra dedicata a Santa Rosalia, la patrona di Palermo, omaggiata con uno spettacolare “festino” il giorno 14 luglio. Le opere vengono esposte in uno strettissimo vicolo di fronte alla cattedrale e svolgono, attualizzandolo, un tema centrale o collaterale alla storia della Santuzza. Quest’anno il filo conduttore ha riguardato la peste, o meglio le forme di peste che, secondo i giovani artisti, attanagliano la società contemporanea. Purtroppo non ho visto di presenza le opere, sebbene sia mia intenzione fare un salto nel centro storico, prima che chiudano i battenti della mostra. Ne posto qui alcune, cominciando da quella che ritengo più attuale. A seguire le altre.

Vangelo secondo me
La gloria? La fama?
L’oro
Le tragedie del mare? La situazione climatica?
Palermo dove sei?
L’omologazione? L’eterno godimento?

“Io sono Mia”

Opera di Paolanatalia58

Ieri sera, a sorpresa, ho recuperato su Raiuno il film “Io sono mia“, un omaggio alla indimenticabile Mia Martini, interpretata dall’attrice Serena Rossi, forse l’unica del cast ad aver recitato davvero in modo intenso se confrontata con gli altri attori, i cui personaggi li ho trovati a tratti sbiaditi e impersonali, a volte irriconoscibili. Il film è stato trasmesso in seconda serata dopo un bagno di techetecheté dedicato alle sorelle Bertè forse per ragioni di riempimento del palinsesto. O almeno così voglio ipotizzare.

Il film soltanto parzialmente ricostruisce la vita di Mimì, infatti la focalizzazione è continuamente spostata sullo stigma, che ha segnato la cantante per gran parte della sua carriera, quello di portare iella. Non è un caso che la narrazione prenda avvio dal 1989, anno che segnò il ritorno di Mimì sulle scene e per giunta sul palco di Sanremo con quel capolavoro canoro, che soltanto l’interprete calabrese sapeva vivere con la sua inconfondibile voce, ossia Almeno tu nell’universo. Il 1989 fu un anno cruciale per Mimì, che da tempo si era reclusa in un silenzio di sofferenza e di solitudine, stanca di sopportare l’ostracismo dell’industria discografica e il bullismo di tante povere stupide animelle vip, disposte anche a rinunciare a una serata in un pub, pur di non essere contaminate dalla presenza di Mimì. In quell’anno, grazie ai pochissimi amici rimasti e a Bruno Lauzi, la cantante si tirò fuori dal baratro e affrontò con meritato successo il pubblico, che la riscoprì interprete unica e originale. Poi, collezionato un successo dopo l’altro, la morte misteriosa. Per chi la amava fu una perdita irrecuperabile, per i bulli del jet-set musicale italiano non si sa. Probabilmente qualcuno ha avuto il coraggio di rilasciare un’intervista ipocrita o di partecipare alle esequie. Misteri dell’essere umano. E forse questo resta il significato profondo del film, una riflessione su quanto gli uomini possano essere infingardi fino a distruggere la vita di altri uomini, tra l’altro in un ambiente, quello dello spettacolo, dove la parola che stigmatizza corre veloce e impietosa. Le scene più toccanti del film, le più autenticamente targate Mimì, riguardano l’anno del ritorno e l’intervista rilasciata a una giornalista, il cui iniziale pregiudizio nei confronti di Mia Martini si sgretola man mano che ne approfondisce la vita e la statura di artista. È nello scontro-incontro tra i due personaggi, che si condensa il messaggio del film: la conoscenza profonda e viscerale dell’altro è l’unica unica protezione da qualsiasi tipo di stigma.

Il resto del film segue il tipico andamento della biografia romanzata e, non indugiando per nulla sulla santificazione del personaggio principale, ne fornisce un’immagine autenticamente genuina e fedele di donna e artista. Rende triste il fatto che alcuni cantanti e cantautori non abbiano voluto prestare il loro nome agli omonimi personaggi del film, per cui compaiono nella sceneggiatura figure inesistenti nella vita di Mimì.

Essendo un film, che tematizza l’odio che si fa parola passando dalla stupidità umana, può essere adatto anche a un pubblico di giovani studenti. Goderselo, invece, da fan di Mimì è insieme croce e delizia.

Femori e santini

Santini per tutti! Santini della monaca beata* alle malate della stanza: una novantenne col femore fratturato, una disabile afefobica e una cinquantenne col piede sfracellato. E, come se non fosse bastato, aveva percorso, Marianeve, anche la corsia maschile, dove sospettava fosse ricoverato un poliziotto, che lei giurava di aver visto appostato in una delle vie del paesello in posa da investigatore. Aveva riempito di santini anche le tasche delle gabbanelle di medici e infermieri di turno, non prima di aver con loro litigato furiosamente per eccesso di amor filiale verso la madre, degente anche lei per un femore fratturato. Non solo la demenza degenerativa galoppante a rendere la vita quotidiana un inferno, la vegliarda si era pure procurata una frattura al femore. Forse uno scherzo voluto dal destino per inchiodarla ad un letto d’ospedale e sedare per un po’ la sua aggressività.

Ultimamente la madre di Marianeve era passata ai fatti, dall’aggressività verbale a quella fisica il salto era stato repentino. Le tre badanti erano per lei delle femmine di strada, così le apostrofava nei momenti parossistici; ad una aveva anche lanciato una sedia, afferrata di scatto in un momento di assoluta tranquillità. Ad un’altra aveva sferrato un calcio, mentre riservava i morsi alla figlia, non senza qualche ricciolo incollato alla mano scheletrita dall’artrosi.

Una sera si superò il segno. Mentre Marianeve era indaffarata a sparecchiare la tavola, la vegliarda si lanciò fulminea sulla figlia per afferrarle la folta chioma riccioluta, ma la foga dello slancio fu tale che, perduto l’equilibrio, quasi le si fossero impigliati i piedi in una trappola invisibile, atterrò proprio sul femore sinistro, provocandone la rottura. Dopo le urla dell’invasamento, quelle del dolore lacerante. Seguirono la guardia medica, il 118, il pronto soccorso, la degenza per dieci giorni e poi l’intervento, complicato dalle pastoie burocratiche della malattia degenerativa.

Marianeve, a onor del vero, è stata eroica, rivelando una forza di spirito e di fisico non si sa dove ben nascosta. Ha assistito la madre per ben dieci giorni quasi continuativamente, lasciandola sola soltanto per rinfrescarsi sotto la doccia a casa, ma subito dopo ritornava spedita in ospedale; durante le visite mediche veniva, giustamente, sbattuta fuori dalla stanza, ma vi si imbucava facilmente grazie alla complicità di qualche pio operatore sanitario. Nei lunghi momenti di pausa giornaliera, anziché rintanarsi a casa per riposare, o percorreva il lungomare sotto il sole estivo o si ristorava lo spirito chiudendosi in preghiera nella cappella annessa all’ospedale. Il pranzo era garantito, in qualche modo, dalle pietanze lasciate intatte dalla vegliarda, anche perché questa si nutriva soltanto di flebo, serrando la bocca ad ogni tentativo di farle masticare briciole di cibo. Per la notte Marianeve si costruiva un giaciglio parallelo al letto della madre: stendeva per terra un piumone piegato in modo tale da formare un materasso e vi si rannicchiava, cercando di rubare sonno ai lamenti improvvisi dei degenti; alle 6 del mattino la stanza tornava in ordine e ricominciava il ciclo quotidiano.

Dopo le dimissioni ospedaliere, la vegliarda non è tornata a casa, ma è stata trasferita in un reparto di lungodegenza, dove si spera possa riabilitarsi a camminare; il percorso sarà lungo, anche perché è visibilmente debilitata. Intanto Marianeve è tornata a casa e al lavoro, ma giornalmente alle cinque del pomeriggio va lì a vigilare, distribuendo santini ai parenti, agli amici degli altri malati e agli amici degli amici.

*Si tratta di una beata, a cui Marianeve è assai devota.

La farsa finale

Solitamente, durante gli esami di Stato, quando la materia che insegno è affidata al commissario esterno, non è mio costume presenziare al colloquio per seguire come spettatore la performance degli alunni migliori; mi pare assai indelicato e irriguardoso nei confronti dei colleghi-commissari esterni apparire in veste di silenzioso vigilante degli interessi dei miei studenti. Invece da esterno mi è successo spesso di veder materializzarsi, nell’aula dell’orale, la collega di lettere o di qualche altra materia interessata a sorbirsi interamente il colloquio. Non senza il mio dissimulato disappunto. Certamente la curiosità su come si svolgano gli esami dei maturandi rode anche il professore più glaciale e algido(in apparenza), perciò, a sessione ultimata, mi è sembrato naturale informarmi con il coordinatore sull’andamento degli orali.

Buonasera, caro! So che l’esame nel complesso è andato bene, voglio chiederti se in latino i ragazzi hanno risposto bene.

Il collega ha così risposto.

L’esame è andato nel complesso molto bene. I colloqui hanno avuto un andamento diverso dal solito. La presidente ha voluto che facessimo domande solo se riuscivamo a inserirci nel percorso che il candidato sviluppava. Pensa che io avrò discusso di xyz con non più di 10 candidati. Qualcuno ha toccato spontaneamente la materia. Ad altri ho fatto qualche domandina giusto per non stare zitto e non sempre dell’anno in corso. Pochi hanno coinvolto il latino nel percorso o hanno avuto poste domande. Posso essere più preciso andando a riguardare gli argomenti nelle schede del candidato. Un esame meno volto alla valutazione della conoscenza dei contenuti. Dopo tanto lavoro è un po’ una delusione.

Non si può dare torto al collega. A cosa è servito tanto sacrificio sia da parte dei colleghi che degli studenti nel corso del quinquennio? Quanti approfondimenti! Quante rinunce! Quante lotte!

Credo che in questa risposta si condensi tutto il senso della riforma ultima degli esami di Stato. Posto ciò, le strade da percorrere in classe nel corso del quinquennio possono essere tre:

Impegnarsi fino in fondo laddove si insegni italiano, utile per la prima prova; potenziare al massimo le materie oggetto della seconda prova; tirare il meglio dagli studenti nel corso del triennio. Il resto, ossia l’esame di Stato, resta un mero formalizzare quanto si è svolto durante gli anni. Non mi convincerò mai del fatto che un giovane a diciotto anni ex abrupto possa condurre un colloquio dignitoso che, partendo da un documento, testo, immagine, accolga le istanze epistemiche delle singole discipline e tessa dritto e rovescio un arazzo di pensiero maturo. Può succedere, ma raramente. Se poi ci vogliamo prendere in giro, millantando i mirabilia dei nostri studenti, lo si faccia pure! Non interessa a nessun, men che meno ai maturandi stessi, già da maggio iscritti alle università, senza peraltro che abbiano conseguito il diploma quinquennale, e in procinto di volare verso altre mete.

L’orizzonte resta desolante; non c’è più alcuna possibilità di riscatto per la scuola italiana sotto il profilo educativo. L’esame non è più tale, non è più una prova da superare, ma la ratifica ipocrita di un percorso. Un riforma dietro l’altra e sempre peggiore della precedente.

L’atollo, il calderone e i panegirici

Considerato il successo dei post precedenti sulla prima prova degli esami di Stato, e questo la dice lunga su quanto gli insegnanti di lettere, e in generale gli italici petti, siano davvero interessati a un minimo di confronto sulla prassi didattica quotidiana, nonché sulla scuola italiana, in cui si gioca, tra l’altro, una parte del futuro dei nostri studenti, chiudo con questo post i battenti sull’argomento, non prima di aver speso qualche parola sulle rimanenti tracce. A dire il vero, anche su siti più autorevoli del mio, la discussione langue; è il caso di laletteraturaenoi, in cui un post sommario sulla prima prova, scritto da esperti del settore scolastico, non è corredato di alcun commento. Medesima sorte per la seconda prova del liceo classico; ho lasciato un commento al sito Grecolatinovivo, ma nulla. Ringrazio Ornella e Povna per i loro commenti, grazie a cui so che è valsa la pena scrivere quattro parole.

La proposta B2 ha interrogato gli studenti sul senso di responsabilità, che dovrebbe animare gli scienziati nella sfida titanica alla conoscenza a tutti i costi e senza limiti, di cui un esempio paradigmatico è fornito dal tragico episodio del 1954 in un atollo dell’Oceano Pacifico. Il dilemma che vive l’umanità consapevole è proprio questo: da un versante l’impossibilità di porre un limite alla ricerca scientifica, dall’altro la necessità di garantire la salvaguardia e la dignità degli esseri umani. La straordinaria potenza del pensiero umano, e le sue applicazioni, implica necessariamente che si realizzino opere e si creino strumenti tali da compromettere la sopravvivenza stessa dell’uomo sul pianeta? Ma la B2 proponeva l’approfondimento di un’altra pista parallela al tema di fondo: l’ignoranza dei meccanismi di funzionamento dei sistemi della vita moderna, cui si inneggia entusiasticamente senza che si abbia una chiara comprensione degli ingranaggi tecnico-economici e sociali. Un padroneggiare strumenti senza comprenderli. Proprio quello che succede ai nostri bambini, che la propaganda pedagogica contemporanea definisce nativi digitali. Che, poi, è lo stesso che capita a noi adulti. Forse la B2 si sarebbe potuta prestare ad un’articolazione della prova di scrittura più originale rispetto alle altre proposte, o forse è soltanto un’impressione soggettiva.

La B3, traccia di fattura storica, propone un compendio della storia del Novecento di Stajano, in realtà una sorta di calderone, in cui si può trovare e scrivere di tutto di più. Di fatto, a partire dai commenti e dalla periodizzazione fornita dallo scrittore, si interrogano gli studenti sul senso di insicurezza e di sconcerto(?) che domina la vita degli eurocentrati dopo la caduta del muro di Berlino. Lo si chiede a giovani che sguazzano goliardicamente nella liquidità culturale di questi ultimi anni. Senza parole.

Il filone retorico si ripropone nelle ultime due tracce, la C1 e la C2. La prima è un ritratto del Martire dello Stato Carlo Alberto Dalla Chiesa, da cui lo studente deve partire per sviluppare un discorso coeso e coerente sulle tematiche del brano; la seconda è un pasticcio a metà tra biografia, storiografia e aneddotica sulla figura di Bartali. L’intenzione dei redattori della prova abortisce sul nascere, poiché il tema proposto, Tra sport e storia, si converte in una sorta di panegirico dello sportivo, un modellino fornito agli studenti, perché possano proporre un loro discorso sul rapporto tra sport, storia e società. La pecca peggiore di questa traccia è nella nota, che accompagna una delle affermazioni: “I nostri padri e i nostri nonni amano raccontare che Gino salvò persino l’Italia dalla rivoluzione bolscevica, vincendo un memorabile tour…”. Questo è davvero troppo: consegnare agli studenti una nota, che non ha alcun fondamento documentale sotto il profilo storiografico. Non si tratta qui di parteggiare politicamente per lo schieramento X o Y, ma di fornire ai giovani una visione distorta di ciò che vuol dire ricerca storiografica e accertamento delle fonti.

Si può dire? Tracce bocciate.