Il noce

Avrei voluto scrivere qualcosa sulla scuola, su come procede la situazione secondo la mia visuale e in base al mio vissuto, ma decido di tacere; penso che siano già troppe le voci che pontificano, spesso anche senza alcuna competenza o contezza. Opinioni e rumores che, anziché dare un contributo, generano panico, confusione e disinformazione. Voglio, invece, parlare di un maestoso albero di noce che, dopo più di 80 anni circa, è stato tagliato e poi sradicato per dare posto a un edificio di recente costruzione proprio di fronte alla mia casa. Per anni è stato il riparo di tanti uccelli e la gioia di tanti passanti che, ad autunno inoltrato, nelle giornate di vento stazionavano sotto la sua chioma per raccoglierne i frutti. Era il noce di tutti, generoso e accogliente. Era la sua voce ad annunciare l’autunno, come se tra i suoi rami suonasse un’orchestra di soli fiati. Dopo mesi, però, una bella sorpresa: a circa cento metri dal tronco defunto, in un terreno incolto, proprio dall’erba, ha fatto capolino un arbusto insignificante che gradualmente ha assunto le sembianze di un novello noce. Non ho avuto dubbi: papà-noce con la complicità del vento aveva trasportato uno dei suoi semi in quel terreno incolto e la natura aveva fatto il resto. Il piccolo noce è cresciuto velocemente, ma anche per lui è arrivata la morte. Una ruspa, la scorsa settimana, lo ha travolto e sradicato. Al suo posto c’è un cartello, che annuncia la vendita di un lotto edificabile. Padre e figlio accomunati dalla stessa vicenda, di cui l’uomo, ancora una volta, è responsabile.

Orch’idee

Chiariamo subito: non ho scattato io queste foto, ma un appassionato, come me, di flora spontanea siciliana, infatti si tratta di orchidee autoctone, che personalmente non ho mai avuto il c… di vedere e immortalare. L’elemento straordinario è dato dalla varietà dei colori di questi fiori disseminati nel medesimo campo: è una fantasmagoria spaziante dal bianco al beige, dal rosa al fucsia. Ho preferito postare le orchidee anziché esprimere le mie idee da orco isolato imbalsamato davanti allo schermo della Dad. Nonostante la daddità il lavoro scolastico di fine anno non è cambiato: relazioni e programmi scolastici han fatto da giorni capolino. Ho impiegato ben due pomeriggi per stilare quelli dei maturandi, la cui stanchezza è palpabile anche per vie virtuali. Domani sarà il grande giorno: ultima spiegazione con poesie all’insegna di emozioni e pensieri. È sempre stata una mia consuetudine lasciare ai ragazzi un messaggio finale in poesia, una sorta di consegna spirituale del mio mondo letterario. Cinque anni fa è toccato al Montale del Piccolo testamento, quest’anno al Pasolini degli affetti privati. Sarà la daddità o il Covid, ma questa conclusione fa rimare cuore con amore.

Le oche di Sambruson

Più volte, soprattutto nel passato, ho affermato di concepire il blog come una casa; e una casa ospita gli amici, anche quelli che sono lontani geograficamente. Stamani con l’amica Ornella si scambiavano quattro chiacchiere sulle uova(nella fattispecie Lei mi spiegava il significato dei codici impressi sulle uova) le galline e le oche, sì, perché con gli amici si può parlare anche di questo. Di uova e galline e oche, oltre che dei massimi sistemi. Perciò ho deciso di raccogliere qui i suoi ricordi che, in modo diverso, per tempi e spazi, sento anche miei.

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La strada che percorro per andare da mia mamma costeggia un bel prato dove vedo sempre galline libere al pascolo. E ogni volta mi dico: galline fortunate, e non sanno di esserlo.

Quando insegnavo a Sambruson, le comperavo alla fattoria di un alunno, quella stessa della famosa ricetta; eccola la fattoria dei Berto…! A destra in basso la casa nuova, a sinistra in alto la vecchia casa dei nonni, usata come magazzino. Là stavano le stie per le chiocce e i pulcini appena nati, gli anatroccoli e i conigli. C’era pure la cantina, perché il marito produceva il vino per la famiglia. Di fianco la stalla, regno del vecchio nonno, e rifugio della gatta Rosa. In basso a sinistra il fienile e il pollaio. E dietro la casa nuova gli orti e i campi: tanta terra che arrivava fino all’argine dell’idrovia, mai finita, Venezia-Padova. Allora non esisteva dire le uova sono scadute. La massaia in questione aveva un pollaio sterminato: galline, anatre, anche un tacchino. Che poi fu sostituito da un piccolo branco di oche(a me piacciono molto le oche)che facevano guardia alla casa meglio che un paio di mastini. Quando arrivavo nel cortile, dovevo aspettare che lei venisse a mandarle via prima di scendere dalla macchina. Una volta ho assistito alla spiumatura. Povere bestie, soffrivano e si lamentavano sempre più flebilmente, ma lei era spietata. La rimandava libera col davanti spelacchiato e passava a catturare la successiva. Poi il piumino finiva ad arieggiare dentro un sacco fino alla vendita. Per fortuna a quel tempo ero meno sensibile alla sofferenza, animale e pure umana. Ora non credo sopporterei un simile spettacolo. Già allora, però, quando da loro comperavo il coniglio e lei mi chiedeva di sceglierlo nella gabbia, mi rifiutavo ed entravo in casa finché la faccenda non era finita… Ipocrita fino al midollo, ma come avrei potuto mangiare qualcosa che aveva incrociato il suo sguardo col mio? 

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Il libro è di un collega, nato e cresciuto in una delle contrade, sembra impossibile che un paesino si divida in contrade, ma quando c’è un fiume di mezzo… insomma mi sembra giusto dare un minimo di pubblicità a questa persona, bravo insegnante e di buon cuore.

Ornella

La “maledizione”

Credo che non si sia mai verificato che abbia disertato il blog per così tanto tempo. La mia presenza, già fluttuante da qualche mese per difetto della volontà o presunta(mia)mancanza di motivazione a scrivere, è diventata diserzione vera è propria quando è piombata sulla mia famiglia la maledizione del cancro, che ha colpito mio padre. Adesso il pater sta meglio dopo l’intervento chirurgico, che ha portato con sé una serie di complicanze da cui pian piano si sta liberando. Io credevo stoltamente che lui fosse sfuggito alla maledizione genetica familiare, che gli ha mietuto ben 6 tra fratelli e sorelle; invece il tumore cresceva silenzioso e indisturbato senza dare segno alcuno di vita, se non negli ultimi mesi, quando è comparsa un’anemia galoppante. Apparentemente ne stiamo venendo fuori, ma so che la lotta continuerà. Personalmente mi sento svuotato e la mia vita ha preso una piega inaspettata; i giorni peggiori sono stati quelli in ospedale, in realtà un centro oncologico con gestione privata e servizio pubblico, un lager travestito da hotel. Anche il mio lavoro ne ha risentito negativamente per la mia assenza, ma ho continuato pur con mille ansie nella testa a fare il mio dovere, quando mi era possibile stare a scuola. Anzi, ancora una volta, il lavoro scolastico mi ha permesso di obliare per qualche ora la realtà, ma è mutata la prospettiva. Il piccolo è diventato grande e viceversa. Ho tralasciato le varie piccinerie di cui noi insegnanti siamo capaci, mirando all’essenziale e in tante occasioni ho invidiato i miei colleghi queruli. Avrei preferito mille ricevimenti e consigli pomeridiani anziché stazionare nelle asettiche stanze di un ospedale che, pur sembrando un hotel a 4 stelle, rimane pur sempre un ospedale.

Va’!

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Ci siamo congedati stasera. Termina inaspettatamente e con mio sommo compiacimento l’esperienza dell’istruzione domiciliare. Il giovane, che ho seguito a casa per tre mesi, è tornato in buona salute, perciò i medici hanno decretato il suo ingresso a scuola. La madre, giustificabile per la sua ansietà, avrebbe voluto trattenerlo ancora per un po’ di tempo a casa, ma le sue ragioni a nulla sono valse di fronte al mutato quadro clinico: Raffaello può andare a scuola, stare con i compagni, respirare la loro stessa aria, prendere la corriera e condurre una vita normale. Lui non sta nella pelle, oggi pomeriggio, infatti, sprizzava un entusiasmo incontenibile e l’ho beccato pure impreparato, contrariamente alle sue abitudini di impegno. Mi ha confidato sinceramente di avere preferito allo studio gli acquisti di abbigliamento fatti con il papà a un centro commerciale: felpe, maglie, tuta, pantaloni. Raffaello vuole rientrare a scuola vestito di tutto punto, anche perché sarà accolto in classe dalla preside in persona, che ha organizzato per l’occasione una piccola festicciola. Così ho rinunciato a interrogarlo e abbiamo trascorso il pomeriggio immersi nei racconti epici di Omero. Al momento del saluto eravamo visibilmente emozionati e, a sorpresa, ha tirato fuori un regalino da donarmi in segno di stima per la relazione umana di questi mesi. Poi con schietto candore, misto alla sua solita risatina ironica, mi ha confessato a denti stretti che, da quando studia italiano con me, questa materia, che alle medie detestava, quasi quasi gli sta simpatica. Chiaramente le sue parole sono state per me il dono più gradito. Ammetto che, quando ho cominciato, ero animato prevalentemente da un sentimento di compassione umana, poi tutto è cambiato; la curiosità della conoscenza, che il ragazzo via via dimostrava, faceva mutare anche il mio sentimento, permettendomi di recuperare la funzione per la quale ero stato chiamato: insegnare. Io ho insegnato, ma credo di avere appreso da lui più di quanto gli abbia insegnato: la dignità che scaturisce dalla malattia, la riservatezza su essa, la voglia, umile, di farcela, la coscienza dei propri limiti fisici.

Forse ho sempre saputo che sarebbe andata così. Ed è per questo, in fondo, che un pomeriggio di circa tre mesi fa pronunciai il mio sì all’esperienza domiciliare senza riflettere poi tanto.

-Va’!- mi dissi.