Il Brenta e i suoi doni

Le acque del Brenta, i cui argini sono a tratti ornati di narcisi in posizione di “attenti” e abbelliti da sparute oche ed anatre, sono state foriere di bellezza palladiana e di calore umano; a Dolo, sbarcato dal Burchiello, ho incontrato la mia amica Ornella, che talvolta trovate qui come commentatrice dei miei post. Forse sarebbe il caso di dire che Ornella nasce come visitatrice del blog e ora, posso ben dirlo, è una conoscenza amica in carne ed ossa. Non sempre il virtuale è meno del reale, non sempre dietro le presenze virtuali si nascondono assassini, furfanti e doppiogiochisti. Ornella è tale e quale all’immagine che mi ero fatto di lei: gentile, attenta al prossimo, sensibile e con un sorriso calorosissimo. Che bella persona! Mi ha donato dei pasticcini tipici del Veneto e abbiamo trascorso qualche oretta insieme. La sua conoscenza mi ha, inoltre, ripagato di certe piccole delusioni di persone virtuali, spacciatesi per eredi terenziani e poi rivelatesi inconsistenti; alcune sono pure sparite senza neanche un saluto.

È la vita.

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Un’ora sola di egoismo

 

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E poi giunge una mattina di febbraio e rivedo sul palcoscenico una delle mie creature* scolastiche recitare un testo di Camus. Seria nell’abito nero, impreziosito da una rosa rossa, concentrata nella parte, un’altra lei. Una dizione perfetta, un incedere elegante, una gestualità misurata ritmata da una voce potentemente mediterranea, che trascina nella sfera di un mondo fanciullescamente primordiale. Oggi ho pianto d’emozione, di gioia e d’orgoglio. Ma quant’è gratificante insegnare! 

*Non ho alcun diritto di definirla mia creatura, è soltanto un’espressione d’affetto e di stima. Dopo cinque anni di liceo non è il minimo che si possa dire?

Tra sonno e veglia

31911056212_af5fe3e247_qCome mi raspettavo, il 2 gennaio ha esordito con il silenzio. Stamani sono uscito prestissimo e le vie del mio centro erano deserte. Nessuna figura umana, nessuna automobile, saracinesche di tutti i negozi serrate, tranne quelle dei market, panifici ed edicole, un’aria sonnolenta, che non ha risparmiato l’impiegata dell’agenzia di assicurazione, dove sono andato a pagare per conto terzi la quietanza semestrale. L’operatrice aveva ancora i capelli rabbuffati dal sonno e gli occhi gonfi, come se si fosse appena svegliata, e ha liquidato la pratica con lentezza estenuante; ne ho approfittato per estorcerle due bei calendari classici con sfondo bianco, feriali neri e festivi rossi, dove si può annotare a penna qualche appuntamento.

Nel pomeriggio, in città, altro che silenzio! Il traffico era pressoché scorrevole, ma in alcuni snodi un po’ di ingorgo si è creato. La vita in città è ripresa alacre e l’avvio dei saldi l’ha resa ancora più movimentata. Non ho dedicato, però, il tempo agli acquisti, ma all’amicizia; ho trascorso l’intero pomeriggio a casa di un mio compagno di liceo e di università, sorseggiando caffè, fumando qualche sigaretta e chiacchierando piacevolmente sulle nostre vite e il nostro lavoro, ossia la scuola. Non ci incontravamo da sette mesi circa. Ci siamo raccontati, perciò, un bel po’ di vita nella più naturale autenticità.

A sera sono tornato a casa, stanco come se avessi spiegato cinque ore di fila, ma soddisfatto.

Nani e giganti

lgav66-9Già, di mio, c’è che sono nanerottolo di statura, tanto che, nelle oasi di ilarità con i miei studenti, quando le dita, di gesso munite, cercano disperatamente di sfruttare anche la parte alta della lavagna, per strappare all’ardesia il suo nero cupo e lucido(dipende da quanto è pulita), fallito vergognosamente l’atto di scrittura, apostrofo scherzosamente ed enfaticamente l’amministrazione per il fatto che non dota l’aula di una pedana per nanodocenti. Loro oggi, due giganti, Marco e Piero, dopo avere bussato delicatamente alla porta, me li sono ritrovati in classe, ancora più alti di sette anni fa. Belli e sorridenti. Delicati e deferenti come sempre. Li ho avvinghiati in un lungo abbraccio, fregandome altamente dei secondini interrogati in storia, i cui denti brillavano di contentezza per la morsa inaspettatamente allentata.

Loro, i gigantelli, si sono diplomati sette anni or sono. Oggi sono dei venticinquenni, degli uomini insomma con tanto di lavoro onorevole. Non hanno proseguito gli studi universitari, ma servono lo Stato nelle forze di polizia e nell’esercito. Uno svolge il suo lavoro in Calabria, quanto è dura, prof!, l’altro ha trascorso otto mesi in Afghanistan in missione. Così, i racconti, mi hanno fatto sentire ancora più nano. In circa un anno Gigante Marco ha accumulato un’esperienza di vita che io neanche me la sogno. E l’altro, Gigante Piero, non ne ha di meno. Ai racconti sono seguiti i pubblici ringraziamenti per i cinque anni trascorsi insieme e per le marce in più, bontà loro, che hanno ingranato grazie alla mia didattica tiranna.

Ci siamo salutati promettendoci una pizza insieme. Ma con tutti gli altri compagni, distribuiti in mezza Europa.

Il problema è riunirli tutti insieme. Ma alla provvidenza non c’è limite.

Gattalingua

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La foto è dell’ amica Ornella

Spezzo il silenzio, non volontario, del mio blog.

Stamani,  in uno scambio di battute via whatapp con una cara amica, lei scrive “Dovevamo nascere gatti”; subito dopo corregge con “Anzi, più correttamente: saremmo dovuti nascere gatti”.

Cara amica paziente e fedele, le forme sono entrambe corrette; anzi, quella che tu ritieni non corretta, è, invece, più corretta di quella che tu reputi corretta. E perché? Il contesto whatapp presuppone una comunicazione leggera, chiara e immediata, che relativamente alle regole grammaticali non va per il sottile come in un contesto formale. E tu, amica mia, sei stata chiara e soprattutto incisiva.

Anche di questo si dibatte in aula con gli studenti.