La “maledizione”

Credo che non si sia mai verificato che abbia disertato il blog per così tanto tempo. La mia presenza, già fluttuante da qualche mese per difetto della volontà o presunta(mia)mancanza di motivazione a scrivere, è diventata diserzione vera è propria quando è piombata sulla mia famiglia la maledizione del cancro, che ha colpito mio padre. Adesso il pater sta meglio dopo l’intervento chirurgico, che ha portato con sé una serie di complicanze da cui pian piano si sta liberando. Io credevo stoltamente che lui fosse sfuggito alla maledizione genetica familiare, che gli ha mietuto ben 6 tra fratelli e sorelle; invece il tumore cresceva silenzioso e indisturbato senza dare segno alcuno di vita, se non negli ultimi mesi, quando è comparsa un’anemia galoppante. Apparentemente ne stiamo venendo fuori, ma so che la lotta continuerà. Personalmente mi sento svuotato e la mia vita ha preso una piega inaspettata; i giorni peggiori sono stati quelli in ospedale, in realtà un centro oncologico con gestione privata e servizio pubblico, un lager travestito da hotel. Anche il mio lavoro ne ha risentito negativamente per la mia assenza, ma ho continuato pur con mille ansie nella testa a fare il mio dovere, quando mi era possibile stare a scuola. Anzi, ancora una volta, il lavoro scolastico mi ha permesso di obliare per qualche ora la realtà, ma è mutata la prospettiva. Il piccolo è diventato grande e viceversa. Ho tralasciato le varie piccinerie di cui noi insegnanti siamo capaci, mirando all’essenziale e in tante occasioni ho invidiato i miei colleghi queruli. Avrei preferito mille ricevimenti e consigli pomeridiani anziché stazionare nelle asettiche stanze di un ospedale che, pur sembrando un hotel a 4 stelle, rimane pur sempre un ospedale.

Va’!

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Ci siamo congedati stasera. Termina inaspettatamente e con mio sommo compiacimento l’esperienza dell’istruzione domiciliare. Il giovane, che ho seguito a casa per tre mesi, è tornato in buona salute, perciò i medici hanno decretato il suo ingresso a scuola. La madre, giustificabile per la sua ansietà, avrebbe voluto trattenerlo ancora per un po’ di tempo a casa, ma le sue ragioni a nulla sono valse di fronte al mutato quadro clinico: Raffaello può andare a scuola, stare con i compagni, respirare la loro stessa aria, prendere la corriera e condurre una vita normale. Lui non sta nella pelle, oggi pomeriggio, infatti, sprizzava un entusiasmo incontenibile e l’ho beccato pure impreparato, contrariamente alle sue abitudini di impegno. Mi ha confidato sinceramente di avere preferito allo studio gli acquisti di abbigliamento fatti con il papà a un centro commerciale: felpe, maglie, tuta, pantaloni. Raffaello vuole rientrare a scuola vestito di tutto punto, anche perché sarà accolto in classe dalla preside in persona, che ha organizzato per l’occasione una piccola festicciola. Così ho rinunciato a interrogarlo e abbiamo trascorso il pomeriggio immersi nei racconti epici di Omero. Al momento del saluto eravamo visibilmente emozionati e, a sorpresa, ha tirato fuori un regalino da donarmi in segno di stima per la relazione umana di questi mesi. Poi con schietto candore, misto alla sua solita risatina ironica, mi ha confessato a denti stretti che, da quando studia italiano con me, questa materia, che alle medie detestava, quasi quasi gli sta simpatica. Chiaramente le sue parole sono state per me il dono più gradito. Ammetto che, quando ho cominciato, ero animato prevalentemente da un sentimento di compassione umana, poi tutto è cambiato; la curiosità della conoscenza, che il ragazzo via via dimostrava, faceva mutare anche il mio sentimento, permettendomi di recuperare la funzione per la quale ero stato chiamato: insegnare. Io ho insegnato, ma credo di avere appreso da lui più di quanto gli abbia insegnato: la dignità che scaturisce dalla malattia, la riservatezza su essa, la voglia, umile, di farcela, la coscienza dei propri limiti fisici.

Forse ho sempre saputo che sarebbe andata così. Ed è per questo, in fondo, che un pomeriggio di circa tre mesi fa pronunciai il mio sì all’esperienza domiciliare senza riflettere poi tanto.

-Va’!- mi dissi.

Silvestro

ts2387v3-7Silvestro è l’unico compagno di liceo e università, che m’è rimasto, nel senso che è l’unico con il quale sono ancora in contatto. Ci siamo maturati insieme e insieme ci siamo laureati. Abbiamo condiviso e condividiamo ancora tessere di uno stesso puzzle di vita umana e professionale, però insegniamo in scuole differenti. A lui ho sempre chiesto consigli sull’agire, lo stesso da parte sua. Silvestro è di quelli che definiresti un personaggio pirandelliano, forse anche per alcuni tratti autistici della sua personalità, che lo rendono facilmente catalogabile come maschera cosciente di sé. Ama parimenti gatti e uccelli, di cui conosce movenze, fisime e medicamenti della nonna ed estende la sua zoofilia anche ad altri tipi di animali, come roditori e rettili. Da lui mi sono arrivate le invocazioni di aiuto più assurde e le richieste più strampalate, ma mai come quella di questi giorni.

— Ciao, Mel, devo dirti una cosa importante. — esordisce con tono misterioso e sornione.

— Ciao, Silvietto, — rispondo sillabando il suo nome, come a voler prendere tempo perché, come egli suole, ti scarica la domanda a bruciapelo. 

— Che ti è successo? —  domando con ansietà.

— Niente… — pronuncia ridendo come chi sta facendo una birichinata. — Che ne pensi di trasferirci nella stessa scuola? Da fonti attendibili ho saputo che si liberano 3 posti della nostra classe di concorso nel tal liceo… Sarebbe bello poter insegnare insieme nella stessa scuola come ai tempi del nostro esordio. Ci divertiremmo assai. — conclude quasi rallentando il fiato. 

— Proprio no, non ci penso nemmeno, — tuono severamente. — Tu sai che insegno nella scuola migliore più facilmente raggiungibile da casa mia e ti ricordo che la situazione dei miei vecchi mi impedisce di allontanarmi oltre questo ragionevole raggio di movimento. Non è tempo. Verrà quel giorno. — chiudo senza dargli possibilità di replica.

Dopo aver chiuso la chiamata, sono rimasto di sasso. Tutto mi sarei aspettato da lui, ma non questa proposta. Tra l’altro, se ben ricordo, a parte le incazzature momentanee che fanno parte del mio lavoro, non gli ho mai palesato di stare male nella scuola di attuale servizio. Sì, è vero, sono impulsivo e dico a chiare lettere quello che penso a colleghi, studenti e chicchessia, sono disposto a farmi del male pur di far valere certi principi, anche a perdere la partita, ma sinceramente sto bene dove sto. Studenti educati, talvolta saggi(più di me), generalmente motivati, colleghi affettuosi, clima culturale vivace(troppo per me), 30 minuti di percorso da casa(e per un pendolare son fortune), il centro storico in un palazzo storico, lo snodo delle vie di trasporto e comunicazione… sono motivazioni più che sufficienti per restare. 

Un giorno, forse, chissà.

Balene e Pinocchi

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Come un Pinocchio di ferro ti ha sputato davanti ai miei occhi la balena verde di foggia americana, tu, già grigia nella senescenza, ancora vivida nell’astuzia acuta e cerimoniosa della volpe. Tra le lacrime hai riassunto in brevi fotogrammi la tua vita, da quel dì in cui perdesti me e i tuoi figli, tu che eri avvezza a conquistarci con le blandizie delle tue parole tra i crich-croch delle patatine e le bollicine di una Coca-Cola. Ora ti vedo immobile nella malattia, mentre le tue mani parlano di libri letti, di cucina e di burraco. Sgrani sul filo della memoria i morti che vivi ci appartennero, i sogni realizzati a metà, le voci che familiari suonano il loro concerto nel nostro breve incontro. Te lo dovevo questo ritrovarci, mai voluto, eppure sognato. Ci ha pensato Dio, il fato, la provvidenza, il caso, e noi non rimaniamo che fragili anelli di un meccanismo inconoscibile, che ha la sete dell’assoluto e il mistero della fede nella vita. Tu arrugginito Pinocchio di ferro e io vivente carcassa di bei ricordi.

The storme-blast came

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Agli inizi della mia carriera di docente, Gabriele, amico e collega straordinario, un pomeriggio mi ubriacò a tal punto di riflessioni letterarie e metaletterarie su una porzione della letteratura inglese che dimenticai di fare il mio dovere, perciò si ascrisse il merito di far saltare gli scrutini dell’istituto magistrale, ove insegnavo tre ore di latino. 

Si trattava di una supplenza temporanea, che gestivo insieme ad altre ore in un’altra scuola. Fu la mia prima supplenza nelle scuole statali e, come carta di presentazione, non fu certamente azione di cui gloriarsi. L’episodio dello scrutinio saltato fu ben presto dimenticato dai colleghi, che apprezzarono comunque il lavoro svolto in classe nei mesi successivi. Tenevo fortemente a far bella figura, anzitutto con me stesso, e perciò mi impegnavo con tutte le mie forze per sollevare il livello di quella classe; probabilmente anche per far dimenticare l’episodio, fui particolarmente buono con le alunne delle magistrali e, contrariamente al mio modo di operare, non troppo rigido nell’assegnazione dei voti. D’altra parte, a fine aprile, la titolare della cattedra rientrò a scuola e perciò fu lei a determinare la sorte di quelle povere ragazze. Povere si fa per dire, forse sprovvedute e svagate, ma particolarmente accoglienti e lusingatrici. Quell’aprile mi beccai due regali: uno delle studentesse, che confessarono di averci capito qualcosa di latino, e uno della titolare, che mi donò un buon eserciziario, che attualmente adopero per assegnare le versioni agli studenti.

Rinsavito improvvisamente, tra le sonore risate di Gabriele, che esultava per la vittoria(la poesia inglese aveva trionfato sul mio senso patologico del dovere)afferrai la cornetta del telefono e chiamai la segreteria della scuola, adducendo come pretesto un guasto all’automobile. Quella notte non presi sonno, temendo chissà quali rimproveri da parte del preside, ma il giorno dopo non accadde proprio nulla. Non fui richiamato dal preside, né i colleghi si mostrarono inviperiti per dover ritornare a scuola un altro pomeriggio a causa della mia sbadataggine tinta di necessità del caso.

Da Gabriele ho imparato moltissimo sul versante metaletterario dei testi; talvolta, avendo noi in comune una classe, tenevamo insieme la lezione, incrociando così i sentieri delle letterature europee, delle quali lui era esperto conoscitore. Dopo la mia iniziale ritrosia per senso di inadeguatezza(lo avevo mitizzato, insomma), fu una collaborazione formativa molto fruttuosa e gli studenti diedero il meglio di sé. Gabriele era un docente stravagante e bizzarro; non teneva in ordine il registro, inforcava, in ogni mese dell’anno, degli occhiali da sole scuri come la morte, tant’è che raramente si potevano fissare i suoi occhi, e sperimentava modalità didattiche, che collidevano con la mia visione antica del docente. Un giorno, entrando in aula al cambio dell’ora, mi ritrovai in un buio pesto squarciato soltanto dalla voce metallica di una musicassetta, che recitava una ballata inglese. Secondo Gabriele il buio percepito con i sensi avrebbe fatto immergere meglio gli studenti nell’atmosfera della poesia. I ragazzi lo emulavano, osannandolo in ogni occasione. Un’altra volta invitò degli attori allo scopo di inscenare in classe parte di un dramma inglese e poi toccò agli stessi studenti. Io rimanevo scandalizzato, ma segretamente lo ammiravo. Di Gabriele divenni anche amico e lascio immaginare quante serate stravaganti ho trascorso con lui e la sua cricca. Poi ci perdemmo di vista. Altre scuole, altre supplenze, il concorso, sedi in città diverse.

Ultimamente Gabriele era tornato ad insegnare in Sicilia, ma non ci siamo mai incontrati, né ci siamo cercati. Adesso lui riposa in un’urna di ceneri, perché un male l’ha divorato. Tutto questo l’ho saputo a fatti già avvenuti. Di lui mi è rimasto un ottimo libro di critica ed estetica letteraria, che talvolta consulto per l’analiticità con cui è sviscerata la letteratura tra ‘500 e ‘600, e il suo sorriso vitale, che rimane impresso nella memoria. Quel sorriso era segno di una vita vissuta intensamente. E questo gliel’ho sempre invidiato.

Non so se ho una sua foto. Devo rovistare tra le mie carte.