Con un pugno di stelle

ecco_come_nato_il_piccolo_principe_00Il principino entra sulla scena con un pugno di stelle e le depone in un angolo del palcoscenico. Le stelle si accenderanno dopo che il principino e l’aviatore avranno consumato la loro esperienza; il primo vagando di pianeta in pianeta, di asteroide in asteroide alla ricerca delle motivazioni che spingono gli uomini e l’universo tutto ad affannarsi alla ricerca del potere, del successo, della morale universale, l’altro a ritrovare nell’esperienza del deserto il senso profondo del vivere.

Si dipana così, in una scenografia essenziale, la scrittura teatrale de “Il piccolo principe”, realizzata da registi e attori panormitani; vi ho condotto i miei primini, che a giudicare dal silenzio pare abbiano seguito con interesse lo spettacolo, un misto di teatro nel senso letterale del termine, danza, mimica, animazione per mezzo di audiovisivi, musica. Una miscellanea sobria e raccolta in un piccolissimo teatro della città.

Anch’io ho tratto profitto da questa pausa curricolare. Sulla scena ho rivisto la rosa, la volpe, il serpente, l’elefante, il deserto, il cappello e, insieme, la miseria e la grandezza degli uomini.

Prendersi cura degli altri, delle cose e, in una parola, del mondo, ci può salvare dall’indifferenziato del deserto esistenziale.

Tra i rami di un fico

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I giardini riservano sorprese anche ad agosto: una tela di seta in equilibrio tra i rami di un fico.

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Ecco il ragno, mentre tenta di fuggire al riparo!

Fra’ Nero

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Lo abbiamo trovato così, immobile, sotto la pergola di vite nel cortile delle monache; a trovarlo, in realtà, è stata la sorella portinaia, mentre spazzava gli scalini del sagrato. Sorella Ramazza lo ha accolto tra le sue mani e ha tentato in tutti i modi di rifocillarlo, ma niente,  fratello Nero rifiuta ogni offerta di cibo. Lo ha sistemato sotto la pergola ieri. E oggi il secondo ritrovamento con sorpresa smorzata. Lo si è sistemato in posizione elevata, ma sicura, speranzosi che la madre lo venga a riprendere. Non occorre essere ornitologi per capire che si tratta di un piccolo fuoriuscito dal nido durante le prove tecniche di volo; nel caso non venga recuperato dalla madre, si provvederà altrimenti. Magari chiamando un esperto.

Gattamoderna.com

Se esistesse una rivista interamente curata da e per gatte, questa foto sublime ne sarebbe la copertina.

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Un grazie all’amica Ornella, che me ne ha fatto dono. 

Muciddu

Del mio fioraio ho già avuto modo di parlare, come dei gatti che popolano il deposito dei fiori, una catapecchia antidiluviana, che accoglie ben due celle frigorifere e una serie di attrezzi del mestiere. L’aria è irrespirabile: i fiori in cella puzzano, come puzza l’acqua di ristagno dei contenitori, dove restano immerse per giorni le spugne verdi da usare per le composizioni. Il deposito è invero anche un ripostiglio di cianfrusaglie, com’è possibile desumere dalla foto. In un angolo polveroso una cassetta è diventata la culla di quattro muciddi*, che una mucidda ha partorito sabato mattina. Il fioraio sapeva che mucidda era incinta e, quando ha visto movimenti strani e qualche miagolio di troppo, ha predisposto la cassetta-culla sì in un anfratto, ma a pochi centimetri da una finestra, da cui entrano aria e luce. Dei muciddi mi sono accorto soltanto ad acquisto completato; eccoli, mentre poppano silenziosi, mentre Bea, così ho ribattezzato mucidda, è distesa in estasi.

*Non posso chiamarli gatti, il nome “giusto” è muciddu, una parola-onomatopea adoperata in Sicilia per chiamare i gatti e richiamarli producendo con le labbra una sorta di miagolio umano affettuoso. Così li chiamano il mio fioraio e il popolino. Che poi muciddu richiama mouse. Chissà qualche lontana parentela!