Ombre di luce

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Domattina alle 9 si aprirà il sipario sull’anno scolastico ’18-’19. Si comincia con il collegio di rito, che non pochi acidi malumori ha fatto fermentare nel cuore dei miei amati colleghi a causa della coincidenza tra il primo settembre e il sacro sabato.

Occorrerà arrivare a scuola molto presto per trovare un parcheggio dignitoso, ossia all’ombra e preferibilmente non distante un chilometro dalla sede dei comandi; quando ci riuniamo in plenaria, i docenti della mia scuola siamo un bel numero e perciò è difficoltoso accaparrarsi anche un piccolo spazio per l’automobile. Tra l’altro nella zona ci sono uffici e un mercato storico, quindi il parcheggio non è esclusiva nostra. A nostro vantaggio c’è che domani il traffico in città sarà scorrevole, perciò si procederà spediti.

Come sempre un po’ di ansia si cova nel profondo. L’enigma riguarda l’assegnazione delle cattedre. Da quando la scuola si è marchionnizzata(pace all’anima sua!), alcuni dirigenti e la conventicola dei macchinatori-delatori credono di fare e disfare ciò che credono più opportuno per il successo dei loro istituti in barba ai principi pedagogici e didattici. Vigilare è allora imperativo categorico. Proprio oggi ho accolto e raccolto le paure di qualche collega, con cui a lungo nel pomeriggio si è chiacchierato sugli scenari imminenti. Aspettiamo curiosi di sapere.

Intanto, forti della consapevolezza che chi sa insegnare lo fa sempre e comunque, ci dormiamo su, non prima di avere augurato ai colleghi bloggari un anno scolastico scintillante di relazioni umane dialetticamente generose e di mete culturali sempre più a misura d’uomo. 

 

E lasciateci divertire!

lisabettaSi boccazzeggia seriamente a scuola. I miei alunni, dopo aver letto e studiato una ventina di novelle secondo i sacri crismi del più antiquato metodo di insegnamento, di cui mi glorio, realizzeranno, suddivisi in gruppi di quattro, un video che dovrà rappresentare una scena saliente di una delle novelle assegnate alle varie brigate. Oggi i ragazzi hanno accolto con entusiasmo la proposta. Chissà che ne verrà fuori. La consegna prevede che loro stessi saranno attori e registi e potranno o attenersi fedelmente al testo o attualizzarlo; le varie scene saranno successivamente montate in un unico film e proiettate in classe. Se l’esperimento dovesse riuscire, lo condivideremo con tutta la scuola. Ho detto loro che io sarò defilato, ma una vocina mi dice che cercheranno aiuto e vorranno consigli. Non riesco proprio a vederli con la testa di Lorenzo nel vaso di basilico o l’elitropia di Calandrino. Divertimento assicurato e apprendimento ludico. D’altronde il Certaldese non si proponeva anche di allietare il suo pubblico? Non saranno certo lenite le pene d’amore, ma sicuramente alleggerite quelle scolastiche.

Che divertimento sia!

Con un pugno di stelle

ecco_come_nato_il_piccolo_principe_00Il principino entra sulla scena con un pugno di stelle e le depone in un angolo del palcoscenico. Le stelle si accenderanno dopo che il principino e l’aviatore avranno consumato la loro esperienza; il primo vagando di pianeta in pianeta, di asteroide in asteroide alla ricerca delle motivazioni che spingono gli uomini e l’universo tutto ad affannarsi alla ricerca del potere, del successo, della morale universale, l’altro a ritrovare nell’esperienza del deserto il senso profondo del vivere.

Si dipana così, in una scenografia essenziale, la scrittura teatrale de “Il piccolo principe”, realizzata da registi e attori panormitani; vi ho condotto i miei primini, che a giudicare dal silenzio pare abbiano seguito con interesse lo spettacolo, un misto di teatro nel senso letterale del termine, danza, mimica, animazione per mezzo di audiovisivi, musica. Una miscellanea sobria e raccolta in un piccolissimo teatro della città.

Anch’io ho tratto profitto da questa pausa curricolare. Sulla scena ho rivisto la rosa, la volpe, il serpente, l’elefante, il deserto, il cappello e, insieme, la miseria e la grandezza degli uomini.

Prendersi cura degli altri, delle cose e, in una parola, del mondo, ci può salvare dall’indifferenziato del deserto esistenziale.

The storme-blast came

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Agli inizi della mia carriera di docente, Gabriele, amico e collega straordinario, un pomeriggio mi ubriacò a tal punto di riflessioni letterarie e metaletterarie su una porzione della letteratura inglese che dimenticai di fare il mio dovere, perciò si ascrisse il merito di far saltare gli scrutini dell’istituto magistrale, ove insegnavo tre ore di latino. 

Si trattava di una supplenza temporanea, che gestivo insieme ad altre ore in un’altra scuola. Fu la mia prima supplenza nelle scuole statali e, come carta di presentazione, non fu certamente azione di cui gloriarsi. L’episodio dello scrutinio saltato fu ben presto dimenticato dai colleghi, che apprezzarono comunque il lavoro svolto in classe nei mesi successivi. Tenevo fortemente a far bella figura, anzitutto con me stesso, e perciò mi impegnavo con tutte le mie forze per sollevare il livello di quella classe; probabilmente anche per far dimenticare l’episodio, fui particolarmente buono con le alunne delle magistrali e, contrariamente al mio modo di operare, non troppo rigido nell’assegnazione dei voti. D’altra parte, a fine aprile, la titolare della cattedra rientrò a scuola e perciò fu lei a determinare la sorte di quelle povere ragazze. Povere si fa per dire, forse sprovvedute e svagate, ma particolarmente accoglienti e lusingatrici. Quell’aprile mi beccai due regali: uno delle studentesse, che confessarono di averci capito qualcosa di latino, e uno della titolare, che mi donò un buon eserciziario, che attualmente adopero per assegnare le versioni agli studenti.

Rinsavito improvvisamente, tra le sonore risate di Gabriele, che esultava per la vittoria(la poesia inglese aveva trionfato sul mio senso patologico del dovere)afferrai la cornetta del telefono e chiamai la segreteria della scuola, adducendo come pretesto un guasto all’automobile. Quella notte non presi sonno, temendo chissà quali rimproveri da parte del preside, ma il giorno dopo non accadde proprio nulla. Non fui richiamato dal preside, né i colleghi si mostrarono inviperiti per dover ritornare a scuola un altro pomeriggio a causa della mia sbadataggine tinta di necessità del caso.

Da Gabriele ho imparato moltissimo sul versante metaletterario dei testi; talvolta, avendo noi in comune una classe, tenevamo insieme la lezione, incrociando così i sentieri delle letterature europee, delle quali lui era esperto conoscitore. Dopo la mia iniziale ritrosia per senso di inadeguatezza(lo avevo mitizzato, insomma), fu una collaborazione formativa molto fruttuosa e gli studenti diedero il meglio di sé. Gabriele era un docente stravagante e bizzarro; non teneva in ordine il registro, inforcava, in ogni mese dell’anno, degli occhiali da sole scuri come la morte, tant’è che raramente si potevano fissare i suoi occhi, e sperimentava modalità didattiche, che collidevano con la mia visione antica del docente. Un giorno, entrando in aula al cambio dell’ora, mi ritrovai in un buio pesto squarciato soltanto dalla voce metallica di una musicassetta, che recitava una ballata inglese. Secondo Gabriele il buio percepito con i sensi avrebbe fatto immergere meglio gli studenti nell’atmosfera della poesia. I ragazzi lo emulavano, osannandolo in ogni occasione. Un’altra volta invitò degli attori allo scopo di inscenare in classe parte di un dramma inglese e poi toccò agli stessi studenti. Io rimanevo scandalizzato, ma segretamente lo ammiravo. Di Gabriele divenni anche amico e lascio immaginare quante serate stravaganti ho trascorso con lui e la sua cricca. Poi ci perdemmo di vista. Altre scuole, altre supplenze, il concorso, sedi in città diverse.

Ultimamente Gabriele era tornato ad insegnare in Sicilia, ma non ci siamo mai incontrati, né ci siamo cercati. Adesso lui riposa in un’urna di ceneri, perché un male l’ha divorato. Tutto questo l’ho saputo a fatti già avvenuti. Di lui mi è rimasto un ottimo libro di critica ed estetica letteraria, che talvolta consulto per l’analiticità con cui è sviscerata la letteratura tra ‘500 e ‘600, e il suo sorriso vitale, che rimane impresso nella memoria. Quel sorriso era segno di una vita vissuta intensamente. E questo gliel’ho sempre invidiato.

Non so se ho una sua foto. Devo rovistare tra le mie carte.

Nel nome della madre

Tanto per bruciare intensamente d’invidia, apprendo in questo preciso istante dal sito Le parole e le cose la notizia dell’incontro culturale a Siena dal titolo “Nel nome della madre”; non ho il tempo di organizzarmi per partecipare, ma chiedo a quanti potranno o di mandarmi qualche appunto o di aggiornarmi sull’eventuale pubblicazione degli Atti del convegno.