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Agli inizi della mia carriera di docente, Gabriele, amico e collega straordinario, un pomeriggio mi ubriacò a tal punto di riflessioni letterarie e metaletterarie su una porzione della letteratura inglese che dimenticai di fare il mio dovere, perciò si ascrisse il merito di far saltare gli scrutini dell’istituto magistrale, ove insegnavo tre ore di latino. 

Si trattava di una supplenza temporanea, che gestivo insieme ad altre ore in un’altra scuola. Fu la mia prima supplenza nelle scuole statali e, come carta di presentazione, non fu certamente azione di cui gloriarsi. L’episodio dello scrutinio saltato fu ben presto dimenticato dai colleghi, che apprezzarono comunque il lavoro svolto in classe nei mesi successivi. Tenevo fortemente a far bella figura, anzitutto con me stesso, e perciò mi impegnavo con tutte le mie forze per sollevare il livello di quella classe; probabilmente anche per far dimenticare l’episodio, fui particolarmente buono con le alunne delle magistrali e, contrariamente al mio modo di operare, non troppo rigido nell’assegnazione dei voti. D’altra parte, a fine aprile, la titolare della cattedra rientrò a scuola e perciò fu lei a determinare la sorte di quelle povere ragazze. Povere si fa per dire, forse sprovvedute e svagate, ma particolarmente accoglienti e lusingatrici. Quell’aprile mi beccai due regali: uno delle studentesse, che confessarono di averci capito qualcosa di latino, e uno della titolare, che mi donò un buon eserciziario, che attualmente adopero per assegnare le versioni agli studenti.

Rinsavito improvvisamente, tra le sonore risate di Gabriele, che esultava per la vittoria(la poesia inglese aveva trionfato sul mio senso patologico del dovere)afferrai la cornetta del telefono e chiamai la segreteria della scuola, adducendo come pretesto un guasto all’automobile. Quella notte non presi sonno, temendo chissà quali rimproveri da parte del preside, ma il giorno dopo non accadde proprio nulla. Non fui richiamato dal preside, né i colleghi si mostrarono inviperiti per dover ritornare a scuola un altro pomeriggio a causa della mia sbadataggine tinta di necessità del caso.

Da Gabriele ho imparato moltissimo sul versante metaletterario dei testi; talvolta, avendo noi in comune una classe, tenevamo insieme la lezione, incrociando così i sentieri delle letterature europee, delle quali lui era esperto conoscitore. Dopo la mia iniziale ritrosia per senso di inadeguatezza(lo avevo mitizzato, insomma), fu una collaborazione formativa molto fruttuosa e gli studenti diedero il meglio di sé. Gabriele era un docente stravagante e bizzarro; non teneva in ordine il registro, inforcava, in ogni mese dell’anno, degli occhiali da sole scuri come la morte, tant’è che raramente si potevano fissare i suoi occhi, e sperimentava modalità didattiche, che collidevano con la mia visione antica del docente. Un giorno, entrando in aula al cambio dell’ora, mi ritrovai in un buio pesto squarciato soltanto dalla voce metallica di una musicassetta, che recitava una ballata inglese. Secondo Gabriele il buio percepito con i sensi avrebbe fatto immergere meglio gli studenti nell’atmosfera della poesia. I ragazzi lo emulavano, osannandolo in ogni occasione. Un’altra volta invitò degli attori allo scopo di inscenare in classe parte di un dramma inglese e poi toccò agli stessi studenti. Io rimanevo scandalizzato, ma segretamente lo ammiravo. Di Gabriele divenni anche amico e lascio immaginare quante serate stravaganti ho trascorso con lui e la sua cricca. Poi ci perdemmo di vista. Altre scuole, altre supplenze, il concorso, sedi in città diverse.

Ultimamente Gabriele era tornato ad insegnare in Sicilia, ma non ci siamo mai incontrati, né ci siamo cercati. Adesso lui riposa in un’urna di ceneri, perché un male l’ha divorato. Tutto questo l’ho saputo a fatti già avvenuti. Di lui mi è rimasto un ottimo libro di critica ed estetica letteraria, che talvolta consulto per l’analiticità con cui è sviscerata la letteratura tra ‘500 e ‘600, e il suo sorriso vitale, che rimane impresso nella memoria. Quel sorriso era segno di una vita vissuta intensamente. E questo gliel’ho sempre invidiato.

Non so se ho una sua foto. Devo rovistare tra le mie carte.

Nel nome della madre

Tanto per bruciare intensamente d’invidia, apprendo in questo preciso istante dal sito Le parole e le cose la notizia dell’incontro culturale a Siena dal titolo “Nel nome della madre”; non ho il tempo di organizzarmi per partecipare, ma chiedo a quanti potranno o di mandarmi qualche appunto o di aggiornarmi sull’eventuale pubblicazione degli Atti del convegno.

Alda, Agostina, Icovellauna e Marie

È venuto ora il momento di parlare della mia commissione che, se potessi associare ad un quadro, sarebbe Le danzatrici rosa.

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Cominciamo dal Presidente, Alda Merini. Ne ripropone l’effigie e la voce, a parte la passione viscerale per la letteratura. Mentre discutevamo delle tracce della prima prova con intorno un nugolo di candidati, presidenti e commissari, davanti a un’incandescente fotocopiatrice, mi sono beccato il richiamo di un integerrimo presidente, che mi ha invitato a tacere perché non condizionassi gli studenti con le mie riflessioni a voce alta. Io e Alda ci siamo lanciati uno sguardo di complicità per la marachella, e di commiserazione per quell’uomo infelice, ed è scattata tra noi simpatia certa; subito dopo mi ha chiesto di abolire il lei come pronome allocutorio. Perciò sono passato al tu. Ma mi risulta difficile dare del tu a una persona che non conosco e che visibilmente dimostra gli anni della vecchiezza, perciò alterno i due modi. Alda è un donnone di due metri, elegante e cordiale, confusionaria e generosa, vigile e al contempo distratta. Non è invasiva e ci lascia fare, ma sempre con l’ordinanza a portata di mano, per fugare qualche dubbio dei commissari. Il mio ruolo è di verbalizzare, ma lei mi consulta per ogni cosa, anche per interpretare la norma degli esami, che comunque non è poi così oscura. Fai tu, fai tu. Ma c’è che io non sono vicepresidente; lo è una collega dell’altra commissione che, profittando di una mia assenza temporanea, ha chiesto espressamente di non verbalizzare, essendo stanca di averlo fatto per l’intero anno scolastico. Come se gli altri avessimo pettinato bambole o giocato a candy crash saga durante le ore scolastiche. Io ho accettato di verbalizzare, astenendomi da ogni commento, anche perché i verbali sono già belli e pronti sulla piattaforma, quindi non richiedono chissà quale sforzo. Ma, con un po’ di cattiveria vendicativa, lo ammetto, ho chiesto al presidente che si andasse via tutti insieme, soltanto a verbale redatto. Non me ne frega niente del bimbo da prendere al nido o del cane con la diarrea da soccorrere. 

Il calice, invece, diventa amaro con le altre tre commissarie esterne, con le quali mi sono già pizzicato. Ma non è per me una novità.

Agostina Belli, specializzata in “Carneade! Chi era costui?”, sfoggia abiti eleganti e tacchi mozzafiato ed è la classica collega che al posto di ruolo c’è arrivata tramite passaggi e abilitazioni, sostegni e ammennicoli vari, amica di una famigerata somara della mia scuola, lettrice appassionata di indici di libri di testo e programmi svolti in barba a qualsiasi ordinanza ministeriale, che regola il colloquio orale. La Belli pretendeva che chiamassi il corrispondente collega interno, per avere schiarimenti sul programma svolto. Te le puoi scordare, ho tuonato. E mi ha messo il muso. Di positivo c’è che è vorace, si è informata dell’ubicazione di tutti i bar presenti nel quartiere e, nel mezzo della plenaria, ha sgranocchiato biscotti e bevuto acqua a più non posso.

Poi c’è l’odiosa britannica, Icovellauna, interamente robotizzata, che mi ricorda vagamente la mia professoressa bigotta del liceo, che un giorno mi rimproverò perché indossavo una felpa rosa. Icovellauna parla sommessamente, chiude e apre le o, soppesa spiriti e accenti, voti e crediti, parole e sillabe. Anche lei è stata da subito ben servita, quando furbescamente ha tentato di piegare a suo favore i turni di assistenza. Il mio “pari opportunità” ha conquistato Alda Merini e Icovellauna c’è andata fregata.

Infine c’è Marie-Sophie Germain, scarmigliata e ironica, capace di presentarsi a scuola in ciabatte, la più saggia forse, esperta in iban, compensi e accrediti; maneggia di continuo il cellulare e mostra a tutti le foto che scatta; si dice che abbia dato indicazioni non proprio corrette ai candidati, quando Alda Merini le ha chiesto di illustrare qualche punto oscuro delle consegne. 

Ancora una volta so che si sopravviverà. Anche ridendo.

Comunque anche Leopardi diceva le parolacce

L’ho letto, riletto e macinato due volte per intero e, relativamente a qualche capitolo, sono tornato più volte a rivederlo. Brioso, divertente e istruttivo il saggio Comunque anche Leopardi diceva le parolacce 9788804634768-comunque-anche-leopardi-diceva-le-parolacce_copertina_2D_in_caroselloscritto da Giuseppe Antonelli, docente di Storia della lingua italiana all’Università di Cassino e brillante conduttore su radiotre della trasmissione radiofonica La lingua batte.
Fa da prodromo al saggio, la cui nota dominante è costituita dal piglio ironico e leggero con cui il professore affronta temi linguistici corposi, una breve un’indagine sul piano diacronico del fenomeno “errore” nella storia della lingua italiana e altresì da un’ironica disamina degli errori commessi oggi da parlanti e scriventi, ammesso che si possa parlare, sempre e in ogni caso, di errori. Lungi dall’essere un salvacondotto per gli asini, il saggio, attraverso immagini e metafore fortemente icastiche, si propone di dimostrare che l’errore, o meglio ciò che si considera tale, vive una vita brevissima, condizionata dalle variabili tempo/spazio e da una serie di costanti, che attraversano il fenomeno linguistico. Alla vulgata dei benpensanti della lingua, secondo cui esiste un modello di lingua fissa e immobile nei secoli, normata da leggi precise e immutabili, l’autore oppone una visione dinamica, che la vede intersecarsi in rapporto dialettico con il mondo tutto, evidenziando che la deriva delle lingue vive è la normalità, non l’eccezionalità. Sfatato il mito di un’età aurea della lingua, in cui tutti parlavano e scrivevano bene come se da neonati si fossero abbeverati alla fonte ippocrenea delle parole e il seno materno avesse stillato latte di poesia, e tolto, perciò, il velo del lutto alle Cassandre profetizzanti l’apocalisse della lingua, l’autore, dopo aver enunciato alcuni postulati di natura socio-linguistica, snocciola simpaticamente in dieci capitoli, i cui titoli sono ironici(a mo’ d’esempio “Una gita sul pò”, “Un attimino peggio”, “Signora mia, non ci sono più le mezze interpunzioni”, “Con rispetto parlando, i piedi”), alcune questioni vessatissime, portando esempi concreti, illustri e non, delle costanti linguistiche presentate nella parte introduttiva del saggio. Il filo rosso che li lega, ispessito dalla varietà delle fonti citate(21 sono le pagine!), che saccheggiano ogni dove(la gag televisiva, gli autori illustri di ieri e di oggi, i quotidiani, le canzoni, i trattati e i dizionari, il linguaggio degli sms e di internet, etc…), si trova nella lucida e saggia consapevolezza del confine labile e sfumato tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato; l’antitesi, infatti, necessita di essere arricchita del quando, del come e del perché sia giusto o sbagliato dire o scrivere qualcosa. E, a loro volta, anche il quando, il come e il perché non vivono in una dimensione astorica, ma tenacemente radicata nella storia, nel costume, negli atti linguistici dei parlanti, finanche in una hit di grande successo. Sbaglierebbe chi ritenesse il saggio una guida al relativismo linguistico e intravedesse nell’autore un novello profeta di libertinaggio linguistico e grammaticale. È, invece, un invito a chi ama la lingua a restare con i piedi per terra, sollevandoli quando è necessario, ma senza mai esagerare e persino obbligare gli altri a farlo.

Così è(SE VI PARE)

COSI’ E’ (SE VI PARE).

Dal blog di Giorgio Israel:

gisrael.blogspot.com

“TEDIO” contro scholé: il fallimento del merito della “buona scuola”

È usuale ripetere che Silvio Berlusconi non è riuscito a realizzare nessuno dei progetti che ha avanzato nel corso di un ventennio. Ma non è vero. Perché vi è un ambito in cui ha vinto, stravinto e anzi ha travolto qualsiasi opposizione: ed è quello dell’istruzione con lo slogan della “scuola delle tre i” (internet, inglese, impresa), vittoria che si estesa anche all’università. Non soltanto tutto il centrodestra si è allineato a questa formula, con l’emarginazione di residui ambienti di conservatorismo tradizionale; ma essa è dilagata in larga parte della sinistra che l’ha fatta propria e persino interiorizzata sul piano ideologico, mentre la derideva e protestava salendo sui tetti contro le politiche dell’istruzione dei governi berlusconiani.

Così abbiamo assistito all’invasione patrocinata con complicità trasversale di strumenti come le Lim (Lavagne interattive multimediali), ormai persino obsolete e spesso inutilizzabili in scuole che non hanno neppure i mezzi per riparare i gabinetti; mentre si prepara, con un coro di consensi, l’invasione dei tablet, in scuole che quasi mai hanno la banda larga, senza il minimo interesse per i contenuti che debbono trasmettere, tanto questa è l’ultima cosa che conta, e chi solleva il tema viene gratificato da sorrisini di sufficienza.

Così stiamo assistendo al dilagare delle lezioni in inglese, spesso tenute da docenti che non ne controllano più di qualche centinaio di parole, e non soltanto in materie tecniche. Si racconta di scene esilaranti di lezioni universitarie di estetica o storia dell’arte tenute a studenti dell’estremo oriente, che non conoscono l’inglese e sono venuti qui per studiare l’italiano e i beni artistici e culturali del nostro paese. Intanto si prepara la valanga dei corsi in lingua inglese nei licei per tenere i quali non esiste neppure una quota accettabile del personale qualificato necessario.

Quanto all’ideologia dell’impresa come modello universale, anche qui il trionfo è andato oltre ogni aspettativa. Non si tratta davvero di rimpiangere certi atteggiamenti ostili al mondo imprenditoriale in voga nell’estrema sinistra, ma di qui a bere la favola che l’impresa sia un modello perfetto di promozione del merito ne corre: basta guardarsi attorno e pensare alla crisi che stiamo attraversando. Ma neppure questo è il punto ed è penoso dover ripetere un concetto di elementare evidenza, rischiando di far la figura degli smemorati. Il mondo non è unidimensionale. Il criterio che presiede alla promozione del merito nell’impresa è intrinsecamente e radicalmente diverso da quello che presiede alla valutazione e promozione dei meriti intellettuali e culturali. È evidente che nel primo caso il criterio debba essere quello della soddisfazione del consumatore (“customer satisfaction”): se acquisto uno smartphone e non funziona, una scatola di alimenti che risultano guasti, ho il pieno diritto di protestare, essere rimborsato e poi rivolgermi alla concorrenza. In questo ambito sono utili quei confronti del rapporto qualità/prezzo che possono orientare il consumatore verso la scelta migliore. Ma se il ragazzo torna a casa con un 4 in matematica non è detto affatto, anzi è assai improbabile, che l’interessato e la famiglia abbiano il diritto di protestare con l’istituzione o il professore. Il 4 può, e spesso è, frutto di nullafacenza, trasandatezza, cattivo modo di studiare, e questo non può essere imputato alla scuola o università che sia. Lo slogan del “successo formativo garantito” è una solenne sciocchezza che mira alla formazione di persone tutte uguali, e chi lo avanza nel contesto di una società liberale è fautore di un grottesco connubio tra le ideologie del turbocapitalismo e del vecchio comunismo sovietico. La scuola può e deve tendere a far andare avanti tutti, però nella consapevolezza che si tratta di un principio orientativo, non conseguibile in modo pieno nella realtà, e che promozione del merito significa appunto premiare i migliori a svantaggio dei peggiori, che esistono, piaccia o no.

Per questo, chi si straccia le vesti quando si dice che impresa e istruzione non possono essere accostati (e propone di omologare la seconda alla prima) sbaglia e di grosso. Anzi, non fa che propugnare un punto di vista che è all’origine dell’impossibilità di un’autentica promozione del merito nel campo dei beni immateriali e della conoscenza.
Difatti, il risultato è che l’insegnante deve diventare un passacarte e un “facilitatore” preposto all’esecuzione di ricette predisposte dalla tecnocrazia di turno; e il dirigente scolastico può essere bravo quanto si vuole, ma è plasmato dal ruolo istituzionale di rispondere alla “customer satisfaction” in una maniera che va bene per una ditta che produce seggiole ma non per un’istituzione che forma le persone e crea conoscenza e capacità. Costretto in quel ruolo imprenditoriale al dirigente scolastico non resta che premere sui docenti perché non diano voti bassi e non boccino troppo e predisporre un’offerta formativa accattivante e questo, più che prestare attenzione alla qualità dei corsi nelle materie fondamentali, significa proporre un contorno di attività collaterali che vanno dai corsi di danza a quelli di cucito o di yoga, in cui talora traspare l’affarismo. In certi casi le liste di queste proposte sono dignitose, in non pochi sono vergognose.

Questa lunga premessa conduce a spiegare perché il timido tentativo del piano della “buona scuola” di introdurre una progressione stipendiale degli insegnanti legata alla valutazione del merito stia miseramente fallendo. Nessuno può seriamente contestare la validità di un simile approccio rispetto a quello della progressione per anzianità, ma l’approccio di tipo imprenditoriale ha vanificato tutto. Se deve essere il dirigente scolastico, coadiuvato da una commissione, a valutare il merito, costui non dovrebbe essere un manager (magari neppure laureato) ma un preside, nel senso pieno del termine, ovvero il migliore tra tutti gli insegnanti. Tuttavia non un passo è stato proposto in questa direzione. Né ha senso stabilire delle quote prefissate di destinati alla progressione.

Ma, soprattutto, è devastante l’idea che il merito non consista nell’essere un buon professore di italiano, di storia o di matematica, bensì nell’essere abile a mettere in piedi progetti “alternativi” che senza dubbio possono far pubblicità alla scuola ma per qualsiasi motivo eccetto che per quelli istituzionali. Del resto, come stupirsi che prevalga un andazzo verso il principio del TEDIO – Tutto Eccetto la Didattica Ordinaria, il contrario del greco “scholé” che significa ozio, ovvero spazio per l’autentica riappropriazione della propria identità e libertà – visto che abbiamo un sottosegretario che proclama la superiorità della didattica autogestita nelle occupazioni a quella ordinaria? È da chiedersi se egli abbia letto certe proposte circolanti da parte dell’“utenza” in tema di didattica autogestita, perché, se le avesse lette, la cosa sarebbe ancor più grave.

In conclusione, non è da stupirsi se un timido passo nella direzione della promozione del merito sia affondato di fronte all’opposizione di chi ha facilmente preso in mano la bandiera di critiche giuste, anche se non sempre con il migliore degli intenti: prova ne è che si sta tornando alla progressione stipendiale per anzianità. Così, l’unica lezione che occorre amaramente trarre da questa vicenda è che il dilagare di un approccio tecnocratico e anticulturale sta distruggendo persino la residua consapevolezza di cosa debba essere la verifica delle capacità di uno studente e di un insegnante nel sistema dell’istruzione. In una parola, ci riempiamo ogni giorno di più della parola “merito” allontanandoci sempre di più dal suo autentico significato.
(Il Mattino, 19 dicembre 2014)

Copiato dal blog di Gipsy

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