Apnee

In queste ore telefono e casella di posta elettronica sono letteralmente infuocati per i messaggi di alunni e genitori, che comunicano alla vittima sacrificale del consiglio di classe, ossia il coordinatore, la positività al Covid 19 versione ‘22. Ma mi pervengono anche da quelle classi che non coordino, perché giustamente molti colleghi non hanno fornito il loro numero telefonico ad alunni e genitori e quindi costoro, rosi dall’ansia, avvertono l’esigenza di “dirlo” a qualcuno degli insegnanti e perciò a chi se non a “quello” di lettere, che per tradizione è una sorta di confessore senza stola sacerdotale? Non va meglio neanche sul versante dei colleghi: anche le chat dei professori non hanno pace. Nella mia scuola ce ne sono ben 4, una generale, tre da plesso. Chiaramente sono tutte silenziate. Stamani alle 10 circa i messaggi da leggere erano ben 47 e la diatriba verteva su scuola in presenza o didattica a distanza, come se ciò dipendesse da una nostra scelta autonoma. Qualcuno ha anche raggiunto toni da cortile, postando foto di assembramenti cittadini e scolastici pre-natalizi a prova dell’ incoscienza generalizzata. A mio parere la questione è un’altra: premesso che la Dad è stata ed è una c…ta pazzesca e che la vera scuola si realizza nella relazione educativa in presenza, siamo sicuri che tra ansia, mascherine e classi frammentate, un po’ in presenza, un po’ in classe, la qualità degli apprendimenti di questa terza via d’emergenza possa dirsi ottimale? La scuola ha bisogno di non essere tempestata da una mutevole congerie di misure organizzative, necessita di comunicazioni chiare e di alunni e docenti non in apnea. Diciamocelo francamente! Non è scuola vera quella in Dad, ma non lo è neanche quella in mascherina che stiamo vivendo da settembre. La saggezza pretende però che ci si adatti allo status attuale. E se Dad deve essere anche soltanto per un mese con tutto il carico di tristezza e depressione conseguenti, ma senza il coperchio dell’ansia che ci schiaccia e con la speranza di guardarsi di nuovo in faccia, che ben venga!

La terza

Ed anche la dose numero tre mi è stata iniettata. Dopo Astrazeneca mi è toccato il vaccino Moderna.

Ieri ho prenotato e oggi pomeriggio ho raggiunto una sede vaccinale sperduta tra le campagne viciniori. Stamani ho fatto una prima esplorazione al ritorno da scuola per accertarmi del sito e non girovagare a vuoto alla ricerca dell’hub e ne ho ricevuto un’impressione positiva, ma alle sei di sera il paesaggio, ridente di giorno, mi è apparso spettrale e squallido. Forse a ciò hanno contribuito la scarsa illuminazione esterna, i capannoni artigianali e il freddo pungente che mi son beccato nell’attesa di un’eventuale reazione x dopo la somministrazione, infatti da incallito spirito libero ho preferito attendere fuori dalla struttura e non nella zona predisposta dall’asp.

Mi ha tenuto compagnia uno dei miei nipoti, che a tutti i costi non ha voluto che andassi da solo a vaccinarmi, temendo chissà quale reazione. Nonostante le mie manovre di depistaggio, costui è riuscito a sapere dove e quando, servendosi di spie in famiglia. Per la eventuale quarta dose la mia bocca sarà cucita a dovere.

I classici 15-20 minuti di post vaccino sono trascorsi velocemente e non senza qualche momento ilare: io e il nipote abbiamo incoraggiato una giovanissima mamma con figlia al seguito che si è segnata con la croce del rosario davanti all’ingresso dell’hub. Per lei e la figliola si è trattato della prima dose, procrastinata di mese in mese per paura . informazioni poco corrette apprese sui social e, aggiungo io, una certa dose di ignoranza.

Nel mio piccolo ho cercato di rincuorarle, ma le due si sono avviate tremebonde come vittime per un sacrificio. Le quattro chiacchiere, sono certo, non sono servite a nulla.

Conta, invece, che si siano vaccinate.

Astrazenecato

Dal momento che il mio blog è diventato oramai una sorta di diario ad uso e consumo personale, utile a tenere desta la memoria, mi sembra opportuno riportare l’esperienza della vaccinazione che, paradossalmente, è stata una buona occasione per schiodarsi da casa.

Tre giorni fa ho effettuato la prenotazione e ho potuto scegliere il giorno, ossia la domenica, e questo per almeno tre buone ragioni: non imbottigliarmi nel traffico, trovare parcheggio per l’auto, non sottrarre tempo ai miei alunni. Ho scelto anche la fascia oraria, 8.00-9.00, memore delle attese dei colleghi, alcuni anche 5 ore di fila. Così stamani alle 7.00 in punto ero in fila alla Fiera del Mediterraneo in una Palermo immersa stranamente nella foschia e con un cielo orrendamente cinerino. Il cancello della Fiera era ancora muto di operatori e volontari covidiani, ma era allietato dalle ciarle di 6 operatrici sanitarie che nell’attesa vociavano pettegolezzi sui colleghi e vigilavano sull’ordine della fila senza che qualcuno le avesse autorizzate a farlo. Gli altri eravamo in religioso silenzio con la testa ficcata dentro lo smartphone per ammazzare il tempo. Circa un quarto alle otto si è materializzato al cancello un operatore in mimetica(di quelli che aspettano tali eventi per sentirsi, almeno una volta, realizzati nella vita), che ha chiesto di compilare un elenco con nome, cognome e professione, finalizzato a scremarci in ulteriori file per professioni. Aperto il cancello, ci siamo incolonnati e, osservando i capannoni deserti della Fiera, mi sono sentito quasi un deportato ebreo in attesa della doccia. Proiezioni fantastiche, chiaramente. Trascorsa un’ora, il mio cognome è risuonato nel mezzo silenzio delle colonne umane e il vaccinando si è avviato tra i floridi capannoni della speranza; un breve colloquio con un medico, assistito da un amministrativo, la disamina dei modelli A-B-C-D e poi l’ingresso in una micro saletta, dove un energumeno sanitario, in vena di ironia, mi ha accolto con un “ora le faccio un punturone”, ignorato dal mio mutismo. Ho offerto il braccio destro e in un fiat mi è stata inoculata la prima dose. Un’ultima postazione amministrativa mi ha consegnato la ricevuta della vaccinazione e la data della seconda dose. Ho atteso in una grande sala per circa 15 minuti e poi finalmente all’aperto per respirare una boccata di tabacco.

Ho lasciato la città ancora tinta di grigio, godendomi però con lo sguardo il litorale, puntellato da tute fosforescenti in corsetta e lambito da un mare sonnolento bigio come il cielo.

Impressioni “politiche”

Contrariamente a quanto sbandierato da molti, il governo in carica è più politico di quanto si possa immaginare, non nel senso becero che ha assunto in questi anni, ma in quello autentico di amministrazione della cosa pubblica. L’ottica, o la visione, come millantato da Mr Bean italiondo, non potrà che essere economicistica e produttiva, legittimata dalla finta e compiacente unità politica e dalla guerra sanitaria, centro di ogni narrazione pubblica. Piaccia o non piaccia, al premier e ai suoi fedelissimi tecnici toccherà il compito di rivoltare il calzino Italia, realizzando riforme impopolari per i singoli e le logge italiche, ma utili per il bene del Paese, o meglio per la loro idea del Paese. Anche i precedenti governi avrebbero potuto farlo, ma si sarebbero inimicati gli elettori…e perdere le poltrone costa. Noi docenti siamo in prima fila(mirino)e, se fino a qualche settimana fa potevamo anche ridere dei banchetti volanti e dei rossetti ammiccanti, avremo in futuro ben poco di cui “goliardeggiare”. Chi avrebbe il coraggio di opporre argomenti validi ad un’auctoritas riconosciuta a livello mondiale?

Intanto stiamo a guardare e ad ascoltare con i padiglioni auricolari ben ritti, anche se per gli stercorari dell’informazione sarà un problema abituarsi ad uno scenario di narrazione, che non ha più dietro la regia del Grande Fratello e le dirette Facebook.

Casa, ossia lavoro

Ieri sera, zampettando qua e là tra i pollai di alcuni programmi giornalistici tipici del martedì, che ripropongono schematicamente la solita solfa e i soliti, instancabili, onnipresenti ospiti(mi chiedo, per esempio, come riesca il vice ministro della salute a presenziare a qualsiasi ora del giorno a tutte le trasmissioni televisive), si discuteva della spaccatura economica tra i dipendenti pubblici, garantiti mensilmente dall’accredito dello stipendio sul conto bancario, e gli autonomi a vario titolo, fortemente penalizzati dal susseguirsi delle crisi economiche e in questi ultimi mesi dalla batosta della chiusura, imposta dalle scelte politiche poste in essere dal primo lockdown; per tale motivo qualcuno ventilava l’ipotesi di istituire una sorta di cassa della solidarietà sociale per sostenere chi è realmente in difficoltà e ciò, se tradotto in termini concreti, comporterebbe una minima riduzione degli stipendi dei garantiti: togliere una parte a chi fruisce del sicuro e condividerla con chi annaspa, ha chiuso i battenti, ha licenziato dipendenti e così via. Scelta che mi troverebbe assolutamente d’accordo, pur trovandomi io nel numero dei cosiddetti garantiti. Mi ha dato però fastidio, quasi al limite della nausea, che tra un sorrisino ironico e una battuta acida la parola “garantiti” facesse, per così dire, rima con “impigriti” e “parassiti”. Per conoscenza di chi pontifica dagli schermi televisivi si sappia che da quando le lezioni scolastiche si tengono in modalità di didattica digitale integrata la maggior parte dei docenti non ha più vita privata, o meglio l’attività lavorativa ha invaso quasi tutti gli spazi e le ore dedicate al riposo e alla cura minima di sé e dei propri familiari. Storicamente noi docenti ci siamo sempre portati il lavoro nelle nostre stanze private(preparare lezioni e correggere compiti)ancora prima che la situazione sanitaria ci imponesse di lavorare da casa; adesso le differenze si sono praticamente annullate, perché casa vuol dire lavoro e lavoro vuol dire casa.

C’è poco da ridere e da sputare veleno.