Sulle sette sorelle

Già è un problema per noi fratelli della Terra metterci d’accordo sui fondamentali, perciò non oso immaginare cosa potrebbe accadere nella relazione con i fratelli delle sorelle. Meglio soli e unici!

Perché no

curtoni001Ho accettato volentieri l’invito dell’amico Hyperloop e, domenica, abbandonata la collina, mi sono catapultato in città per assistere allo spettacolo didascalico-satirico-politico di Marco Travaglio dal titolo Perché no(tutte le bugie del Referenzum)con la partecipazione della bravissima Giorgia Salari. Lo spettacolo è strutturato in tre parti: nella prima il giornalista illustra sommariamente struttura e retroterra culturale(quale?)dei nuovi contenuti costituzionali, nella seconda entra in scena l’attrice Salari, che impersona il ministro Boschi, mentre Travaglio interpretando se stesso la intervista, nella terza, infine, si sintetizzano le ragioni del no al referendum. Ne è valsa la pena assistere alla performance dei due e ho apprezzato, in modo particolare, l’abilità oratoria di Travaglio, la lucidità del suo argomentare, la capacità di svelare i politici maneggj, la chiarezza espressiva e l’armamentario lessicale perfettamente in linea con il target del pubblico presente in sala. Di rilievo l’apax(almeno così mi pare)”lucchettologia”* a proposito di uno dei saggi del sì. Travaglio mi è sembrato un uomo autentico, poco incline agli infingimenti e alla doppiezza, franco e schietto. Chiaramente la parte centrale dello spettacolo(l’intervista di Travaglio alla Salari/Boschi)è la più esilarante: nei momenti di difficoltà e di silenzio imbarazzante l’uso sapiente delle luci contribuisce a spezzare l’illusione scenica e a rivelare nel contempo i pensieri non proprio politicamente corretti(altro non rivelo)del ministro. Il pubblico ha applaudito frequentemente, scegliendo con buon senso i momenti opportuni per farlo; non sono mancati anche gli applausi per le personalità di rilievo(magistratura)al loro ingresso in teatro(seduti proprio davanti a me, grazie ad Hyperloop che aveva prenotato immantinente!). Un pomeriggio piacevole ed edificante, anche solo per ascoltare un fragoroso scroscio di mani con mani non per dei vip di spettacolo, ma per uomini impegnati per la giustizia e la legalità.

Il consiglio, a tutti, è di andarlo a vedere.

*Non ci vuole poi molto per indovinare chi è il saggio.

Risplendere nel firmamento

scansione0004Ormai si corre verso il primo settembre, giorno di collegio e di inizio ufficiale dell’anno scolastico e il mio pensiero, parallelamente, vola al tiro alla fune, che si disputa in questi giorni circa l’opportunità di far svolgere le Olimpiadi del 2024 nella capitale. La prima cittadina, da quanto si legge, opporrebbe un deciso no alle storiche gare, ritenendo che Roma necessiti di interventi strutturali ben più duraturi di quelli che può lasciare in eredità la macchina sportiva, una volta conclusi i giochi. Rinunciare alla candidatura, invece, apparirebbe ai caldeggiatori vari uno spreco di opportunità economiche, sociali e culturali per Roma e per l’Italia tutta. In una macrovisione delle cose dire no alle Olimpiadi a Roma è indubbiamente un colpo alla ulteriore perdita di prestigio della Capitale, ma ad uno sguardo microchirurgico non si può affermare che la Raggi abbia torto. Ora non è mia intenzione qui scoperchiare la pentola degli odi intestini e faziosi, che straziano le onorevoli forze politiche nostrane, né schierarmi su uno dei due fronti, giochi sì, giochi no, ma mi preme evidenziare che è vizio degli itali petti infiammarsi ed entusiasmarsi per le grandi opere, accompagnate da prestigio, onore,  fama e money, e far languire, cadere e decadere il quotidiano ordinario ed essenziale per la vita dei cittadini(le buche mortali sull’asfalto, il traffico, la spazzatura intorno a cui saltellano i ratti, i mezzi di trasporto, i furti di rame dalle linee elettriche, l’inquinamento cittadino…). Nel contesto di una visione generale conformistica il no della Raggi è come se fosse pronunciato da una schizofrenica. Tutti, o quasi, dimenticano per poco tempo le buche, i disservizi, la sporcizia, l’invivibilità e si conformano alla filosofia del “così va il mondo”. 

Parallelamente a scuola, ma con maglie conformistiche ancora più strette, si verifica la medesima messa in scena sin dal collegio del primo settembre. Almeno a Roma si discute, si polemizza, ci si scontra, con scarse possibilità che trionfi una microvisione dei problemi della Città.

A scuola, invece, no. Neanche si fa in tempo a salutarsi, ad augurarsi un buon anno scolastico, a organizzare l’ordinario e il quotidiano dei primi giorni, ché già qualcuno squaderna al pubblico, fresco di sole e di mare, faraonici progetti di rete, stratosferiche organizzazioni concorsuali, brillanti partecipazioni, intra ed extra italiche, ad indagini di studio, adesione incondizionata a protocolli di mirabilia, che faranno risplendere nel firmamento delle scuole la propria Scuola. Pochi giorni dopo l’inizio delle lezioni, si riprenderà atto dello sfacelo inveterato: l’ascensore non funziona, le crepe sui muri continuano a crepeggiare, manca la carta, il toner, i soffitti piovono pioggia o liquidi corporei, la connessione è lenta, la connessione c’è, ma è ugualmente lenta, i bagni olezzano di urina e fumo, le circolari sono state scritte con sintassi involuta e presentano frasi oscure con ampi margini di ambiguità e di interpretazione…e così fino alla conclusione.

Ecco, è tutto, o quasi: almeno ci sono loro, gli alunni, altrimenti saremmo proprio persi. 

Fercoli, vare e soste

vareLe soste delle processioni cattoliche lungo l’itinerario di un paese sono un po’ come quelle dei treni nelle stazioni. C’è un percorso stabilito e ci sono delle fermate, sempre le stesse, che obbediscono ad un’economia del tempo da impiegare(una processione non può essere né breve, né lunga)per la preghiera, per gli stacchi della banda dei musicisti e per le soste dei fratelli delle confraternite, che portano per le strade il fercolo con la statua del santo festeggiato.

Nel centro in cui vivo fa eccezione il Corpus Domini, che prevede, nell’arco degli otto giorni dei festeggiamenti, delle soste davanti agli altari allestiti dai fedeli proprio sull’uscio di casa. Sono numerosi i fedeli che, o per devozione autentica o desiderio di apparire mondi e immacolati agli occhi del paese, mobilitano tutto il vicinato e montano degli apparati scenografici notevoli per bellezza e cura dei particolari; numerosi perciò sono gli itinerari della processione lungo la settimana e variabili le soste del fercolo. Tuttavia soste e fedeli fedelissimi sono sottoposti all’autorità presbiteriale coadiuvata da un nutrito numero di consiglieri pastorali, che monitorano il livello della fede, ma anche bisogni ed esigenze, dei vari quartieri attraverso una fitta rete di operatori. Nulla, insomma, è lasciato all’iniziativa estemporanea. 

Per il resto dell’anno, invece, nulla varia e la fissità del rito è cifra della perennità della fede.

Almeno per quanto riguarda il mio centro, gli annali dei devoti, delle pettegole e dei politici anticlericali non riportano episodi di inchini e omaggi davanti alle abitazioni di personaggi collusi con il potere mafioso o pubblicamente decretati mafiosi. Ripeto: il controllo del presbitero e dei suoi collaboratori è capillare. Ora ciò non vuol dire negare la possibilità di inquinamenti mafiosi nelle confraternite religiose e in seno stesso alle chiese locali, alle quali tocca gran parte dell’organizzazione delle feste dei santi, ma elevare a paradigma unico di interpretazione alcuni episodi, documentati e documentabili tra l’altro, di inchini e omaggi a personaggi alquanto discutibili sul piano civile e penale mi pare operazione assai disonesta e lesiva di chi coltiva e nutre un autentico sentimento di fede. Per molti di questi partecipare a una processione religiosa o allestire un altare davanti alla propria abitazione può essere segno tangibile di un sentimento di fede non altrimenti esprimibile. Per altri può essere segno di potere sul territorio, come dicevo poc’anzi.

Ma per punire la tracotanza di alcuni si cancellano i sentimenti di molti?

Tra l’altro, compito precipuo di un operatore evangelico è appunto evangelizzare, portare l’annuncio proprio a chi non vede, non sente, non cammina, eppure crede di camminare, sentire, vedere. Un presbitero non può sottrarsi al suo compito di evangelizzatore(interloquendo anche con un mafioso, un assassino, un mostro), ma deve anche rivendicare l’esercizio della sua autorità spirituale sulle derive ereticali di alcune forme di fede.

 

Lavorare in pace

scansione0006In riva al Naviglio, in una vecchia casa che ha ancora un cortile con gli affreschi e con le lampade votive, c’è un artigiano – uno degli ultimi – che lavora davanti al fuoco.
Si chiama Enrico Pressanti, ha 54 anni, ha cominciato a lavorare quando ne aveva nove. Col figlio e con un nipote manda avanti una fonderia con «terra di Francia », che i tempi vorrebbero ormai superata, dato che quasi tutti lavorano «a cera persa I ». Lo intervistiamo:
– Signor Pressanti, lei si sente un sopravvissuto?
– Che brutta parola! No, non sono nemmeno l’unico; a Milano saremo quattro.
Certo, una volta eravamo circa venticinque. Ma sono contento anche così.
Rispetto a mio padre che vendeva la trippa, ho fatto un progresso: lavorando come un pazzo, è vero, non contando le ore. Sono arrivato a quattordici ore di lavoro al giorno. Ma glielo ripeto: sono contento.
– Di che cosa, in particolare, è contento?
– Di fare begli oggetti. Farli, mi capisca, con le mie mani; e sapere che questi oggetti vanno nel mondo, e sono molto apprezzati.
– A quali oggetti si riferisce?
– Lampade, angeli, vasi, cavalli. Il nostro lavoro è molto vario; tutto dipende dalle ordinazioni. Non rifiutiamo nulla. I clienti sono molti, non ci fermiamo mai.
* * *
– Come ha cominciato?
– Nel lavoro di mio padre non c’era posto per due; così, dopo la terza elementare, sono andato a bottega da un fonditore, sempre qui, nel mio quartiere. Quel tipo là
era un mostro: sapeva fare di tutto e mi insegnava tutto.
“‘Lavoravamo l’oro, l’argento, il bronzo, l’ottone. Era un piacere lavorare con quell’uomo. Me ne sono andato dopo la guerra, quando avevo già un figlio e volevo tentare di fare qualcosa per conto mio.
– C’è riuscito, sembra!
– È stata dura. Nessuno mi ha dato una mano, nemmeno le banche. Ho alzato un muro di mattoni qui in cortile e ho cominciato a lavorare. Certe volte dicono che è bello essere padroni. lo la differenza non l’ho notata, perché anche oggi mi alzo alle sei e lascio la bottega quando è buio, fra le otto e le nove. Per fortuna ho la salute.
– Come si svolge il suo lavoro?
– Si svolge in questo buco davanti a queste lingue di fuoco. In luglio e in agosto, la temperatura della mia bottega supera i cinquanta gradi. Si buttano litri di sudore, ci vuole pazienza.
La soddisfazione di realizzare una bella maniglia ornata o, che so, il particolare di un letto di ottone, ci ripaga di tanta fatica. È un lavoro bello. Mi piace. La fatica diventa sopportabile proprio perché c’è la passione.
– Disegna da solo i suoi modelli?
– No; li ricevo già pronti, ma è il mio lavoro; la fusione dà una faccia definitiva ad ogni oggetto.
– Si guadagna?
– Sì, il guadagno è buono. C’è però un inconveniente; non riusciamo mai a trovare personale. I giovani non vogliono fare questo mestiere.
* * *
– Perché?
– Perché si sporcano le mani.
– Solo per questo?
– Guardi, io ho fatto la terza elementare e non so diretutte quelle bambinate che si sentono  alla TV. Se vuole parlare con mio figlio ….
– Volentieri.
– Sì, è vero che si sporcano le mani come dice mio padre; ma c’è anche un altro motivo. Nella società di oggi il fonditore e, in generale, l’artigiano, non contano niente. Uno che ha un bar, un negozio, un ristorante, viene considerato importante. Sarà. Ma sono più libero io con le mani sporche che loro, piegati in due, davanti ai clienti. Le dico di più: è meglio lavorare in bottega che avere una laurea e restare a spasso.
– Ci sarebbero posti di lavoro per i giovani?
– Diciamo che li potremmo offrire; ma nessuno li richiede; anzi quando noi li cerchiamo non li troviamo. Troppo faticoso, dicono. E così molte fonderie, pur piene di lavoro, sono costrette a ritardare di mesi le consegne, ed altre sono addirittura vicine alla chiusura.
– Ha l’impressione che il vostro mondo stia per finire?
– Credo di sì. L’arrivo della plastica, che è brutta e fa male, ha rivoluzionato tutto. La nostra fine è la fine del buon gusto.
– Qual è il vostro più grande desiderio?
– Lavorare in pace.
I. Mor
(Da: Il giornale nuovo», 14 agosto 1980)

La borsa di una vita

Ed ecco, a mio parere, il testo poetico per eccellenza del Festival di Sanremo ’16; credo che resterà negli annali della musica italiana. La canzone si snoda attraverso la potente metafora della borsa come summa del vissuto della donna. Il taglio è intimista e probabilmente non rende palesi le ragioni socio-economiche dell’impegno attuale delle donne, ma il testo mi pare comunque un buon tributo alla ricorrenza di oggi.

La borsa di una donna pesa come se ci fosse la sua vita dentro
Tra un libro che non vuole mai finire ed altri trucchi per fermare il tempo
C’è la sua foto di un anno fa che ha messo via perché non si piaceva
Ma a riguardarla adesso si accorge che era bella ma non lo capiva
La borsa di una donna riconosce le sue mani e solo lei può entrare
Nascosto in una tasca c’è quel viaggio che è una vita che vorrebbe fare
Milioni di scontrini, l’inutile anestetico del suo dolore
E stupidi sensi di colpa per quel desiderio di piacere
E se ci trovasse quei giorni
Di carezze fra i capelli
Lei per due minuti soli
Pagherebbe mille anni
Anni spesi per ritrovare
Le cose che qualcuno è riuscito a smarrire
La voglia di sorridere, di perdonare
La debolezza di essere ancora
Come la vogliono gli altri
La borsa di una donna non si intona quasi mai con quel che sta vivendo
Nasconde il suo telefono gelosa di qualcuno che la sta chiamando
Vicino alle sue chiavi la solita ossessione di scordarle ancora
E in quel disordine apparente la paura di restare sola
La borsa di una donna che può rivelare i suoi segreti in un momento
E forse nella tua distrattamente la sua vita c’è rimasta dentro
Tu che pensavi che ci fosse rimasto un po’ di spazio per un altro amore
Invece nella borsa di una donna non c’è posto per dimenticare, dimenticare…
E vai dove ti porta il cuore, si…
Un ritaglio dentro la patente
Ci sei stata mille volte ma
Non ci hai mai trovato niente
Niente che ti aiuti a capire
Il senso di una sera che non sa meravigliare
Il senso del tuo ricordare e progettare
Scordandoti di vivere adesso
Adesso che si alza un vento che spazza le nuvole
E che si porta via gli inverni
La polvere, i dubbi e i miracoli
Aspettati mille anni
Anni spesi per ritrovare
Le cose che qualcuno è riuscito a smarrire
La voglia di sorridere, di perdonare
La debolezza di essere ancora
Come ti vogliono gli altri
La borsa di una donna pesa come se ci fosse la mia vita dentro

(M. Adam – A. Iammarino – M. Masini – M. Adami – A. Iammarino)

“Fuori della natura”

I fiori

Non so perché quella sera,
fossero i troppi profumi del banchetto…
irrequietezza della primavera…
un’indefinita pesantezza
mi gravava sul petto,
un vuoto infinito mi sentivo nel cuore…
ero stanco, avvilito, di malumore.
Non so perché, io non avea mangiato,
e pure sentendomi sazio come un re
digiuno ero come un mendico,
chi sa perché?
Non avevo preso parte
alle allegre risate,
ai parlar consueti
degli amici gai o lieti,
tutto m’era sembrato sconcio,
tutto m’era parso osceno,
non per un senso vano di moralità,
che in me non c’è,
e nessuno s’era curato di me,
chi sa…
O la sconcezza era in me…
o c’era l’ultimo avanzo della purità.
M’era, chi sa perché,
sembrata quella sera
terribilmente pesa
la gamba
che la buona vicina di destra
teneva sulla mia
fino dalla minestra.
E in fondo…
non era che una vecchia usanza,
vecchia quanto il mondo.
La vicina di sinistra,
chi sa perché,
non mi aveva assestato che un colpetto
alla fine del pranzo, al caffè;
e ficcatomi in bocca mezzo confetto
s’era voltata in là,
quasi volendo dire:
“ah!, ci sei anche te”.

Quando tutti si furono alzati,
e si furono sparpagliati
negli angoli, pei vani delle finestre,
sui divani
di qualche romito salottino,
io, non visto, scivolai nel giardino
per prendere un po’ d’aria.
E subito mi parve d’essere liberato,
la freschezza dell’aria
irruppe nel mio petto
risolutamente,
e il mio petto si sentì sollevato
dalla vaga e ignota pena
dopo i molti profumi della cena.
Bella sera luminosa!
Fresca, di primavera.
Pura e serena.
Milioni di stelle
sembravano sorridere amorose
dal firmamento
quasi un’immane cupola d’argento.
Come mi sentivo contento!
Ampie, robuste piante
dall’ombre generose,
sotto voi passeggiare,
sotto la vostra sana protezione
obliare,
ritrovare i nostri pensieri più cari,
sognare casti ideali,
sperare, sperare,
dimenticare tutti i mali del mondo,
degli uomini,
peccati e debolezze, miserie, viltà,
tutte le nefandezze;
tra voi fiori sorridere,
tra i vostri profumi soavi,
angelica carezza di frescura,
esseri puri della natura.
Oh! com’ è bello
sentirsi libero cittadino
solo,
nel cuore di un giardino.
– Zz… Zz…
– Che c’è?
– Zz… Zz…
– Chi è?
M’avvicinai donde veniva il segnale,
all’angolo del viale
una rosa voluminosa
si spampanava sulle spalle
in maniera scandalosa il décolleté.
– Non dico mica a te.
Fo cenno a quel gruppo di bocciuoli
che son sulla spalliera,
ma non vale la pena.
Magri affari stasera,
questi bravi figliuoli
non sono in vena.
– Ma tu chi sei? Che fai?
– Bella, sono una rosa,
non m’hai ancora veduta?
Sono una rosa e faccio la prostituta.
– Te?
– Io, sì, che male c’ è?
– Una rosa!
– Una rosa, perché?
All’angolo del viale
aspetto per guadagnarmi il pane,
fo qualcosa di male?
– Oh!
– Che diavolo ti piglia?
Credi che sien migliori,
i fiori,
in seno alla famiglia?
Voltati, dietro a te,
lo vedi quel cespuglio
di quattro personcine,
due grandi e due bambine?
Due rose e due bocciuoli?
Sono il padre, la madre, coi figlioli.
Se la intendono… e bene,
tra fratello e sorella,
il padre se la fa colla figliola,
la madre col figliolo…

Che cara famigliola!
È ancor miglior partito
farsi pagar l’amore
a ore,
che farsi maltrattare
da un porco di marito.
Quell’oca dell’ortensia,
senza nessun costrutto,
si fa sì finir tutto
da quel coglione
del girasole.
Vedi quei due garofani
al canto della strada?
Come sono eleganti!
Campano alle spalle delle loro amanti
che fanno la puttana
come me.
– Oh! Oh!
– Oh! ciel che casi strani,
due garofani ruffiani.
E lo vedi quel giglio,
lì, al ceppo di quel tiglio?
Che arietta ingenua e casta!
Ah! Ah! Lo vedi? È un pederasta.
– No! No! Non più! Basta.
– Mio caro, e ci posso far qualcosa
io,
se il giglio è pederasta,
se puttana è la rosa?
– Anche voi!
– Che maraviglia!
Lesbica è la vainiglia.
E il narciso, quello specchio di candore,
si masturba quando è in petto alle signore.
– Anche voi!
Candidi, azzurri, rosei,
vellutati, profumati fiori…
– E la violacciocca,
fa certi lavoretti con la bocca…
– Nell’ora sì fugace che v’è data…
– E la modestissima violetta,
beghina d’ogni fiore?
Fa lunghe processioni di devozione
al Signore,
poi… all’ombra dell’erbetta,
vedessi cosa mostra al ciclamino…
povero lilli,
è la più gran vergogna
corrompere un bambino
– misero pasto delle passioni.
Levai la testa al cielo
per trovare un respiro,
mi sembrò dalle stelle pungermi
malefici bisbigli,
e il firmamento mi cadesse addosso
come coltre di spilli.
Prono mi gettai sulla terra
bussando con tutto il corpo affranto:
– Basta! Basta!
Ho paura.
Dio,
abbi pietà dell’ultimo tuo figlio.
Aprimi un nascondiglio
fuori della natura!

Aldo Palazzeschi

(da L’Incendiario)