So fare qualcosa anch’io

Dopo aver piacevolmente visto il film Latin Lover di Cristina Comencini, non so se confermare a me stesso che si tratta della regista italiana da me preferita. In questo film la Comencini si cimenta in una commedia tipicamente italiana, ma dall’intreccio vagamente almodovariano, dove l’atmosfera non tocca però mai le vette del dramma. La storia è un po’ surreale: a distanza di anni dalla morte di Saverio Crispo, un mito cinematografico osannato dal mondo intero, quattro figlie avute da quattro donne diverse, due ex-mogli e un amante si ritrovano insieme per celebrare la memoria del grande attore, al quale il paese di origine ha dedicato un’epigrafe e organizzato un evento celebrativo. Ben presto i festeggiamenti per Saverio diventano il palcoscenico dei drammi personali delle figlie(alcune si incontrano per la prima volta e alle quattro se ne aggiungeranno due), diverse per storia personale, ma accomunate dalla mitizzazione del padre-attore, e delle due mogli, che tentano di tutto per evitare che l’amante di Saverio possa distruggere il mito del latin lover, spiattellando ai quattro venti il lato omosessuale del loro ex-marito. Di fatto la cerimonia celebrativa passa in secondo piano nel prosieguo del film, perché la Comencini tratteggia mirabilmente il profilo psicologico delle sei donne, la cui vita nel bene e nel male è stata condizionata dall’incontro con il mito Saverio Crispo, e analizza la difficoltà delle relazioni fra i componenti, tra l’altro, di una sgangherata famiglia allargata, ma il focus su cui insiste la regista va oltre la drammatica commediola delle quattro sorelle. Lo svelamento progressivo dell’altro volto di Saverio, sottoposto a un processo di demitizzazione, avvia le donne lungo un itinerario di presa di coscienza di se stesse, dei loro limiti e risorse: chi si libererà del senso di inadeguatezza alla vita e delle sedute psicanalitiche chiudendola con il sentirsi figlia di una parentesi sessuale, chi smaschererà i tradimenti del marito, chi accetterà lo status sociale dell’uomo che ama fregandosene dei condizionamenti sociali, chi sperimenterà gli eccessi della leggerezza erotica. A completare il quadro della famiglia si aggiungono altre due figlie, l’americana, che non è riuscita a presenziare all’evento per un disguido di date e che agisce sulla scena nella parte finale del film, e probabilmente la giovane cameriera Saveria, frutto di un’avventura sessuale dell’attore con la madre della ragazza, già storica cameriera di casa Crispo. Al tema della recuperata identità attraverso la demitizzazione corrono paralleli altri due temi, la narrazione di sé come momento liberatorio della coscienza, in tal senso è centrale la scena in cui le donne si mettono a nudo raccontando di se stesse, e il melting pot familiare, che vede dialogare culture e tradizioni differenti(italiana, francese, svedese, spagnola, americana). Nei titoli di coda si sottolinea che la storia è frutto di invenzione artistica, ma è innegabile che aleggi dietro le scene e le maschere dei personaggi il fantasma paterno della Comencini. Volenti o nolenti, nel bene e nel male, che lo si voglia riconoscere o disconoscere, i figli sono condizionati dai genitori e non sempre ciò è esaltante. Prenderne coscienza può essere un’opportunità di crescita, resta il fatto, però, che la vita non è un film.

Maggiolate periscolastiche

ts1411v3-65E per non farci mancare nulla, mentre fioriscono i primi convolvoli, bianchi e magenta, segno della buona stagione, giacché tra le vacanze canoniche e quelle gestite in autonomia e i giorni ufficiosamente perduti(per ragioni non sempre legittime)le ore lavorate sono molte, io e i miei colleghi siciliani ci godiamo, con un senso di colpa volatile come l’alcool, l’ultimo scampolo di vacanze a grappolo. Ben quattro giorni(il 15 la festa della regione, il ponte di venerdì 16, il sabato della settimana corta, il 18 domenica)prima delle forsennate corse propedeutiche allo scrutinio finale! Tuttavia, in queste ore, lo sforzo è concentrato sull’adozione dei libri di testo, gli essenziali, almeno per quanto mi riguarda: le grammatiche, le antologie, il testo geo-storia(ibrido mostruoso). Fuori Dante e Manzoni! Fuori i vari sussidi! I primi giacciono già nelle librerie di famiglia, gli altri ci fosse il tempo di usarli in classe! Prendi due o tre e paghi uno, questo il mio motto. Al resto provvederò io, distribuendo gratuitamente le mie dispense agli alunni. Fra tutti il più “rivoluzionario” mi pare il testo di antologia italiana per il biennio: unico volume organizzato per competenze di lettura, comprensione del testo(dato che le Invalsi¹ continuano a rilevare che in generale gli alunni del Mezzogiorno non capiscono un tubo), e scrittura, genere testuale e con qualche macchia di pre-letteratura. E a pochi euro. In ogni caso, almeno per l’ambito umanistico, un testo vale l’altro: è il docente a rendere Testo un testo. Con le sue conoscenze pregresse e progressive, i suoi interessi, le sempre nuove trame che ogni classe di anno in anno imbastisce. Quindi ho impiegato pochi minuti per compilare il modulo delle adozioni, confortato anche dal fatto che non ho dovuto consultare la collega con cui ci sbraniamo dolcemente lo stesso corso: stante l’attuale normativa, ogni docente dopo un ciclo(non più un sessennio)può procedere a nuove adozioni. Ho risolto pure qualche pasticcio burocratico, frutto dello stress degli addetti alla segreteria e dell’insulsaggine di una collega, la tipica insegnante che, dilapidando lo stipendio in borse, acconciature e ammennicoli vari, avendo costei alle spalle un marito straricco che la campa, ritiene competenza dei plebei occuparsi degli aspetti extra-cattedra. Semmai all’imminente collegio qualcuno avrà da ridire, ma ormai è raro che un professore professi, sputtanerò lei e il resto. Così. Davanti a tutti.

¹Nuvoloni si sono addensati sulla giornata scolastica del 13 maggio, data delle prove Invalsi e di uno sciopero indetto da alcune sigle sindacali; in quattro seconde non è stato possibile effettuare parzialmente o del tutto le prove: mancando per sciopero i docenti preposti alla vigilanza, che nella maggior parte dei casi coincidono con i docenti di lettere e matematica, gli stessi che si sarebbero scambiati prove e vigilanza, si è presentato un quadro incompleto. Qualcuno, per eccesso di scrupolo, ha preventivamente comunicato al DS che avrebbe scioperato, ma i più hanno taciuto, gongolando all’idea di provocare “disagio”: prove mandate a quel paese e colleghi scioperanti non sostituibili. Sulle prove che dire? Il testo di Meneghello nel complesso scialbo. Vuoi scegliere un brano legato alla storia dei partigiani, il cui contesto sia ben inquadrabile e la qualità letteraria di un certo spessore? Perché allora non Fenoglio, per esempio? Sul resto taccio, sennò vomito.

Le cesoie sull’autonomia

Solitamente non è del mio habitus mentale criticare senza proporre; ieri ho scioperato, come ho detto nel post precedente, però oggi voglio assumere l’ottica del giardiniere ministeriale con le cesoie in mano, ma con l’esperienza di chi sta da un ventennio nella scuola italiana.
Gli sprechi a scuola ci sono, ma non soltanto dove li scorge il legislatore, da qualche anno impegnato a far rinsecchire il già ridicolo stipendio degli insegnanti, a far contrarre il tempo-scuola(mattutino)e a sfrondare con taglio preciso la qualità degli insegnamenti; per tutti valga il caso della geografia, ridotta a historiae ancilla. Aggiungiamoci pure le 18 ore frontali obbligatorie, che hanno tolto linfa al ramo delle supplenze giornaliere, e il numero degli alunni per classe stabilito dall’alto, peraltro in condizioni ambientali non sempre ottimali per la salute e l’incolumità del personale tutto e il setting didattico.
Eppure, in questi anni, non è mai diminuito, al massimo si è contratto, l’afflusso di denaro versato alle scuole, quello che tutto il personale conosce come FIS, fondo dell’istituzione scolastica, che avrebbe dovuto permettere la realizzazione dell’autonomia didattica, rimasta per molti aspetti puro segno linguistico vuoto.
Impiegato male e sprecato.
Tra ottobre e novembre, in ogni scuola del territorio italiano, scoppia una guerra, combattuta su diversi fronti, per la suddivisione del FIS, che a tutto serve tranne che a realizzare il miglioramento qualitativo e quantitativo della scuola nelle sue varie ramificazioni, in primis quella dei nostri alunni.
Come si spreca il denaro pubblico?
Una fetta è destinata al personale ATA, che lavora poco e male durante l’orario di servizio e chiede straordinario per il pomeriggio: dai lavori di segreteria ai mestieri con scopa, straccio e detersivi. Tra i bidelli c’è una lotta all’ultimo sangue per accaparrarsi anche un’ora in più di straordinario; frequenti le liti, ai limiti della rissa.
Un’altra fetta se la mangiucchiano i docenti, proponendo al collegio progetti da realizzare dal dubbio valore didattico e culturale; con i miei occhi ho letto l’inimmaginabile, fino a ritrovare segmenti considerevoli del programma ministeriale, da svolgere in classe al mattino, riproposti mutatis mutandis nel pomeriggio.
Altra porzione i collaboratori della dirigenza, non sempre all’altezza della funzione.Sarebbe così malvagio rimodulare al ribasso il FIS ministeriale, ingabbiando entro capitoli di spesa specifici, non stornabili, i servizi minimi essenziali per il funzionamento della scuola almeno al mattino?
Non sarebbe il caso di congelare l’autonomia concessa alle scuole in attesa che si sappia davvero mettere mano ad essa come il legislatore tanti anni fa l’ha pensata e formulata?
A me pare una cuccagna.
Insomma è così difficile che ciascuno torni a fare il proprio lavoro? Gli insegnanti insegnando al mattino, il dirigente dirigendo h.24, il bidello pulendo e vigilando, i tecnici e gli amministrativi disbrigando le pratiche burocratiche fondamentali per il funzionamento della scuola.
Una pausa di due anni.
Niente più.
Per ri-pensare, ri-vedevere, ri-flettere.
Tutti insieme: alunni, genitori, dirigenti, personale tutto.

Santo in cellofan


Nell’attesa di una gustosissima familiare cotta a legna, ieri sera ho ascoltato le geremiadi del pizzaiolo, che è anche proprietario dell’esercizio commerciale.
Uno di quelli onesti, che stacca subito lo scontrino fiscale, senza averlo rimaneggiato a monte a suo favore.

È un lavoratore instancabile, e con lui la moglie, che si divide tra la cassa e la consegna delle pizze a domicilio, e con loro le figlie, la piccola, di circa dieci anni, che accompagna la madre per le consegne, e la grande, una sedicenne che frequenta le superiori al mattino, studia nel pomeriggio e aiuta il padre-pizzaiolo la sera, leggendogli le comande e smistando le scatole-pizza.

Nel tardo pomeriggio, quando la legna ardente ha già imbiancato l’emisfero cavo e la bocca del forno è lì lì per accogliere la prima pizza, gli si è presentato un vigile urbano, intimandogli, sulla base di una freschissima ordinanza comunale, di spegnere le luci e di chiudere la pizzeria.
Il pizzaiolo, che bufalo è già nell’aspetto fisico, s’è inferocito ancora di più per l’ordine perentorio del vigile, cacciandolo malamente dalla pizzeria e promettendogli di mettergli le mani addosso, appena e se lo avesse incontrato senza divisa.
Comportamento, quello del pizzaiolo, inaccettabile sul piano normativo, ma da plauso per le ragioni che dirò.
So per certo che ha brigato per l’ordinanza comunale scellerata(serrare gli esercizi commerciali per la festa del santo patrono)il giovane parroco del paesello che, pur essendo filosofo eccellente e predicatore fascinoso rampante in cerca di porpora, ha una visione dell’ecclesia ancorata ai dettami della chiesa post-tridentina.
Costringere tutti, fedeli e non, anime pie e dannati in pectore, a partecipare in massa alla festa patronale, i primi per adesione volontaria, gli altri per interdizione dei negotia quotidiani.
Ma, né l’ordinanza, né le trame di don Abbondio hanno ottenuto un pieno successo.
Molti esercizi commerciali sono rimasti aperti e, forse per punizione divina, una pioggia martellante e fitta ha martoriato la statua del santo patrono che, per l’occasione, ha sfilato per le vie del paese intabarrato in un trasparente mantello di cellofan.

Allettamento

curva
Dopo una notte di vento è arrivata la pioggia.
Niente più che un acquazzone, ma soffia vento forte e freddo.
I vilucchi bianchi si sono abbeverati d’acqua, ma resistono; sembra si siano nascosti dentro la macchia di rovi, su cui si sono arrampicati.
Le piante, come gli animali, si adattano velocemente ai cambiamenti.
Per qualche giorno ho tenuto prigioniera in casa la pianta succulenta che si vede in foto.
Non s’è persa d’animo.
Da che era dritta s’è curvata verso la finestra per ricevere luce.
Adesso l’ho rimessa in terrazza, probabilmente per l’ennesimo esercizio ginnico.
 
Dimenticavo.
Oggi, sabato 15 maggio, la Regione Sicilia festeggia l’autonomia.
Le scuole in vacanza.
Un giorno di scuola perso.
Sarò criticabile, ma è una festa inutile.
L’autonomia ha segnato, ahimè, il regresso della Sicilia; da opportunità per lo sviluppo s’è afflosciata in marginalismo economico-politico a vantaggio di pochi.
I pochi alla Gattopardo.