Epifaneve

Dopo quasi tre anni torna a fioccare la neve in Sicilia; avvezzi a un clima tendenzialmente caldo, tutti noi gioiamo al suo tocco lieve e silenzioso. Le prove tecniche di nevicata sono cominciate intorno alla mezzanotte, che è stata illuminata a giorno dai tipici lampi di bufera. Poi è calato il silenzio insieme al nevischio. Stamani i fiocchi autentici che, a brevi pause, hanno reso soffici tetti, case, alberi e automobili. Siamo rimasti quasi tutti intabarrati nel tepore delle case, a parte qualche incosciente che, privo di catene, ha trasformato la propria auto in una slitta, e la signorina Marianeve che, sfidando la bufera come un gatto delle nevi, ha creduto bene di epifanizzarsi a casa mia, prima del pranzo dei Magi, per sottoporre il suo lato B al lieve tocco delle dita di mia madre, storica esperta nell’arte delle iniezioni intramuscolari. A quanto pare un colpo di corrente le avrebbe provocato una sorta di contrazione muscolare dal dolore insopportabile. Com’è suo costume, Marianeve ci ha intrattenuti con il racconto delle sue ultime avventure familiari e lavorative, ha gustato un caffè espresso(alle 13!) e un dolcetto, si è, infine, dileguata inghiottita dalla candida falda nevosa, mentre mulinava la bufera. Soltanto dopo la visita è potuto cominciare il pranzo, reso ancora più gustoso dagli sbuffi di calore della stufa, compagna fedele di questi giorni di gelo.

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Quasi un presepe

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Montagne innevate

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Nel capoluogo

Dame e damerini

 

31303639186_094e7bf25cSolo ed esclusivamente per una forma di rispetto verso l’autore, chiamatela anche ipocrisia sociale, ho partecipato l’altro pomeriggio alla presentazione di un libro in una delle cornici più splendide dell’arabo-normanno palermitano. Avendo con me un caravanserraglio di monache anziane e pasciute con dama di carità al seguito, ossia Marianeve, ho dovuto acquistare un pass giornaliero al costo di 5 euro per accedere all’area ztl e poter così depositare le amiche direttamente sull’uscio del palazzo. Poi è scattata la ricerca tormentata del parcheggio, trovato per fortuna a circa 700 metri di distanza dal palazzo, e la corsa verso la sala per arrivare puntuale. Ma che! Una fila indiana lunghissima per l’accesso a causa dei controlli polizieschi, eseguiti con una metodicità così snervante che, se fossi stato solo e autonomo, avrei rinunciato. Invece ho fatto la fila e superato il varco. Più fortunate le compagne di merenda libraria che, in netto anticipo rispetto a me e a tanti altri, sono riuscite ad entrare con celerità. Ho raggiunto la sala della presentazione del libro credendo di essere in ritardo, ma è trascorsa un’altra ora prima che il calvario iniziasse. A parte un relatore, gli altri mi hanno annoiato non poco e perciò ho trascorso il tempo a leggere il libro più che ad ascoltare le loro ciance. Nell’ora dell’attesa, mentre tutti stavamo seduti con gli sproni sotto il deretano, di Marianeve nessuna traccia. È riapparsa, giuliva e trionfante, poco prima dell’inizio dei saluti di rito. Il mistero del temporaneo scioglimento Marianeve l’ha mostrato lei stessa: un book fotografico avente per scenografia le sale del palazzo e per presenza umana lei stessa, fattasi immortalare da un commesso, che è riuscita a corrompere con le sue moine da signora navigata. Il valletto l’ha condotta dove ha potuto e si è improvvisato fotografo.

Dopo tre ore l’incubo è terminato.

A ciò si aggiunge una mia considerazione che mi ha lasciato un po’ di amarezza: la sproporzione tra l’importanza del libro e dell’autore e il luogo scelto e ottenuto per la presentazione. Così va ancora il mondo nel secolo ventunesimo. Per agganci politici.

 

 

Mutuo soccorso tra macerie immaginarie

2a875f0eba7e694550b8bf4bb2574214Quasi al tramonto ho visitato una delle parti più vecchie e antiche del mio paesello tardo-settecentesco(rimangono ruderi irriconoscibili e una chiesa integra)e ammetto di avere provato una brutta sensazione: anziché concentrarmi sulla ripidità delle stradine tortuose, ancora pavimentate in lastre di marmo(scivolose è un eufemismo), e apprezzare la bellezza vetusta delle case abbandonate, sulle cui cimase regnano sovrani ciuffi di arbusti di muschio o tronchi rinsecchiti di piante xerofile, mi sono figurato un paesaggio apocalittico, reso tale da un terremoto di forte intensità, e ovunque ho visto cumuli di macerie assimilabili a quelli dei paesi recentemente colpiti dal sisma di un mese fa. Mi ha risvegliato dall’incubo ad occhi aperti l’immarcescibile Marianeve, che nel tragitto sgarrupato che ci avrebbe condotto da una sua vecchia zia narrava le miserie dei colleghi d’ufficio, inframezzate da frequenti colpi del suo gomito al mio in base ai vari conoscenti, degni di qualche nota gossipara, incontrati lungo il percorso. La visita dalla zia, seduta davanti all’uscio di casa con la corona del rosario in mano, è durata pochissimo per fortuna; dalla rupe ci siamo diretti in centro, dove con la visita a un defunto di nostra conoscenza si è concluso il nostro giro. Insomma ho pagato lo scotto della compagnia di Marianeve: io l’ho salvata dalle chiacchiere della zia novantacinquenne, lei si è offerta per la visita al morto.

La neve sotto gli ulivi

scansione0014Sotto un cielo notturno senza luna, ma puntellato di miriadi di stelle, si è celebrato anche quest’anno il natale di Marianeve, che è stata in moto perpetuo per quindici giorni per organizzare al meglio la festa. Durante la quindicina preparatoria Marianeve non s’è fatta sfuggire alcun particolare: dopo aver richiesto a vari locali, in ogni anfratto della costa siciliana settentrionale, dei preventivi di spesa, ha riscelto la stessa location dell’anno scorso, ma per intercessione non so di quale nume ha risparmiato a tutti il caldo soffocante degli interni e il frastuono della musica latino-partenopeo-americana.

Così, la diva di neve e i suoi followers di ventura si sono accomodati giulivi su comode poltroncine di rattan sotto i rami frondosi degli ulivi, ingaggiando, di tanto in tanto, battaglie aeree con piccole falene e moscerini e quella, più impegnativa delle prime, con la genitrice della festeggiata in preda a un parossismo verboso patologico indirizzato alla figlia degenere, ossia Marianeve, rea di non essersi ancora sposata(per questo è intenzione della genitrice vendere il corredo o bruciarlo), di scialacquare lo stipendio in abiti, scarpe e stole termiche e, infine, di prediligere agli affetti familiari gli estranei(amantazza ri stranii è l’appellativo tipico con cui Marianeve viene apostrofata).

Manco a dirlo, dopo dieci minuti dall’arrivo, l’ipotermica Marianeve si è avvoltolata in una stola di seta e, un’ora dopo, ha tirato fuori uno scialle, con sconcertata meraviglia degli invitati quasi in orgasmo tattile per la piacevolezza del venticello notturno. Lo show vero e proprio si è consumato durante la cena, infatti la diva di neve, dopo estenuanti torture cui sottopose il gestore del locale nei giorni precedenti, dopo avere scelto un menu assai variegato(arancinette e chips con aperitivo meno che analcolico, cubetti di maiale arrosto affogati in salsa di verdure di un ocra vivo, il cui colore ricorda gli escrementi dei bambini dopo il primo latte, involtini di melanzane nuotanti in un mare di salsa di pomodoro, timballini di riso farciti di zucchini genovesi, peperoni rossi e carote e, infine, come dolce, una torta-gelato dal gusto caffè-fragola-nocciola), più che a mangiare/festeggiare/gioire ha trascorso il tempo a verificare che ci fosse corrispondenza tra quanto ordinato e quanto presentato al desco, a lanciare occhiate di rimprovero ai camerieri, perché fossero lesti nel servizio, e rimbrotti al gestore del locale per ipotetiche lacune nelle portate. La festeggiata si è nutrita come un uccellino, vuoi per i piatti, gustosi, anzi troppo gustosi per le sue papille gustative, vuoi per gli attacchi della genitrice che, con gesti, parole e metafore ardite, ha funestato frequentemente la consumazione del pasto.

Il peggio, però, sarebbe avvenuto il mattino seguente. Alle 7,30 degli squilli telefonici mi lanciavano un’allerta di intossicazione, invocando il mio ausilio: Marianeve giaceva a letto smorta e pallida in preda a nausea, dolore addominale, spossatezza ed…enterite. Le ho prestato il mio soccorso preparandole un infuso di acqua, scorza di limone, foglie di lauro e bicarbonato e al resto ha provveduto poi il medico di base. Ha trascorso due giorni a letto in convalescenza, ma, ripresasi, com’è nel suo stile, ha tempestato di chiamate telefoniche tutti gli invitati alla festa, onde acquisire informazioni utili a stabilire se il malessere fosse stato causato dal cibo della festa di compleanno o da una sua temporanea indisposizione. 

L’indagine, però, ha avuto esito negativo. Soltanto lei è stata male. E per questo ha sofferto ancora di più, potendo accusare soltanto se stessa e nessun altro.

E vassoio fu

In questo post erano in fieri, ora le pecorelle sono state interamente realizzate.

Il vassoio di Marianeve ha trionfato. 

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Vassoio o barchetta

Alcune mie conoscenti, capeggiate da Marianeve dalle braccia bianche in qualità di direttrice inflessibile delle attività, sono già indaffarate per la confezione delle pecorelle pasquali, che saranno vendute per beneficenza; nella foto la prima fase della lavorazione.

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Le pecorelle ritratte sono il frutto della lavorazione di un chilo di farina di mandorle(costo 13 euro al kg), un chilo di zucchero a velo, una confezione di glucosio da 100 grammi, una fiala di essenza di mandorle e acqua. Servono mani forzute per impastare la farina di mandorle e amalgamare gli ingredienti. Dopo qualche giorno si procede con la rifinitura dei particolari: qualche pennellata di cacao sciolto in acqua per realizzare qualche striatura sul dorso, colorare il muso, le orecchie e gli occhi. Ciascuna pecorella sarà collocata su un vassoio dorato o una barchetta, e a questo punto le amiche si schierano su due fronti, le filo-vassoio e le filo-barchette(Marianeve è per il classico vassoio), e abbellita da un fiocchetto rosso posto sul collo; sul vassoio ovetti di Pasqua e smarties variopinti daranno un tocco finale di allegria.24850378809_267a0e6c3eIn questa foto una sezione del negozio, dove ci si rifornisce di tutto. E dove si rincretinisce per la varietà di colori, forme e leccornie varie.

 

 

Ignudi

Un anno si conclude e all’insegna della solidarietà; a Palermo sono sbarcati quasi 950 tra uomini, donne e bambini e anche nel paesello ce ne siamo fatti carico, raccogliendo un bel po’ di indumenti intimi, di cui c’è più bisogno. Grazie a wthassupp è stato possibile essere informati tempestivamente su ciò che occorre, chi contattare, dove portare gli aiuti. Giungo proprio ora da una missioncella di tal risma; io e alcuni conoscenti, con l’immancabile presenza di Marianeve, abbiamo consegnato dei fagotti di biancheria intima a un centro della Caritas.

Non potevano mancare le stranezze simpatiche di Marianeve, che per un pelo non inseriva nel fagotto le sottane e le mutande di lana della nonna materna.

Abbiamo così alleggerito i cassetti e riempito il cuore, non senza ilarità.