Vagare

Da tanto non scrivo un post querulo sulla scuola, così, per non perdere l’abitudine, ho deciso di scriverne uno, conscio che c’è altro di più importante, fuori e dentro la scuola, di cui lamentarsi. Ecco l’oggetto della querimonia: la sequenza oraria delle riunioni dei consigli di classe. Dopo analitiche e circostanziate indagini, che neanche Salvo Montalbano sarebbe in grado di condurre a termine, numerose interrogazioni parlamentari e appelli televisivi, che non hanno sortito alcun risultato, si continua nel mio liceo a trasformare un pomeriggio di riunioni in una specie di danza della morte, in cui qualche sventurato vede assassinato il proprio tempo tra una riunione e una pausa, una riunione e una pausa. Le folli logiche economicistiche hanno trasformato noi docenti in un cumulo di diciotto ore da raccattare ora in una classe, ora in un’altra, percio siamo ridotti a grilli danzanti, che acrobaticamente saltano, al mattino, da un’aula a un’altra e, il pomeriggio, da una sala a un’altra per partecipare alle varie riunioni. Avendo deciso di mantenere integro il mio fegato, nel corso delle due pause pomeridiane ho deciso di vagare tra i vicoli e le strade del centro storico della mia città, cadenzando i miei passi e il mio sguardo. L’occhio, assai vago di bellezza, si è fatto ben presto conquistare dal paesaggio storico e umano e la fotocamera si è messa all’opera. In fondo resto sempre un professore oraziano, checché ne pensino gli occupati smaniosi in preda alla vertigine della fretta. Il vagare ha pure giovato alla mia lezione di oggi, tanto che ho pure dedicato una buona mezz’ora a spiegare ai miei alunni le sfumature semantiche di questa instabile parola.
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E lasciateci divertire!

lisabettaSi boccazzeggia seriamente a scuola. I miei alunni, dopo aver letto e studiato una ventina di novelle secondo i sacri crismi del più antiquato metodo di insegnamento, di cui mi glorio, realizzeranno, suddivisi in gruppi di quattro, un video che dovrà rappresentare una scena saliente di una delle novelle assegnate alle varie brigate. Oggi i ragazzi hanno accolto con entusiasmo la proposta. Chissà che ne verrà fuori. La consegna prevede che loro stessi saranno attori e registi e potranno o attenersi fedelmente al testo o attualizzarlo; le varie scene saranno successivamente montate in un unico film e proiettate in classe. Se l’esperimento dovesse riuscire, lo condivideremo con tutta la scuola. Ho detto loro che io sarò defilato, ma una vocina mi dice che cercheranno aiuto e vorranno consigli. Non riesco proprio a vederli con la testa di Lorenzo nel vaso di basilico o l’elitropia di Calandrino. Divertimento assicurato e apprendimento ludico. D’altronde il Certaldese non si proponeva anche di allietare il suo pubblico? Non saranno certo lenite le pene d’amore, ma sicuramente alleggerite quelle scolastiche.

Che divertimento sia!

Con un pugno di stelle

ecco_come_nato_il_piccolo_principe_00Il principino entra sulla scena con un pugno di stelle e le depone in un angolo del palcoscenico. Le stelle si accenderanno dopo che il principino e l’aviatore avranno consumato la loro esperienza; il primo vagando di pianeta in pianeta, di asteroide in asteroide alla ricerca delle motivazioni che spingono gli uomini e l’universo tutto ad affannarsi alla ricerca del potere, del successo, della morale universale, l’altro a ritrovare nell’esperienza del deserto il senso profondo del vivere.

Si dipana così, in una scenografia essenziale, la scrittura teatrale de “Il piccolo principe”, realizzata da registi e attori panormitani; vi ho condotto i miei primini, che a giudicare dal silenzio pare abbiano seguito con interesse lo spettacolo, un misto di teatro nel senso letterale del termine, danza, mimica, animazione per mezzo di audiovisivi, musica. Una miscellanea sobria e raccolta in un piccolissimo teatro della città.

Anch’io ho tratto profitto da questa pausa curricolare. Sulla scena ho rivisto la rosa, la volpe, il serpente, l’elefante, il deserto, il cappello e, insieme, la miseria e la grandezza degli uomini.

Prendersi cura degli altri, delle cose e, in una parola, del mondo, ci può salvare dall’indifferenziato del deserto esistenziale.

Va’!

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Ci siamo congedati stasera. Termina inaspettatamente e con mio sommo compiacimento l’esperienza dell’istruzione domiciliare. Il giovane, che ho seguito a casa per tre mesi, è tornato in buona salute, perciò i medici hanno decretato il suo ingresso a scuola. La madre, giustificabile per la sua ansietà, avrebbe voluto trattenerlo ancora per un po’ di tempo a casa, ma le sue ragioni a nulla sono valse di fronte al mutato quadro clinico: Raffaello può andare a scuola, stare con i compagni, respirare la loro stessa aria, prendere la corriera e condurre una vita normale. Lui non sta nella pelle, oggi pomeriggio, infatti, sprizzava un entusiasmo incontenibile e l’ho beccato pure impreparato, contrariamente alle sue abitudini di impegno. Mi ha confidato sinceramente di avere preferito allo studio gli acquisti di abbigliamento fatti con il papà a un centro commerciale: felpe, maglie, tuta, pantaloni. Raffaello vuole rientrare a scuola vestito di tutto punto, anche perché sarà accolto in classe dalla preside in persona, che ha organizzato per l’occasione una piccola festicciola. Così ho rinunciato a interrogarlo e abbiamo trascorso il pomeriggio immersi nei racconti epici di Omero. Al momento del saluto eravamo visibilmente emozionati e, a sorpresa, ha tirato fuori un regalino da donarmi in segno di stima per la relazione umana di questi mesi. Poi con schietto candore, misto alla sua solita risatina ironica, mi ha confessato a denti stretti che, da quando studia italiano con me, questa materia, che alle medie detestava, quasi quasi gli sta simpatica. Chiaramente le sue parole sono state per me il dono più gradito. Ammetto che, quando ho cominciato, ero animato prevalentemente da un sentimento di compassione umana, poi tutto è cambiato; la curiosità della conoscenza, che il ragazzo via via dimostrava, faceva mutare anche il mio sentimento, permettendomi di recuperare la funzione per la quale ero stato chiamato: insegnare. Io ho insegnato, ma credo di avere appreso da lui più di quanto gli abbia insegnato: la dignità che scaturisce dalla malattia, la riservatezza su essa, la voglia, umile, di farcela, la coscienza dei propri limiti fisici.

Forse ho sempre saputo che sarebbe andata così. Ed è per questo, in fondo, che un pomeriggio di circa tre mesi fa pronunciai il mio sì all’esperienza domiciliare senza riflettere poi tanto.

-Va’!- mi dissi.

Pietà di corpi

Giornata di iperattivismo oggi. Tutto è cominciato alle cinque del mattino; dopo il caffè, ho corretto delle didascalie per una mostra artistica(mi aspetta anche una tesi di laurea giuridica…sigh!), pulito la stufa a pellet, svuotato la lavastoviglie, candeggiato il mio vecchio pater disabile, poi in banca, all’asl e, infine, a scuola, dove si consumava l’epilogo della settimana dello studente tra musiche, danze, conferenze(diritto di morte(?), biotestamento, femminicidio, nazi-fasci-shoah, etc…), e recupero per i fragili. Neanche il tempo di un boccone e a corsa ho raggiunto la scuola, dove si sarebbe svolto lo scrutinio dell’alunno domiciliato.

La scuola-caserma, blindata come un’aula bunker, ha molti varchi di accesso, quindi ho indugiato alquanto prima di immettermi in quello giusto. Mi ha accolto un bidello dallo sguardo truce che, a conoscenza della novità, ha indicato con l’indice l’ala dell’edificio, dove avrei trovato l’ascensore. Raggiunto il quinto piano, grazie alle indicazioni di alcuni docenti che stazionavano davanti al distributore di bevande, mi fiondo nell’aula designata per lo scrutinio. E qui la sorpresa. Quindici corpi intorno a un lunghissimo tavolo rettangolare costituivano il Consiglio di classe; da questo si dipartiva un’altra protuberanza umana, formata da due corpi-cervelli, il vicario, che presiedeva la seduta, e un tecnico informatico, che gestiva il mostro telematico Argo. Un’altra appendice umana giaceva su delle poltroncine ai margini della sala. Avrei scoperto, poco dopo, che erano i colleghi che hanno condiviso con me l’esperienza domiciliare. Disseminati qua e là nella grande sala corpi-mummie attendevano il loro turno di scrutini. Credo di essere rimasto in piedi per cinque-sette minuti prima che il vicario, o qualche altro corpo, mi facesse cenno di accomodarmi, dopo essersi accorto della mia ombra. Lo scrutinio è scivolato via come l’acqua di un torrente, ma quando io e i colleghi esterni abbiamo appreso che non avremmo firmato il tabellone dei voti e non saremmo stati registrati sul verbale poiché il mostro Argo non prevedeva un consiglio elefantiaco, è successo un parapiglia verbale, che, dopo consultazioni varie e la caparbietà di una collega, disposta a chiamare un ispettore dell’USR pur di far valere la nostra presenza, si è risolto con umili scuse di Canossa da parte del vicario, che ha dichiarato che per lui era la prima volta di un’istruzione domiciliare.

Noi, esterni, lo abbiamo perdonato. Forse perché quel consiglio ha destato in noi tutti tanta, ma tanta pietà. Nessuno di loro ha mai aperto una discussione sui singoli allievi. Voti, voti, voti. E tante promesse di bocciature che, a detta di una predicatrice lì presente, diventeranno a giugno tante, ma tante magiche promozioni con non troppe magiche pratiche di magia.