Fra due raggi e poi sprazzi di blu

Ormai si può dire che siamo agli sgoccioli: l’anno daddico si liquefa ogni giorno di più come cera e fervono gli ultimi preparativi per il grande appuntamento con lo scrutinio finale. Si moltiplicano le comunicazioni sulle varie procedure da eseguire, anzi si inmillano a rotazione continua per via di aggiustamenti e integrazioni e per questo un cero dobbiamo accendere al nostro animatore digitale, che con serenità, competenza e pazienza è pronto a diradare nebbie, spegnere focolai di ira e spianare le asperità dell’ignoranza e della pigrizia di chi si ostina a non capire. O così vuol far credere. La mia posizione è equidistante dai due poli, perché se sul piano didattico la Dad è stata una c… fantozziana, necessaria comunque, su quello professionale è stata un successo, poiché per il futuro mi porto nelle classi in presenza un bel bottino di cose che ho imparato a fare e che potrò mettere in atto. Di rilievo c’è che ho affinato la mia capacità di sintetizzare nel trattare gli argomenti da spiegare agli alunni; purtroppo è un mio difetto cronico dilungarmi all’inverosimile su certi segmenti della programmazione, ma la Dad mi ha costretto ad amplificare l’essenziale e a rimpicciolire l’accessorio. Di ciò sono soddisfatto e spero di mantenere per il prosieguo lavorativo questo punto fermo. Nonostante ciò in una classe non sono riuscito a completare il percorso, ma a settembre ci penserò. Sul piano prettamente tecnologico mi sono impadronito delle funzioni plurime del registro elettronico, ma non rinuncio alle carte: ho ugualmente scritto pagine e pagine di appunti, medie, pai e pia, memorandum vari e chiose letterarie ai testi. Non so perché avverta questa necessità, probabilmente per fissare materialmente un lavoro, che di fatto è immateriale ed evanescente. Mi resta da redigere un programma di latino e le relazioni finali. O almeno così pare, perché, quando credi di avere concluso tutto, scopri che c’è un’ultima cosa da fare.

Pio, pia, pai…non sono patatine

6b44d65811a306e4c5406f8fcf909d66Oggi mi sono dedicato allo studio dell’ordinanza n. 11 del 16 maggio del 2020 anche allo scopo di arrivare con le idee chiare allo scrutinio finale delle classi intermedie. Già compiere questa delicata operazione in video è difficoltoso, figurarsi arrivarci asciutti e annaspare arrampicandosi sullo schermo del pc. Volgarizzando alquanto, chioso personalmente quanto compreso:

  • Tutti gli alunni vanno promossi, a meno che ci si imbatta in quegli sventurati, che abbiano frequentato quasi mai nel corso di tutto l’anno scolastico e dei quali non ci sia traccia di produzione alcuna e che abbiano reiterato, peraltro, la scioperataggine anche nella Dad per motivi comunque non legati a connessione e strumenti vari. Per giunta la non ammissione deve essere varata all’unanimità. Un bel vulnus alla democrazia collegiale, non c’è che dire.
  • Vengono annullate le sospensioni del giudizio e si può essere promossi, a rigore, anche con una bella scorpacciata di insufficienze, ma con l’obbligo da parte del consiglio di classe di stilare un PAI, un piano di apprendimento individualizzato, che indichi lacune da colmare e strategie didattico-militari, da realizzare a partire dal primo settembre 2020 con l’ausilio dell’organico di potenziamento(nella mia scuola continuano ad arrivare colleghi potenzianti che in genere non hanno competenze nelle discipline di indirizzo); il tutto, quindi, a costo zero.
  • L’anno scolastico 20-21 diventa, pertanto, una propaggine del 19-20, tant’è che è possibile prolungare il PAI per tutto l’anno prossimo.
  • Poi c’è il PIA, il piano di integrazione degli apprendimenti di quei docenti disconnessi, che non hanno completato la realizzazione di quanto programmato, quindi lo scrutinio finale diventa sede di programmazione e non più soltanto di valutazione.

Queste le perle più rappresentative dell’ordinanza, che non sarebbero tali se per due mesi i vertici tutti non ci avessero intrattenuto sui mirabilia della valutazione formativa, che di fatto ha precluso ai docenti di registrare voti e ha fatto rinverdire loro i vecchi giudizi brevi che sempre comunque hanno accompagnato i numeri.

Ora, dopo tre mesi di valutazione formativa(con alunni complessivamente presenti, educati, interessati…)chi ha il coraggio di assegnare un voto inferiore a sei decimi anche in presenza di qualche lacuna peraltro mai accertata con sicurezza tramite Dad?

Proprio no! All’incoerenza infantile delle menti eccelse oppongo la coerenza di chi ha recitato alla perfezione la mascherata pirandelliana dalla Dad da coronavirus. Che sia formativa fino alla fine, la valutazione! Io in classe devo entrare con dignità l’anno prossimo: le cattedre non sono come le poltrone dei politici. Le prime durano, le seconde traballano al primo vento contrario.

La prima è la seconda, la seconda è la prima

Sulla prima prova scritta, che non ci sarà, ma che diventa seconda prova orale, mentre la seconda prova scritta, che non ci sarà, diventa la prima prova orale agli esami di maturità. Come tutti, anch’io ho dato uno sguardo alla bozza che riguarda gli esami di maturità e sono scaturite queste riflessioni.

A mio parere il breve testo, cui fa riferimento la normativa contenuta nella bozza sugli esami di maturità, rappresenta una sorta di surrogato in versione orale della prima prova scritta, che quest’anno per ovvie ragioni covidiche non sarà svolta. Da qualche anno si è notato come la prova d’italiano abbia via via mutato fisionomia anche in quelle tipologie che più sono vicine all’ambito letterario stricto sensu. Il Miur, influenzato dalle rilevazioni dell’Invalsi, ha sempre più privilegiato la comprensione e la produzione del testo a discapito delle altre competenze; come tutti sappiamo, già dai tempi di Mariastar le valenze letterarie dei testi sono state rimpiazzate dalle richieste di una loro generica comprensione. È stata una china discendente: brani come alberi senza radici, senza spazio e tempo, bolle di sapone fluttuanti sotto lo sguardo imbambolato dei nostri alunni, altalene tematiche de-temporalizzate e adattate all’attualità. Fatta questa premessa necessaria, penso che il testo breve non sia finalizzato all’accertamento delle conoscenze relative al programma d’italiano svolto, ma delle competenze di comprensione a tutto tondo a prescindere dalla letterarietà dei brani. Sostengono questa mia ipotesi eccessivamente verbosa tre elementi: la sottolineatura di testo breve(non tutti i testi che noi proponiamo agli alunni e riportati nel programma sono brevi), l’eventuale duplicazione(il candidato affronterebbe in due step gli stessi argomenti art. 16, 3, ammesso che l’esame preveda la classica interrogazione sulle singole materie), le dichiarazioni dei saggi-consulenti, che hanno riformato la prima prova, volta ad accertare la “dimestichezza” dei nostri alunni con una varietà testuale a 360*(da “un’amaca” di Serra a una poesia di Ungaretti). Aggiungo che, come già predicavano le ordinanze precedenti, il colloquio è interdisciplinare, pertanto bisogna uscire dall’ottica dei singoli contenuti delle singole discipline. Purtroppo in questi anni si è continuato a procedere giustapponendo i vari segmenti dei contenuti delle discipline oggetto d’esame. E tale prassi, cioè trasformare un esame interdisciplinare in una sommatoria di domande varie, è lo specchio impietoso del nostro modo di procedere nell’ambito dei singoli consigli di classi: monadi autoreferenziali. Probabilmente nelle scuole italiane ci saranno oasi felici in cui si programma “insieme” e si costruisce “insieme” un tessuto interdisciplinare, ma ad oggi ciò non fa parte della mia esperienza, né, credo, lo sarebbe stato in altre scuole.

La daddità

Dopo più di un mese di Dad, ossia di didattica a distanza, i docenti dell’istruzione di II grado in modo particolare han dovuto affilare e perfezionare le armi e gli strumenti per dare un minimo di dignità alle lezioni e soprattutto alle verifiche destinate alla valutazione. Inizialmente, essendo totalmente inesperto di Dad, anch’io, come molti credo, sono caduto nella trappola di equiparare le lezioni in linea a quelle in presenza in classe e questo è l’errore madornale per eccellenza che ritengo di aver commesso nelle prime due settimane. È inconcepibile che il docente parli come un fiume in piena senza riscontro da parte degli studenti che, tra l’altro, nel corso di quell’ora, possono serenamente fingere di seguire e in verità si dedicano a tutt’altro affare. Già nella quotidiana prassi didattica è mio uso tenere desta l’attenzione dei ragazzi e rinfocolare per quanto sia possibile il loro interesse a seguire e soprattutto a intervenire nella lezione; le mie antenne hanno la capacità di intercettare immediatamente casi di distrazione e di non comprensione di alcuni segmenti e perciò è altrettanto immediato il mio intervento, ma in linea non è del tutto possibile, perciò mi son dovuto sbracciare, calandomi nella visuale di osservazione degli studenti e capovolgendo(è attualmente di moda nel didattichese questo verbo),per quanto possibile, le posizioni di docente e studente. Ciò chiaramente nel rispetto della fisionomia delle classi, perché un conto è una classe terminale, un altro quella di studenti di primo anno. Innanzitutto ho ridotto la lezione frontale a non più di 40-45 minuti, durante i quali presento l’argomento in modalità dinamica, servendomi degli infiniti strumenti che offrono la rete(audio, video, immagini, lavagne, word, etc…)e le mie video e audioteche personali e interpellando qui e là i ragazzi, perché spieghino loro un passaggio di lezione o un aspetto particolare. Ho voluto evitare la monocordia della stessa “voce” nella presentazione dell’argomento sia sul piano acustico che su quello della prospettiva di interpretazione; il più delle volte ho fornito, almeno due giorni prima dell’incontro in linea, pastiglie curricolari propedeutiche al tema o alla questione da affrontare. Spesso la lezione parte proprio da loro, dai dubbi su quanto letto e studiato propedeuticamente e, nel caso di infinito silenzio, sono io a pungolarli perché comincino a parlare a partire da un qualsiasi punto. Se proprio dovessi servirmi di un’immagine, il cerchio sarebbe il più adatto a descrivere le mie lezioni in Dad; soltanto in un secondo momento assumo una posizione di accentramento riconducendo la discussione al focus e tirando le somme del discorso anche con rimandi al libro di testo o ad altre fonti. La risposta degli studenti non è sempre entusiastica ed entusiasmante, ma si procede serenamente e qualche risultato è degno di nota; posso dire che in modalità Dad si riproducono gli stessi comportamenti, atteggiamenti, competenze e risposte della vita scolastica reale, perciò non ho avuto particolari problemi o crisi mistico-esistenziali nell’esprimere una(farsesca)valutazione formativa che agli scrutini si condenserà in un voto numerico, anche perché fino al 4 marzo scorso ho avuto modo di rivoltare come calzini gli studententelli di primo pelo e conosco abbastanza quelli del triennio. A differenza dei più non temo il pericolo di ricorsi e, ammesso che ce ne siano, rientrano nel normale corso dell’esistenza media di un cittadino italiano: se si sbaglia, si paga. Punto. Ma è inaccettabile che per paura, viltà, inconsistenza professionale, quieto vivere…, si rinunci ad una delle funzioni caratterizzanti la professione docente: misurare e valutare. Sicuramente questo è il tasto più dolente della Dad, perciò ho dato più spazio a interrogazioni orali che a verifiche scritte(che comunque ho realizzato), astenendomi dal porre quesiti in modalità wikipedia e privilegiando il percorso ragionativo, l’induzione, la deduzione, la connessione tra i saperi, in poche parole e in didattichese più competenze e meno elementi di erudizione fine a se stessa. Laddove ho proposto qualche scritto, ho faticato un’intera settimana per verificare che in rete non esistessero fonti, a cui abbeverarsi, e per strutturare i quesiti: per esempio di un poeta ho offerto il ritratto fornito da una semi-sconosciuta letterata, semi-invaghita del poeta stesso, e attraverso la testimonianza della donna-amante, ho richiesto la ricostruzione del profilo umano e poetico dell’autore. Per il latino è stato più difficile, perciò ho dovuto tirare in ballo la traduzione dall’italiano, sempre nella netta consapevolezza che gli studenti avrebbero potuto, se non copiare dalla rete, contaminarsi a vicenda nell’esecuzione del compito, ma tra un compito copiato e incollato dal web e uno che nasce dalla collaborazione degli studenti preferirei di gran lunga la seconda opzione.

La video-lezione

Dunque… Ho impiegato ben tre ore per avviare con successo la procedura di attivazione delle aule virtuali ufficiali della mia scuola, esperita dal collega super-esperto. A onor del vero, è stata la mia imperizia a tenermi incollato ore davanti al monitor, sebbene le sue indicazioni fossero chiarissime. Indicazioni verbali e iconiche per giunta. E tuttavia, onde evitare errori, ho cominciato ab imis fundamentis, dalla resurrezione di un mio account immerso nelle acque del mare informatico alla messa in opera di una video-lezione. A mettersi di traverso ha contribuito pure il mio antivirus, che si ostinava a bloccare la webcam. Nel frattempo il pc decide che è tempo di aggiornamenti e per errore do l’ok al riavvio, quindi altra perdita di tempo. Dopo tanta fatica pugnace la vittoria: mi sono collegato con i maturandi per provare la video-lezione ed è andata benissimo. Certo eravamo tutti abbastanza straniti, quasi marziani, ma siamo riusciti a comunicare agevolmente. Da domani non più prove, ma si farà sul serio. Si comincerà giovedì con Quintiliano e la lettura di un primo brano della sua opera pedagogica, ma domattina per un’altra classe Petrarca sfrigola già sulla padella didattica.

Incrocio le dita.