Dillo in italiano

ts1428-71Ho firmato, e invito a farlo, la petizione DILLO IN ITALIANO.

Infarcire discorsi politici e comunicazioni amministrative, resoconti giornalistici o messaggi aziendali di termini inglesi che hanno adeguati corrispondenti italiani rende i testi meno chiari e trasparenti, meno comprensibili, meno efficaci. Farsi capire è un fatto di civiltà e di democrazia.

Ma non solo: la lingua italiana è amata. È la quarta studiata nel mondo. È un potente strumento di promozione nel nostro paese ed è un grande patrimonio. Sta alle radici della nostra cultura. È l’espressione del nostro stile di pensiero. Ed è bellissima.

Privilegiare l’italiano non significa escludere i contributi di parole e pensiero che altre lingue possono portare. Non significa chiudersi ma, anzi, aprirsi al mondo manifestando la propria identità. Significa, infine, favorire un autentico bilinguismo: competenza che chiede un uso appropriato e consapevole delle parole, a qualsiasi lingua appartengano.

Chiediamo che, forte del nostro sostegno, l’Accademia della Crusca inviti formalmente il Governo e le Pubbliche Amministrazioni, gli esponenti dei media, le associazioni imprenditoriali a impegnarsi per promuovere l’uso dei termini italiani in ogni occasione in cui farlo sia sensato, semplice e naturale.

Grazie

Annamaria Testa via Change.org

In filigrana


Giova sempre, a mio parere, leggere in filigrana le norme giuridiche e i provvedimenti, con i quali il cittadino deve misurarsi.
Ne ho fresche, sotto gli occhi, proprio due.

Stamani, dopo la prima razione di scuola, ché la seconda era riservata al tardo pomeriggio, mi son dovuto recare al comando dei vigili urbani, per avere chiarimenti su un’infrazione al codice della strada, commessa da un mio parente e addebitata all’intestatario del veicolo. Da cittadini onesti la sanzione pecuniaria è stata pagata qualche mese fa, ma all’interessato è sfuggito di leggere(non riesco a capire come sia successo)che per quell’infrazione è prevista la decurtazione di punti 2 dalla patente. Trascorsi 60 giorni, all’intestatario dell’auto viene notificato un verbale di 280 euro circa, per non avere comunicato i dati del conducente menefreghista e trasgressore.
Il personale preposto alle relazioni con il pubblico è stato non solo cortese, ma anche abbastanza chiaro: poiché sono ormai trascorsi sessanta giorni senza che siano stati comunicati i dati, la decurtazione dei punti non sarà effettuata, rimpiazzata però dal pagamento di 280 euro che, trascorsi altri sessanta e altri sessanta e ancora sessanta, lieviterà fino a circa 1075 euro e così via.
L’impiegato, guardandomi sinceramente nelle palle degli occhi, mi ha chiesto se afferrassi il senso morale di quanto mi stava illustrando.
Afferro, afferro.

Nel pomeriggio, in attesa dello scrutinio, mi sono invece spulciato il nuovo decalogo del Garante della privacy, che fornisce indicazioni e obblighi tali che non sia violata la sfera privata degli alunni, degli insegnanti e dei genitori.
Su alcuni aspetti il decalogo è ferreo, su altri un po’ meno; per esempio si lascia alle scuole la regolamentazione dell’uso dei cellulari e tablet per fini strettamente personali, ad esempio per registrare le lezioni, e sempre nel rispetto delle persone. Spetta comunque agli istituti scolastici decidere nella loro autonomia come regolamentare o se vietare del tutto l’uso dei cellulari. Non si possono diffondere immagini, video o foto sul web se non con il consenso delle persone riprese. E’ bene ricordare che la diffusione di filmati e foto che ledono la riservatezza e la dignità delle persone può far incorrere lo studente in sanzioni disciplinari e pecuniarie o perfino in veri e propri reati.
A me pare un punto debole lasciare autonomia decisionale alle scuole, perché, come al solito, ci saranno scuole permissive ai limiti del lassismo e scuole rigidissime, pertanto si genererà una babilonia di comportamenti non facilmente controllabili e contraddittori.
Come fa un docente a verificare, in classi anche di 28 elementi, l’uso corretto degli strumenti?
L’uso improprio da parte degli alunni è inevitabile che sfugga al docente, quindi sono molto perplesso su questo punto e in collegio assumerò una posizione rigida.
Mi ha destato anche qualche dubbio l’espressione “per fini personali”: se l’uso dei cellulari e dei tablet ha un fine didattico(l’alunno può registrare la lezione, prendere appunti, etc…), come può considerarsi un uso personale? Personale afferisce all’ambito dei privato: chiamo la mamma, digito un sms, chiamo papà e così via. Più corretto sarebbe suonato “per fini didattici”.
Voglio infine soffermarmi su un altro punto, che si annoda alla prima parte del post.
Nel decalogo si legge che è illecito pubblicare sul sito della scuola il nome e cognome degli studenti i cui genitori sono in ritardo nel pagamento della retta o del servizio mensa. Lo stesso vale per gli studenti che usufruiscono gratuitamente del servizio mensa in quanto appartenenti a famiglie con reddito minimo o a fasce deboli.
Sacrosanto. Nulla da eccepire.

Diciamocelo, però, francamente!
La deriva della nostra società è essenzialmente plutocratica o demoplutocratica.
Se ho i soldi, cancello con 280 euro e oltre la rilevanza etica dell’infrazione commessa.
Se soldi non ne ho, devo vergognarmi di essere dichiarato appartenente a una fascia debole.

Passaggio



La tentazione c’era tutta di non votare per le amministrative, ma il buon senso ha prevalso.
Com’è mio solito, mi sono recato al seggio alla buonora, quando ancora sono in atto le prove tecniche di sfilata di moda che si tiene inevitabilmente nei piccoli centri, quando si festeggia un evento.
Il nonno di una candidata –mi ha confessato- era innervosito per il fatto che la ragazza indugiasse ancora a casa, indecisa sull’abito da sfoggiare.
Anch’io mi sono infighettato, mimetizzando il mio sguardo sotto un bel paio di occhialoni da sole, che mi ha permesso di osservare i movimenti umani davanti al seggio, la mia vecchia scuola elementare.
Qualche candidato appostato nei pressi delle aiuole, sotto gli alberi, nei bar; gli sfrontati proprio davanti all’uscio della scuola.
Il tutto recitato davanti alla guardia di finanza e ai carabinieri.
Come se ciò fosse normale.
Ubriachi di gentilezza, dispensanti sorrisi e “tutto bene?”.

Il mio passaggio è stato celere, come quello di uno straccio di nubi nel cielo terso di maggio.

Non solo quote

Una giornata densa oggi, campale, ricca di riflessioni e di scoperte. Chiudo la giornata con lo stesso passo con cui l’ho aperta nel corso di un seminario. A scrivere è Plutarco, il brano da Questioni conviviali 719 a-b. In sintesi i pensatori greci non ritenevano che la giustizia sociale fosse il risultato di una ripartizione aritmetica, come invece si è abituati superficialmente a ritenere, ma geometrica. E qui c’entra il merito. Incommensurabile.

La democrazia, se si sta alla definizione di Norberto Bobbio, è ammalata in Italia.
Tra poco sarà un’inferma.
Il virus che la minaccia si nutre delle viscere dei cittadini e si annida nascostamente nel quotidiano.
Anche nella scuola.
Constato mestamente che ai giovani interessa poco la prassi democratica.
Si sa che gli ultimi giorni di ottobre sono dedicati alle elezioni di alcune componenti degli organi collegiali, che vedono protagonisti genitori e allievi.
Le urne dei primi pressochè vuote.
Tra gli alunni del liceo dove insegno stamani si respiravano euforia e rassegnazione, lottavano disincanto e fastidio.
Un’occasione di democrazia partecipativa per pochi.
Una perdita di tempo per molti, una giornata persa, un oggi non abbiamo fatto niente.
Non credevo alle mie orecchie.
Probabilmente si è incastrato un quid nel congegno democratico che fa inceppare tutti.
O noi insegnanti dovremmo rivedere un po’ il nostro modo di agire democratico in classe, spesso declinato come “lascia fare, lascia passare” dalla cultura sessantottina, e riportarlo alla fonte originaria, a quei pochi ingredienti utili per costruire un partecipiamo tutti insieme alle decisioni.
Che ho, invece, sotto gli occhi?
Baraonda tra i corridoi, aule trasformate in set fotografici, effusioni sentimentali degne dei migliori gatti del quartiere, errori nell’interpretazione dei verbali, ri-votazioni.
I professori, poi, non sappiamo che cosa rispondere alle innumerevoli astrusità del burocratese dei decreti delegati.
Se qualcosa si è inceppato nel congegno, non si può tuttavia sostituire la macchina della democrazia.
Qualche retrivo lo desidererebbe con tutto se stesso.
La prassi democratica non è un’automobile da rottamare o un vestito fuori moda da donare a un centro di accoglienza.
Si tratta di uno strumento, e di un fine, acquisito.
Inalienabile.

La divisa della democrazia

 

Norberto Bobbio

18 ottobre 1909-18 ottobre 2009

 

No, non voleva essere chiamato maestro, si arrabbiava con veemenza se qualche allievo s’arrischiava di farlo; eppure per i suoi allievi Norberto Bobbio era maestro.

Anche quando divenne senatore, ribadiva l’orgoglio di essere chiamato professore.

Ma per tutti era maestro.

Maestro nello stile di vita, nell’amore per i libri, nella serietà degli studi.

Luigi Bonanate, ex alunno di Bobbio, ha dichiarato che il filosofo non avrebbe potuto sopportare la superficialità dilagante con cui si affrontano gli studi oggi a tutti i livelli; rimane indelebile nella sua memoria di studente come in pochi giorni il professore Bobbio non solo gli corresse la tesi di laurea, ma l’arricchì con note e rubriche a margine, perché fosse reso chiaro il rigore argomentativo della ricerca.

Insegnava ad essere originali, curiosi, osservatori.

Poneva domande per sapere di più e capire di più.

Critico, autocritico, dubbioso nelle sue medesime analisi.

Il cosiddetto metodo Bobbio.

Insegnava a tenere pulita la divisa della democrazia, perché questa è innanzitutto stile di vita, il primo modo per non essere violenti.

Bobbio afferma che si può essere violenti in ogni ambito.

Nella parola, nel gesto, nella prassi politica.

Anche nell’ostentare la ricchezza o la propria presunta superiorità.

La violenza schiaccia e mortifica, il dialogo democratico dà voce ai plurali e anima il confronto.

 

Una lezione memorabile

Non solo ritengo sia possibile dare una definizione minima della democrazia, ma che sia necessario, se vogliamo metterci d’accordo quando parliamo di democrazia. Dobbiamo darne una definizione pienamente e semplicemente procedurale, vale a dire definire la democrazia come un metodo per prendere decisioni collettive. Si chiama gruppo democratico quel gruppo in cui valgono almeno queste due regole per prendere decisioni collettive:

1)  Tutti partecipano alla decisione direttamente o indirettamente.

2)  La decisione viene presa dopo una libera discussione a maggioranza.

(Norberto Bobbio)

 

E un’altra ancora

Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze.

(Norberto Bobbio)