Impressioni “politiche”

Contrariamente a quanto sbandierato da molti, il governo in carica è più politico di quanto si possa immaginare, non nel senso becero che ha assunto in questi anni, ma in quello autentico di amministrazione della cosa pubblica. L’ottica, o la visione, come millantato da Mr Bean italiondo, non potrà che essere economicistica e produttiva, legittimata dalla finta e compiacente unità politica e dalla guerra sanitaria, centro di ogni narrazione pubblica. Piaccia o non piaccia, al premier e ai suoi fedelissimi tecnici toccherà il compito di rivoltare il calzino Italia, realizzando riforme impopolari per i singoli e le logge italiche, ma utili per il bene del Paese, o meglio per la loro idea del Paese. Anche i precedenti governi avrebbero potuto farlo, ma si sarebbero inimicati gli elettori…e perdere le poltrone costa. Noi docenti siamo in prima fila(mirino)e, se fino a qualche settimana fa potevamo anche ridere dei banchetti volanti e dei rossetti ammiccanti, avremo in futuro ben poco di cui “goliardeggiare”. Chi avrebbe il coraggio di opporre argomenti validi ad un’auctoritas riconosciuta a livello mondiale?

Intanto stiamo a guardare e ad ascoltare con i padiglioni auricolari ben ritti, anche se per gli stercorari dell’informazione sarà un problema abituarsi ad uno scenario di narrazione, che non ha più dietro la regia del Grande Fratello e le dirette Facebook.

SupinaMente

Dopo la pubblicazione sul Corriere della Sera di questa foto, tratta da un libro di scuola primaria, si è abbattuta una vera e propria bufera sulla casa editrice, che è stata incriminata per razzismo per aver fatto pronunciare al bimbo in vignetta la frase “Quest’anno io vuole imparare italiano bene”; da quello che si può dedurre dal contesto, il crimine sarebbe stato commesso per il fatto che soltanto il bimbo straniero storpi il predicato verbale non accordandolo col soggetto, mentre tutti gli altri bambini pronuncino delle frasi corrette. Detto in soldoni, si contesta agli autori la scelta del bambino africano, frutto di uno stereotipo culturale a sfondo razzistico; perché non scegliere, per esempio, un bimbo russo o giapponese?

La stessa pagina è stata poi linkata da un gruppo di amanti della lingua italiana sul profilo Facebook di RadioTre e lì si è sollevato un coro di voci pressoché unanimi nel condannare la scelta infelice della casa editrice. A questo punto ho digitato un mio commento, che è stato letteralmente fagocitato dalla rete. Probabilmente anch’io, senza saperlo, sono razzista.

Fermo restando che quella didascalia è semplicemente indecorosa, la mia opinione, espressa in quel commento, peraltro in un gruppo che si occupa di lingua italiana, suonava così: “La scelta di quella frase, scritta in un libro per bambini di primaria, è innanzitutto inaccettabile sul piano linguistico, perché non fornisce un buon esempio di uso della lingua italiana agli scolari e non rende ciò che di fatto avviene nella realtà scolastica, perché ci sono alunni stranieri che si esprimono benissimo in lingua italiana e altri che pronunciano frasi peggiori di quella messa in bocca al bambino dell’illustrazione; legittima sarebbe stata, invece, se si fosse trattato di un esercizio da svolgere, che prevedeva la correzione dell’enunciato e la sua riformulazione”. Probabilmente ho commesso contestualmente due delitti: mi sono discostato dal Pensiero Unico dei commentatori di quel post e ho spostato il focus dell’argomento, ossia dal razzismo della casa editrice all’inopportunità didattico-educativa di quella frase. Ma una delle Leggi del Pensiero Unico è che sia necessario commentare i post di varia natura e su vari siti, attenendosi rigorosamente a ciò che gli autori hanno formulato sul piano contenutistico e alle sfumature socio-politiche da loro sotterraneamente o manifestamente tratteggiate. Per me tutto ciò è inammissibile sotto il profilo dell’onestà intellettuale e della libertà espressiva. Non è mio uso e costume, tra l’altro, commentare in modo offensivo e irriguardoso nei confronti di chicchessia.

La dura ira placando

La dura ira placando

a concordia e amore con me,

che questo cerco, a cercare verrà.

(Prom. 191-192)

Un’intera giornata fra le bellezze laviche di Catania, il teatro romano(di scena Prometeo di Eschilo)e la casa di Giovanni Verga, dove ho tenuto ai miei studenti una lezioncina breve breve sulla biblioteca dell’autore: è questo in sintesi il sugo di un’iniziativa culturale, a cui ho aderito istintivamente coinvolgendo non solo tutti gli studenti delle mie classi, ma anche otto colleghi con scolaresca al seguito. Sottolineo il carattere istintivo della scelta, perché tutti noi, pur incoscientemente consapevoli dell’enorme sfacchinata, cui ci saremmo sottoposti per uno spostamento in giornata andata e ritorno, per uno spettacolo al tramonto, e con condizioni meteorologiche di certo non ottimali, e tra l’altro per un vagolare diurno tra le bellezze della città etnea, abbiamo pronunciato il nostro corale sì senza indugio, curiosi di sperimentare la fruizione di un dramma antico in un teatro che non fosse, per una volta, quello di Siracusa e, fatto non trascurabile, rassicurati dalla fedeltà del regista al testo originale del Prometeo senza additivi culturali contemporanei di natura socio-politica e attualizzazione snaturante. E così è stato. La giornata si è snocciolata in un continuo viavai, intervallato dalle pause merenda e pranzo, consumati nei luoghi caratteristici della città(degli studenti hanno gustato anche la carne di cavallo, specialità catanese, io due buone cipolline catanesi, una leccornia tipica del luogo, ma avrei preferito desinare in solitario perché, al solito, le colleghe son sempre a dieta, perciò ti fanno andare di traverso i bocconi): dopo il nostro arrivo la visita in tarda mattinata al Duomo di Catania, alla Pescheria, alla casa di Verga e in lungo e in largo per via Etnea e quartieri viciniori sempre con l’occhio all’insù timorosi che potesse venire giù dal cielo un acquazzone; così non è stato, ma per tutta la visita ci ha seguito, fedele e costante, un ventaccio di maestrale, che in teatro per poco non ci faceva sollevare come soffioni. Per fortuna gli studenti e anche noi professori eravamo parati al peggio, perciò, dopo un ingresso al teatro abbastanza logorante per l’attesa(si entrava come lumache), ci siamo befanizzati con berretti, foulard, giacche a vento, piumini e simili, per fronteggiare le folate improvvise di vento gelido. A sole tramontato, è calato un arcano silenzio sulla cavea e sulla scena, dominata dal palco in plexiglas, sotto il quale scorre lento il fiumiciattolo Amenanos, e dalla gabbia-rupe presso cui viene incatenato Prometeo. Poi è stato un dipanarsi di poesia, riflessione, recitazione a pieni polmoni, luci e musica, che ha catalizzato l’attenzione di tutti gli spettatori per circa novanta minuti sotto la direzione del grande regista Daniele Salvo, il cui curriculum ventennale, lunghissimo e prestigioso( il regista si è diplomato presso l’Accademia Attori del Teatro Stabile di Torino, diretta da Luca Ronconi, ed ancora ha conseguito il diploma di perfezionamento per attori del teatro di Roma diretto da Luca Ronconi, quello di perfezionamento registi europei del teatro di Roma diretto da Mario Martone e presso la Royal Shakespeare Company, e ha diretto i più grandi capolavori del teatro, mettendoli in scena in prestigiosi Teatri Greci ed Antichi  d’Italia ed europei e nei maggiori teatri al chiuso italiani ed europei)non ha deluso le nostre aspettative. Il messaggio del dramma è arrivato agli spettatori diretto e senza infingimenti teatrali di alcuna sorta: la tirannide, da qualunque parte provenga, mortifica e annienta la dignità umana. L’attività teatrale è proseguita poi, nei giorni successivi, in classe: le risonanze personali degli studenti accoppiate all’analisi di certe pagine del saggio La giustizia di Zeus e la nascita della democrazia di Giuseppe Micunco sono state il fertilizzante dialettico di queste ultime giornate di un maggio tanto tirannico meteorologicamente quanto munifico di pensieri ed emozioni.

img_0687

img_0702

Prometeo, Κράτος e Βία

img_0710

Oceanine

 

img_0710

img_0724

La sventurata IO

img_0725

img_0727

Ermes da una finestra nella scena iniziale del suo ingresso

img_0732

img_0730

L’imbarazzo e la vergogna

È con greve imbarazzo, innanzitutto con se stessi, dovere recarsi alle urne ed essere convinto di non sentirsi rappresentato da nessuno di quei candidati, partiti e movimenti impegnati nell’agone politico di questa importante tornata elettorale. La mia fu giovanile fede rossa è ormai soltanto una fola evanescente, che alberga in un angolo riposto della memoria e che talvolta si anima soltanto dinnanzi a ingiustizie conclamate o in occasione di una qualche analisi storico-filosofica propedeutica ad una lezione di storia della cultura materiale; poi, dopo l’uso, torna ad ammuffire nello stesso angolo.

In questo deserto sconsolante ho provato un po’ di sollievo leggendo, oggi pomeriggio, il ritratto impietoso che un luminare della Sorbona ha scritto per designare e disegnare una parte dei competitori politici di queste elezioni. Io penso che il suo ritratto possa essere esteso a tutte le forze politiche. Lo pubblico qui, omettendo per ragioni di silenzio elettorale i nomi specifici.

“È probabile che qualcuno vinca le elezioni e non lo farà per via della tanto decantata onestà. Perché, se l’onestà fosse un valore diffuso e condiviso per questo paese, non avremmo il tasso più alto di lavoro nero d’Europa né il più alto numero di evasori fiscali.

Se qualcuno vincerà sarà per aver sedotto quella parte del paese inetta e rancorosa con l’idea che siamo tutti uguali e che lo studio, l’impegno e il sacrificio nella vita siano in fondo un dato relativo. Perché uno vale uno, come nella Fattoria degli animali di Orwell, in nome di una libertà che è in realtà la peggiore forma di dittatura.

Così ci ritroviamo politici che si sentono De Gasperi, pur senza averlo mai sentito neanche nominare, una cloaca di sprovveduti che discute di economia o di politica internazionale senza mai aver aperto un manuale di storia e soprattutto una società di persone che pensano di potersi sedere di fronte a chiunque per discutere di qualsiasi cosa. Le conseguenze sociali vanno oltre la barzelletta di avere un premier che coniuga i verbi peggio dello studente che ho bocciato lo scorso anno.

Il vero dramma causato dai politici è che hanno offerto la spalla a qualsiasi persona di sentirsi all’altezza di parlare di ogni cosa. Oltre la medicina, oltre chi ha passato la vita nei laboratori e a studiare, oltre i premi Nobel. È gente che non ha coscienza di cosa sia lo studio e quanto sacrificio ci sia dietro ad una ricerca, dietro ad una professione, che non pensano ai ragazzi che hanno passato la vita sui libri per far progredire questo paese.

È la presunzione fine a se stessa. L’onestà di cui si riempiono la bocca continuamente non è un vanto. È il grado zero della civiltà, cosa che sarebbe nota perfino a loro se avessero studiato un po’ di latino. Occupare un posto che non si è in grado di occupare, essere pagati per un lavoro che non si è grado di fare quella è la peggiore forma di disonestà civile. E come diceva quel vecchio saggio di Seneca “la vergogna dovrebbe proibire a ognuno di noi di fare ciò che le leggi non proibiscono”.