Alba arancia

38313342844_ea27943e3fUno dei piatti più prelibati della gastronomia siciliana è costituito dagli arancini. Tutti sappiamo che si tratta di supplì di riso in forma di arancia, contenenti all’interno sugo e o altra carne tritata, non tutti i siciliani però sanno che si dice, per l’appunto, arancini e non “arancine”. In tutta l’isola, infatti, il nome del piatto è un sostantivo femminile; si tratta di un ipercorrettismo che trova giustificazione nel frutto da cui prende il nome e che resiste nella tradizione linguistica locale a dispetto di un libro di Camilleri intitolato Gli Arancini di Montalbano.

Dunque arancini e non “arancine”. Però la Crusca propone una soluzione grammaticalmente diplomatica e perciò condivisibile. 

A scuppuluni

dion3Le giornate più costruttive a scuola sono quelle in cui entri in aula per spiegare storia romana e ti ritrovi entusiasticamente a ripiegare sul teatro greco nell’imminenza di uno spettacolo teatrale. Alla faccia dei cultori del pedagogismo pedante!

Che non si dica che gli studenti assistano a uno spettacolo teatrale dal sapore civile contemporaneo senza possedere un minimo di conoscenze sulle origini del teatro; che poi a Siracusa qualche assaggio l’hanno fatto.

Le lezioni migliori, come sempre, sono quelle non previste e non programmate.

A scuppuluni, come si dice dalle mie parti.

Muciddu

Del mio fioraio ho già avuto modo di parlare, come dei gatti che popolano il deposito dei fiori, una catapecchia antidiluviana, che accoglie ben due celle frigorifere e una serie di attrezzi del mestiere. L’aria è irrespirabile: i fiori in cella puzzano, come puzza l’acqua di ristagno dei contenitori, dove restano immerse per giorni le spugne verdi da usare per le composizioni. Il deposito è invero anche un ripostiglio di cianfrusaglie, com’è possibile desumere dalla foto. In un angolo polveroso una cassetta è diventata la culla di quattro muciddi*, che una mucidda ha partorito sabato mattina. Il fioraio sapeva che mucidda era incinta e, quando ha visto movimenti strani e qualche miagolio di troppo, ha predisposto la cassetta-culla sì in un anfratto, ma a pochi centimetri da una finestra, da cui entrano aria e luce. Dei muciddi mi sono accorto soltanto ad acquisto completato; eccoli, mentre poppano silenziosi, mentre Bea, così ho ribattezzato mucidda, è distesa in estasi.

*Non posso chiamarli gatti, il nome “giusto” è muciddu, una parola-onomatopea adoperata in Sicilia per chiamare i gatti e richiamarli producendo con le labbra una sorta di miagolio umano affettuoso. Così li chiamano il mio fioraio e il popolino. Che poi muciddu richiama mouse. Chissà qualche lontana parentela!  

Marianeve ad Omopolis

Ieri sera la mia amica Marianeve mi ha chiesto di accompagnarla in piazza per assistere alla rappresentazione di una commedia in dialetto palermitano; al contrario di altre occasioni non ho opposto alcuna resistenza, sicuramente perchè il caldo africano di questi giorni mi spinge, nonostante la stanchezza della settimana d’inizio scuola, a fuggire dalle pareti domestiche per aggiungere stanchezza ad altra stanchezza e giungere a letto del tutto sfinito per prolungare il sonno mattutino almeno oltre le 7.30. Cosí è stato. Un sonno ristoratore di 8 ore, che mi fa gustare pienamente i due giorni liberi consecutivi.
Bene, che dire della commedia? Struttura, sceneggiatura, costumi, lingua e quant’altro rigorosamente di stampo siculo, ma attuale per i due argomenti(outing di un giovane gay ai propri familiari e corruzione politica)che l’autore ha intrecciato in vista della riflessione da consegnare al pubblico: cos’è l’immoralità? Il giovane che confessa ai propri genitori, e quindi a tutta la comunità, che gli piacciono i maschi o i politici che ingannano l’elettorato con falsi proclami di benessere sociale ed economico e poi, ottenuto il potere, sconfessano quanto propagandato in campagna elettorale? L’intreccio, però, non è stato felicissimo, e non perché non si possano trovare connessioni, ma perché l’autore ha privilegiato nei due atti prima la “tragedia” familiare seguita alla rivelazione, poi il marciume politico incarnato da tre loschi personaggi. Si è così creato un gap tra le due parti sanato in zona cesarini dall’irruzione degli attori tra il pubblico, che s’è immedesimato nella parte del popolo gabbato ed è diventato parte attiva della scena finale. Insomma si sarebbe potuto fare di più e meglio, però è già un successo avere proposto a un pubblico fondamentalmente analfabeta sotto il profilo dei diritti umani e sociali un tema forte quale l’omosessualità. Una traccia di riflessione, penso, sarà stata registrata, un piccolo seme, che darà i suoi frutti. 

Marianeve, al termine dello spettacolo, era raggiante e, pettegola nel DNA, ora con gomitate, ora con occhiate, mentre lasciavamo le gradinate, ha diffusamente alluso e additato…non pronunciando mai la parola chiave della serata comica. La sottoporrò a un recupero di ore di educazione civica, come minimo. 🙂

‘A tunnina

Dalla cucina siciliana di giugno non può mancare la tonnina, ossia il tonno, sempre più raro, e a caro prezzo, nei mercati ittici.
La morte della tonnina è con l’aglio o con la cipolla, mentre l’erba aromatica, che l’accompagna sempre, è la menta.
Due ricette meritano l’infrazione alla quotidiana dieta.

Il sugo di tonnina
Occorre un solido blocco di tonnina, anche un cubo.
Con le dita la si imbottisce di aglio a volontà, di caciocavallo a dadini, menta e pepe nero.
Le dita devono penetrare all’interno della carne, quindi gli schifiltosi farebbero bene a usare dei guanti da cucina; occorrono aceto e limone per eliminare il puzzo di pesce, ma se la tonnina è fresca il danno non dovrebbe essere eccessivo.
Intanto in un tegame largo e profondo si tagliano almeno due spicchi d’aglio, si fanno indorare per pochi secondi e subito dopo vi si adagia il cubo di tonno imbottito, perché a sua volta soffrigga per non più di 5 minuti. Lo sfrigolamento dell’olio è il segno che dovete letteralmente fare annegare il tonno nella salsa di pomodoro che sarà versata con maestria, onde evitare di procurarsi qualche bolla. Il sugo deve cuocere almeno 3 ore. A un’ora dalla cottura si possono aggiungere dei piselli precedentemente saltati in padella.
Il tipo di pasta è a scelta dei commensali.
Io adopero le fettuccelle della De Cecco.

Tonno in agrodolce
Stavolta il tonno deve essere tagliato a fettine come fossero costate di bovino.
Si infarinano e si friggono.
Su una padella larga si fa soffriggere della cipolla bianca o calabrese tagliata a fette, dopo 10 minuti vi si adagiano le fette di tonno già fritte, si versa un bicchiere e mezzo di aceto, anche balsamico, due cucchiai di zucchero e si cucinano per 30 minuti. Se la salsetta dovesse eccessivamente addendarsi, aggiungere un bicchiere d’acqua. A metà cottura salare e pepare. A fine cottura una pioggia di coriandoli di menta fresca.

Le parole con il tonno
In Sicilia dalla parola “tonno” si ricavano alcuni modi di dire.
Tunnareddu si adatta a un bambino ben pasciuto, ma non grasso, mentre, se riferito a un adulto, indica un maschio con dorso ben sviluppato, corpulento e con pancia a tamburo.
Tunna non è per nulla lusinghiero per il gentil sesso.