La “maledizione”

Credo che non si sia mai verificato che abbia disertato il blog per così tanto tempo. La mia presenza, già fluttuante da qualche mese per difetto della volontà o presunta(mia)mancanza di motivazione a scrivere, è diventata diserzione vera è propria quando è piombata sulla mia famiglia la maledizione del cancro, che ha colpito mio padre. Adesso il pater sta meglio dopo l’intervento chirurgico, che ha portato con sé una serie di complicanze da cui pian piano si sta liberando. Io credevo stoltamente che lui fosse sfuggito alla maledizione genetica familiare, che gli ha mietuto ben 6 tra fratelli e sorelle; invece il tumore cresceva silenzioso e indisturbato senza dare segno alcuno di vita, se non negli ultimi mesi, quando è comparsa un’anemia galoppante. Apparentemente ne stiamo venendo fuori, ma so che la lotta continuerà. Personalmente mi sento svuotato e la mia vita ha preso una piega inaspettata; i giorni peggiori sono stati quelli in ospedale, in realtà un centro oncologico con gestione privata e servizio pubblico, un lager travestito da hotel. Anche il mio lavoro ne ha risentito negativamente per la mia assenza, ma ho continuato pur con mille ansie nella testa a fare il mio dovere, quando mi era possibile stare a scuola. Anzi, ancora una volta, il lavoro scolastico mi ha permesso di obliare per qualche ora la realtà, ma è mutata la prospettiva. Il piccolo è diventato grande e viceversa. Ho tralasciato le varie piccinerie di cui noi insegnanti siamo capaci, mirando all’essenziale e in tante occasioni ho invidiato i miei colleghi queruli. Avrei preferito mille ricevimenti e consigli pomeridiani anziché stazionare nelle asettiche stanze di un ospedale che, pur sembrando un hotel a 4 stelle, rimane pur sempre un ospedale.

Balene e Pinocchi

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Come un Pinocchio di ferro ti ha sputato davanti ai miei occhi la balena verde di foggia americana, tu, già grigia nella senescenza, ancora vivida nell’astuzia acuta e cerimoniosa della volpe. Tra le lacrime hai riassunto in brevi fotogrammi la tua vita, da quel dì in cui perdesti me e i tuoi figli, tu che eri avvezza a conquistarci con le blandizie delle tue parole tra i crich-croch delle patatine e le bollicine di una Coca-Cola. Ora ti vedo immobile nella malattia, mentre le tue mani parlano di libri letti, di cucina e di burraco. Sgrani sul filo della memoria i morti che vivi ci appartennero, i sogni realizzati a metà, le voci che familiari suonano il loro concerto nel nostro breve incontro. Te lo dovevo questo ritrovarci, mai voluto, eppure sognato. Ci ha pensato Dio, il fato, la provvidenza, il caso, e noi non rimaniamo che fragili anelli di un meccanismo inconoscibile, che ha la sete dell’assoluto e il mistero della fede nella vita. Tu arrugginito Pinocchio di ferro e io vivente carcassa di bei ricordi.

Gallismo Civico

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Questa non è una foto “artistica”, ammesso che io ne pubblichi, ma reale. Ritrae l’ingresso in una hall. Quale? Non di un elegante albergo nella città di Palermo, ma del nuovo polo oncologico dell’ospedale Civico, polo che raggruppa una serie di reparti di chirurgia, in uno dei quali è stato ricoverato un mio caro parente. Questo non è un post di denuncia di malasanità, ma di gallismo siciliano della peggiore specie. In detta hall, nelle lunghe attese dell’ora della visita ai malati, ho potuto osservare il comportamento non sempre corretto dei portieri nei confronti di uomini, anziani, sprovveduti, vecchiette imbellettate et similia, ai quali era categoricamente vietato l’accesso ai reparti nelle fasce orarie non consentite(nonostante certe richieste di infrangere le regole potessero avere una certa giustificazione diciamo umanitaria), mentre i medesimi custodi andavano in solluchero ed erano conseguentemente pronti a trasgredirle nel caso si fosse epifanizzata ai loro lumi un essere umano di sesso femminile, procace e succintamente abbigliata, che con poche moine riusciva a superare il varco e ad accedere ad uno dei reparti.

Che dire?

Mi sono sentito offeso nella mia dignità di parente di un congiunto ammalato e di quelli che, come me, sono stati irremovibilmente bloccati all’entrata o addirittura inseguiti su per le scale, perché facessero marcia indietro.

In quel contesto non sono andato oltre per rispetto nei confronti del parente ricoverato e dei medici professionisti, ma qui, nel blog, non ho potuto e non posso tacere e una pietruzza di protesta la lancio qui nell’oceano della rete. 

Disperati in servizio

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Estremamente a margine, quasi sommessamente(e per rispetto delle vittime del terremoto e per gli incolumi scampati ai sussulti della terra)si chiede, chi conserva ancora un’idea vaga di cosa significhi rispetto umano, come sia possibile che i responsabili dei centralini delle chiamate d’emergenza(118, 113, 115, etc.) forniscano alle testate giornalistiche le registrazioni delle voci disperate dei tanti disperati, che solo per un caso fortuito sono riusciti a chiamare gli aiuti per mezzo del telefono probabilmente poco prima di sparire sotto i cumuli di macerie, polvere e buio.

Proprio con queste voci disperate ha esordito il primo servizio di uno dei telegiornali del biscione. E non credo sarà l’ultimo.

Nessuna pietà. Tutto fa brodo.

Clemente, ma non troppo

28862101306_291f1a57d9_nNella scena di quest’estate 2016, tanto clemente nelle temperature medie che, almeno nella collina siciliana, di notte non dispiace il lenzuolo e di giorno raramente si accende il condizionatore, ha fatto la sua comparsa la grande rimossa, giusto per ricordarci di quanto nulla siamo fatti.

Dopo una lunghissima malattia e indicibili sofferenze, che le hanno martoriato il corpo e l’anima, è morta una delle mie cugine-sorelle-tate; in parte se l’è voluta lei, avendo rifiutato, circa sei anni fa, di candidarsi ad un trapianto, che le avrebbe consentito di vivere meglio e più a lungo. A rendere ancora più triste il quadro hanno contribuito la lunga degenza ospedaliera, la freddezza spietata del personale medico(non di quello infermieristico)e l’essere deceduta in ospedale; stando così le cose, è rimasta per ben due giorni a deposito nell’obitorio, in attesa, come tanti altri morti, del funerale. Al momento della sepoltura, in uno dei più eleganti cimiteri della città, s’è posta pure una pietra sopra la sua storia personale che, per molti aspetti, conterrebbe pure spunti di scrittura. Di lei ricorderò il dono dell’accudimento e l’ironia, che non risparmiava nessuno.

Di qualche ora, invece, è la tragica morte sul lavoro di un imprenditore-artigiano-mastro, mio compaesano. Buono come il pane, di poche parole, dal sorriso disarmante. La stessa Marianeve, che solitamente straparla a vanvera, è rimasta attonita e si è chiusa in un silenzio religioso, rinunciando, come me, al calvario del corteo funebre fino al cimitero. A piedi, s’intende. Sotto la canicola d’agosto. Alle tre e mezza del pomeriggio.

Il funerale di paese è differente da quello di città. Il primo conserva in Sicilia i residui culturali del barocco scenografico secentesco(campane a festa e ad agonia, marce musicali ora trionfali, ora neniose, compartecipazione delle confraternite religiose al corteo, totale di tempo quattro ore circa), l’altro è rapido e impersonale. In città sono gli operatori funebri a gestire tutte le operazioni, in paese, invece, i fratelli di fede, capaci ancora, in alcuni casi, di caricarsi la bara sulle spalle e di condurla alla casa eterna.

Triste, deprimente e rapido in città, festoso* in paese, ma con tempi biblici.

*Solitamente i confratelli chiedono alla famiglia del defunto se preferiscano una marcia musicale allegra o cupa.