“D’amendue si dice l’un pregiando”

La morte di Luca Serianni, avvenuta tragicamente, e quella di Pietro Citati arricchiscono di desolazione il panorama culturale italiano; ho conosciuto entrambi attraverso la lettura di alcune loro opere, di natura linguistica quelle di Serianni, di critica letteraria quelle di Citati; credo pure di avere assegnato agli allievi di qualche anno fa un’analisi testuale tratta da un’opera di Citati o vi ha provveduto il Miur. Sono ricordi fumosi, pertanto non ne sono certo. In uno splendido articolo Andrea Riccardi associa la statura di Serianni a quella di Francesco d’Assisi: generoso nel dispensare le sue perle di conoscenza e semplice nello spezzare la parola della cultura linguistica. Da alcune testimonianze ho appreso che Serianni usava un metodo costruttivo nel modo di correggere gli elaborati di italiano, infatti usava il rosso per segnare gli errori e il verde per esprimere apprezzamento per alcune oasi di stile o espressioni limpide offerte dagli studenti. Non sarebbe male coltivare in classe questa pratica in aggiunta alle solite procedure di correzione. Di Citati ricordo, invece, in particolare il saggio su Leopardi, una narrazione romanzata ma storicamente attendibile. Citati e Serianni, due volti differenti della cultura italiana, come le espressioni del loro sentire, ma entrambi da considerare maestri piacevoli di studio nella semplicità e nel rigore, valori sempre più offuscati dal narcisismo culturale della nostra epoca storica.

14

14, esattamente sono trascorsi 14 anni, durante i quali Giuseppe si è diplomato, laureato ed è oggi ingegnere, prossimo anche alle nozze. La ferita si è quasi del tutto rimarginata dopo la bocciatura di quell’anno disgraziato, per lui e per tutti, perché, diciamolo francamente, quando un consiglio di classe decide di non promuovere un alunno, si innesca un processo di sofferenza, che si propaga in tutta la cerchia degli esseri umani coinvolti. Tra l’altro Giuseppe, lungo l’arco di questi anni, ha sempre incrociato la sua strada con la mia; vivendo noi nello stesso centro e a pochi metri, è stato inevitabile incontrarsi casualmente e abbassare gli occhi in segno di offesa. Forse di odio. Mi pesava assai incrociare i suoi occhi e leggervi, anche solo per una frazione di secondo, una velenosa ostilità inveterata dal tempo. Oggi Giuseppe ha abbattuto quel muro; ci siamo incontrati in un luogo triste, il cimitero per l’esattezza, proprio all’ingresso. Io uscivo, lui entrava. Stavolta Giuseppe non ha abbassato lo sguardo, ma ha corso verso di me come una saetta, chiedendomi se mi potesse salutare e abbracciare. Non credevo alle mie orecchie. Ho allargato le mie braccia, accogliendo questa ferita umana quasi rimarginata. E’ stato un momento di forte emozione. La sorpresa doveva però ancora arrivare: Giuseppe mi ha ringraziato della bocciatura. Dopo quell’esperienza la sua vita, il suo approccio alla vita è cambiato totalmente. Ha frequentato un altro liceo, ha conseguito il diploma, la laurea ed oggi esercita la sua professione. Mi ha confessato che da tempo nutriva il desiderio di parlarmi, ma non trovava il coraggio e non riusciva a superare un certo timore risalente addirittura a quegli anni apparentemente archiviati. E’ stato un momento liberatorio. Per me e per lui. Ora so che, quando ci incontreremo, e accadrà non raramente, non ci sarà più nessun muro a separarci, ma soltanto macerie.

Nel mattino un volo

Lo so, è molto stupido, ma ieri, mentre percorrevo un tratto autostradale siciliano impreziosito da ponti e viadotti, fantasticavo su come ci si sarebbe potuti difendere o riparare dal vuoto improvviso e dalle macerie, che ti intombano in una frazione di secondi, qualora si verifichi un crollo. Penso che dopo il disastro di Genova si sia un po’ tutti traumatizzati dalle immagini, che riprendono una parte del crollo del ponte Morandi, perciò queste infantili fantasticherie sono abbastanza normali. A dire il vero, a prescindere dal disastro di Genova, ho sempre temuto, e temo, ponti, viadotti e strade che costeggiano dirupi o si arrampicano sul vuoto. Particolarmente impressionante per esempio, sulla statale 624 Palermo-Sciacca, è l’uscita per Piana degli Albanesi; dal tronco della statale, famigerata per gli incidenti mortali e in alcuni punti impraticabile se le condizioni del tempo sono avverse, si leva un contorto serpentone a più tornanti, che sembra far fluttuare i mezzi nel vuoto. Basterebbe una manovra errata e giù dritti nel baratro. L’ho percorsa finora soltanto due volte e penso che sia sufficiente per non ripetere l’esperienza. Non parliamo poi dell’autostrada Palermo-Messina: si tratta, dopo Cefalù, di un peana cantato all’ingegneria umana e alla caparbietà della natura: viadotti e gallerie si susseguono quasi ininterrottamente togliendoti il respiro. Ci si può rilassare(forse)soltanto se non si sta alla guida, infatti è possibile osservare e ammirare da una parte il mare con la sua straordinaria scatola di colori acquorei e dall’altra le asprezze dei monti siciliani, i cui piedi, in alcuni punti, si immergono direttamente nel mare. Verde e azzurro ai lati dell’osservatore, azzurro in alto e vuoto sotto i mezzi. Giù l’unico letto è costituito dalle pietre delle fiumare. Poi il buio delle interminabili gallerie, le cui volte verdeggiano di muschio e sono rigate da rivoli d’acqua piovana.

Ingegno umano e forza della natura convivono pacifiche in un patto non siglato e non sottoscritto, pronto a snudare deficienze umane, occultate dal mito del mercato e dello sviluppo a tutti i costi, e impeto incontrollabile delle energie terrestri, marine e aeree.

Poi, talvolta, in un momento imprecisato, ingegno e natura si guardano in faccia e i loro sguardi non si allineano sullo stesso orizzonte.

Così alcuni muoiono, mentre altri celebrano e celebreranno processi, da cui forse si accenderà qualche bagliore di verità. Fulmineo come il volo dal ponte degli sciagurati di turno.

La “maledizione”

Credo che non si sia mai verificato che abbia disertato il blog per così tanto tempo. La mia presenza, già fluttuante da qualche mese per difetto della volontà o presunta(mia)mancanza di motivazione a scrivere, è diventata diserzione vera è propria quando è piombata sulla mia famiglia la maledizione del cancro, che ha colpito mio padre. Adesso il pater sta meglio dopo l’intervento chirurgico, che ha portato con sé una serie di complicanze da cui pian piano si sta liberando. Io credevo stoltamente che lui fosse sfuggito alla maledizione genetica familiare, che gli ha mietuto ben 6 tra fratelli e sorelle; invece il tumore cresceva silenzioso e indisturbato senza dare segno alcuno di vita, se non negli ultimi mesi, quando è comparsa un’anemia galoppante. Apparentemente ne stiamo venendo fuori, ma so che la lotta continuerà. Personalmente mi sento svuotato e la mia vita ha preso una piega inaspettata; i giorni peggiori sono stati quelli in ospedale, in realtà un centro oncologico con gestione privata e servizio pubblico, un lager travestito da hotel. Anche il mio lavoro ne ha risentito negativamente per la mia assenza, ma ho continuato pur con mille ansie nella testa a fare il mio dovere, quando mi era possibile stare a scuola. Anzi, ancora una volta, il lavoro scolastico mi ha permesso di obliare per qualche ora la realtà, ma è mutata la prospettiva. Il piccolo è diventato grande e viceversa. Ho tralasciato le varie piccinerie di cui noi insegnanti siamo capaci, mirando all’essenziale e in tante occasioni ho invidiato i miei colleghi queruli. Avrei preferito mille ricevimenti e consigli pomeridiani anziché stazionare nelle asettiche stanze di un ospedale che, pur sembrando un hotel a 4 stelle, rimane pur sempre un ospedale.

Balene e Pinocchi

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Come un Pinocchio di ferro ti ha sputato davanti ai miei occhi la balena verde di foggia americana, tu, già grigia nella senescenza, ancora vivida nell’astuzia acuta e cerimoniosa della volpe. Tra le lacrime hai riassunto in brevi fotogrammi la tua vita, da quel dì in cui perdesti me e i tuoi figli, tu che eri avvezza a conquistarci con le blandizie delle tue parole tra i crich-croch delle patatine e le bollicine di una Coca-Cola. Ora ti vedo immobile nella malattia, mentre le tue mani parlano di libri letti, di cucina e di burraco. Sgrani sul filo della memoria i morti che vivi ci appartennero, i sogni realizzati a metà, le voci che familiari suonano il loro concerto nel nostro breve incontro. Te lo dovevo questo ritrovarci, mai voluto, eppure sognato. Ci ha pensato Dio, il fato, la provvidenza, il caso, e noi non rimaniamo che fragili anelli di un meccanismo inconoscibile, che ha la sete dell’assoluto e il mistero della fede nella vita. Tu arrugginito Pinocchio di ferro e io vivente carcassa di bei ricordi.