Balene e Pinocchi

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Come un Pinocchio di ferro ti ha sputato davanti ai miei occhi la balena verde di foggia americana, tu, già grigia nella senescenza, ancora vivida nell’astuzia acuta e cerimoniosa della volpe. Tra le lacrime hai riassunto in brevi fotogrammi la tua vita, da quel dì in cui perdesti me e i tuoi figli, tu che eri avvezza a conquistarci con le blandizie delle tue parole tra i crich-croch delle patatine e le bollicine di una Coca-Cola. Ora ti vedo immobile nella malattia, mentre le tue mani parlano di libri letti, di cucina e di burraco. Sgrani sul filo della memoria i morti che vivi ci appartennero, i sogni realizzati a metà, le voci che familiari suonano il loro concerto nel nostro breve incontro. Te lo dovevo questo ritrovarci, mai voluto, eppure sognato. Ci ha pensato Dio, il fato, la provvidenza, il caso, e noi non rimaniamo che fragili anelli di un meccanismo inconoscibile, che ha la sete dell’assoluto e il mistero della fede nella vita. Tu arrugginito Pinocchio di ferro e io vivente carcassa di bei ricordi.

Gallismo Civico

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Questa non è una foto “artistica”, ammesso che io ne pubblichi, ma reale. Ritrae l’ingresso in una hall. Quale? Non di un elegante albergo nella città di Palermo, ma del nuovo polo oncologico dell’ospedale Civico, polo che raggruppa una serie di reparti di chirurgia, in uno dei quali è stato ricoverato un mio caro parente. Questo non è un post di denuncia di malasanità, ma di gallismo siciliano della peggiore specie. In detta hall, nelle lunghe attese dell’ora della visita ai malati, ho potuto osservare il comportamento non sempre corretto dei portieri nei confronti di uomini, anziani, sprovveduti, vecchiette imbellettate et similia, ai quali era categoricamente vietato l’accesso ai reparti nelle fasce orarie non consentite(nonostante certe richieste di infrangere le regole potessero avere una certa giustificazione diciamo umanitaria), mentre i medesimi custodi andavano in solluchero ed erano conseguentemente pronti a trasgredirle nel caso si fosse epifanizzata ai loro lumi un essere umano di sesso femminile, procace e succintamente abbigliata, che con poche moine riusciva a superare il varco e ad accedere ad uno dei reparti.

Che dire?

Mi sono sentito offeso nella mia dignità di parente di un congiunto ammalato e di quelli che, come me, sono stati irremovibilmente bloccati all’entrata o addirittura inseguiti su per le scale, perché facessero marcia indietro.

In quel contesto non sono andato oltre per rispetto nei confronti del parente ricoverato e dei medici professionisti, ma qui, nel blog, non ho potuto e non posso tacere e una pietruzza di protesta la lancio qui nell’oceano della rete. 

Disperati in servizio

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Estremamente a margine, quasi sommessamente(e per rispetto delle vittime del terremoto e per gli incolumi scampati ai sussulti della terra)si chiede, chi conserva ancora un’idea vaga di cosa significhi rispetto umano, come sia possibile che i responsabili dei centralini delle chiamate d’emergenza(118, 113, 115, etc.) forniscano alle testate giornalistiche le registrazioni delle voci disperate dei tanti disperati, che solo per un caso fortuito sono riusciti a chiamare gli aiuti per mezzo del telefono probabilmente poco prima di sparire sotto i cumuli di macerie, polvere e buio.

Proprio con queste voci disperate ha esordito il primo servizio di uno dei telegiornali del biscione. E non credo sarà l’ultimo.

Nessuna pietà. Tutto fa brodo.

Clemente, ma non troppo

28862101306_291f1a57d9_nNella scena di quest’estate 2016, tanto clemente nelle temperature medie che, almeno nella collina siciliana, di notte non dispiace il lenzuolo e di giorno raramente si accende il condizionatore, ha fatto la sua comparsa la grande rimossa, giusto per ricordarci di quanto nulla siamo fatti.

Dopo una lunghissima malattia e indicibili sofferenze, che le hanno martoriato il corpo e l’anima, è morta una delle mie cugine-sorelle-tate; in parte se l’è voluta lei, avendo rifiutato, circa sei anni fa, di candidarsi ad un trapianto, che le avrebbe consentito di vivere meglio e più a lungo. A rendere ancora più triste il quadro hanno contribuito la lunga degenza ospedaliera, la freddezza spietata del personale medico(non di quello infermieristico)e l’essere deceduta in ospedale; stando così le cose, è rimasta per ben due giorni a deposito nell’obitorio, in attesa, come tanti altri morti, del funerale. Al momento della sepoltura, in uno dei più eleganti cimiteri della città, s’è posta pure una pietra sopra la sua storia personale che, per molti aspetti, conterrebbe pure spunti di scrittura. Di lei ricorderò il dono dell’accudimento e l’ironia, che non risparmiava nessuno.

Di qualche ora, invece, è la tragica morte sul lavoro di un imprenditore-artigiano-mastro, mio compaesano. Buono come il pane, di poche parole, dal sorriso disarmante. La stessa Marianeve, che solitamente straparla a vanvera, è rimasta attonita e si è chiusa in un silenzio religioso, rinunciando, come me, al calvario del corteo funebre fino al cimitero. A piedi, s’intende. Sotto la canicola d’agosto. Alle tre e mezza del pomeriggio.

Il funerale di paese è differente da quello di città. Il primo conserva in Sicilia i residui culturali del barocco scenografico secentesco(campane a festa e ad agonia, marce musicali ora trionfali, ora neniose, compartecipazione delle confraternite religiose al corteo, totale di tempo quattro ore circa), l’altro è rapido e impersonale. In città sono gli operatori funebri a gestire tutte le operazioni, in paese, invece, i fratelli di fede, capaci ancora, in alcuni casi, di caricarsi la bara sulle spalle e di condurla alla casa eterna.

Triste, deprimente e rapido in città, festoso* in paese, ma con tempi biblici.

*Solitamente i confratelli chiedono alla famiglia del defunto se preferiscano una marcia musicale allegra o cupa. 

Il rischio della manipolazione

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Mi ha impressionato non poco la narrazione della storia della professoressa Gloria, di cui RaiTre ha tentato di ricostruire la tragica fine; devo dire che i media sono stati sufficientemente rispettosi della donna, infatti non hanno amplificato gli aspetti diciamo scandalistici della vicenda e hanno puntato maggiormente sulla personalità manipolatrice dell’ex alunno, una specie di camaleonte assassino. Il racconto dei fatti è noto a tutti: un alunno, dalla personalità mutevolmente stratificata, dopo qualche anno dal termine del ciclo scolastico, contatta la propria insegnante(precaria), la circuisce, le spilla quasi duecentomila euro con la promessa di un futuro eldorado economico, e sentimentale, sparisce dalla circolazione e alla richiesta da parte di lei, dopo un anno circa, di un riscontro dell’investimento, rivelatosi poi fasullo, ne organizza, con la complicità di un suo amante, l’assassinio e la sparizione. Dal racconto emergerebbe pure il coinvolgimento della madre del camaleonte nell’architettura del misfatto. Certamente restano anche dei vuoti narrativi: la professoressa Gloria era un’insegnante di sostegno in servizio presso la scuola media. Chi sosteneva? L’alunno-omicida o un compagno della classe? E poi il silenzio dei colleghi: nessuno di loro(mi pare)ha fornito una sua testimonianza sui due soggetti della vicenda, né sulla professoressa, né sull’alunno.

Perché mi ha impressionato la storia?

Per il semplice fatto che la donna uccisa è una collega e, appunto per questo, è inevitabile che si aprano spazi di riflessione sulla delicatezza della nostra posizione, emotiva e affettiva, a scuola. Che poi è anche di chi quotidianamente commercia, nello svolgimento del proprio lavoro quotidiano, con altri esseri umani: medici, infermieri, sacerdoti e insegnanti. Si tratta di professioni che presentano il grosso rischio di invadere inevitabilmente la sfera affettiva dell’interlocutore. Ma è vera anche l’operazione inversa. Il caso di Gloria docet. Non è facile mantenere sbilanciata la relazione; oggi si tende ad annullare il necessario dislivello simbolico tra i soggetti della diade coinvolta: il medico amico del paziente, il sacerdote amico del fedele, l’insegnante dell’alunno, la madre del figlio e così via. Uno dei pericoli è proprio la manipolazione da parte di chi nell’immaginario comune occupa il posto del soggetto debole e fragile: il paziente, il peccatore, l’alunno in difficoltà, il figlio bisognoso di affetto.

Per il quadro di solitudine emerso nella ricostruzione zero del ritratto di Gloria: figlia di famiglia all’età di cinquant’anni(poco più), abitudinaria(casa-scuola-chiesa-chiesa-casa-scuola), una vita affettiva deserta di intimità extra-familiare, tendenzialmente solitaria; una signorina Felicita che ha come unico passatempo straordinario tifare per la Juventus. Si deduce facilmente che manca qualcosa per tracciarne un profilo completo. È stata fornita una visione letteraria della povera donna, che giornalisticamente fa presa sullo spettatore: una donna angelicata destinata alla santità domestica, violentata poi dal mostro camaleontico, esperto in trasformismo umano.

Per l’ingenuità della donna, vittima, in tutto questo, del sistema scolastico italiano, se è vero che, al termine di ogni anno scolastico, la professoressa Gloria temeva che non le avrebbero rinnovato il contratto di lavoro. Ecco, questo è per me il punto inaccettabile dell’intera vicenda: si possono consegnare, senza peraltro alcuna garanzia, quasi duecentomila euro a un ragazzino con la promessa di costui di farli fruttare attraverso un fantomatico investimento in chissà quale società finanziaria? Quanto avrà pesato il precariato sulla scelta dissennata di svuotare il proprio conto corrente? Quanto la solitudine? Probabilmente entrambi.

Infine per la luciferina malvagità dell’ ex-alunno manipolatore. Che piaccia o no, i docenti dobbiamo ammettere che il rischio di essere manipolati dai nostri alunni non è lontano dalle nostre aule scolastiche. Spesso si concretizza in meschinità spicciole, talvolta, come il caso in questione, in misfatti sconcertanti, ai quali possiamo contrapporre lucidità e discernimento e, in una parola, deontologia professionale. Sempre e comunque.

Absit iniuria verbis. Con il post di oggi non si è voluto esprimere un giudizio morale, o di qualsivoglia natura, sui soggetti della vicenda, ma una riflessione personale condotta attraverso il filtro delle suggestioni personali.

 

Funghi nel cielo

Alte si sono levate all’orizzonte come funghi atomici le nubi. Stasera un tramonto autunnale, di luglio però; vento forte e pioggia si alternano come un’altalena nel cielo. Un coperchio ideale per la tristezza e il dolore di questi giorni. Prima la Puglia, poi la Francia. Il nostro quotidiano rimpicciolisce a dismisura. Guai se così non fosse!

Armòzo 2

7903d9c2e9e2e8190776026ba6f2d3bdQualche post fa ho parlato del libro di Vecchioni, oggi l’ho incontrato insieme a un gruppo di miei studenti. L’incontro dal vivo mi ha chiarito una serie di dubbi e fugato alcune perplessità, ma ha dato anche una bella lezione di bon ton letterario a chi si arroga il diritto di giudicare un libro senza essere certo di averlo reso fibra del proprio essere lettore. Talvolta emettiamo giudizi impietosi solo perché certi libri non incontrano il nostro gusto o cozzano con la nostra ideologia. Dovremmo imparare tutti un po’ di umiltà, facendo parlare i libri, non le nostre sovrastrutture. È quello che ha fatto oggi Vecchioni, rendendo vita e vissuto i riferimenti letterari, cui ha accennato durante il suo discorso.

Gli studenti, come sempre, sono stati all’altezza della situazione e mi ha emozionato vederli in fila, silenziosi, per strappare a Vecchioni una dedica da scrivere sul loro libro. Non a una rock star, né a un comico demenziale di moda, non a un rapper parolaio, né a degli attori di grido, ma a uno scrittore, professore e cantautore.

Nel corso dell’incontro Vecchioni ha anche fatto riferimento al vespaio di polemiche di questi giorni, sollevato dalle sue dichiarazioni sui Siciliani. Lo scrittore si è chiesto come sia possibile nel Siciliano la coesistenza di un doppio statuto culturale in senso ampio, da una parte egli è erede prolifico della tradizione colta della Magna Grecia, dall’altra è anche soggetto, attivo e passivo, di incultura civile e civica all’interno di quelle città, che un tempo furono culla della migliore tradizione attica, e prima sicula, punica, e dopo romana, bizantina, araba e così via.

A quanto pare alcuni accademici e personalità di rilievo hanno abbandonato, ieri, la sala della riunione con l’artista, offesi dalle sue dichiarazioni.

Mi chiedo invece se si possa dissentire da quelle dichiarazioni e con quale onestà lo si possa fare. Una cultura che non diventa azione, infatti, non può che essere destinata alla decadenza morale, politica e sociale.

Non me la sento di solidarizzare con i miei conterranei, questa volta sto con l’autore.

E se qualcuno nutre dei dubbi sulla mia scelta, provi a farsi un giretto con me su pochi metri di spazio cittadino panormitano!

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