Precettor di didattico rito

Giuseppe_Parini_pastel_on_paperVa a gonfie vele il mio lavoro di precettore pubblico con il giovanotto di belle speranze, che mi hanno affidato per l’istruzione domiciliare. Mi piace crogiolarmi nell’inetta proiezione soggettiva di paragonarmi a un novello Ripano Eupilino o a Livio Andronico. In realtà io non sono né l’uno, né l’altro; diversi i tempi, altre le stoffe. Però, oggi, dopo le crasse risate che ci siamo fatti per l’inciampo dello studente sulla parola “droghiere”, usata da Maupassant nel racconto “La collana di diamanti”, significato che lui ha inteso nel senso di “venditore di stupefacenti” e non di “generi alimentari”, ho compreso che a scuola, nel contesto-classe, non è realizzabile il principio pedagogico di individualizzazione dell’insegnamento e che, perciò, ci prendiamo in giro quando ci riempiamo la bocca, e le carte, di espressioni come “personalizzazione dei percorsi educativo-didattici”. Io credo che non ne abbiamo neanche l’idea, a parte l’oggettiva difficoltà nel tentare di metterla in pratica. Soltanto nella relazione educativa “uno a uno” risultano efficaci quei principi. In classe si fa, invece, quel che si può, perché non è pensabile, né fattibile che un insegnante moltiplichi se stesso per venti sensibilità, teste, storie, vissuti umani e culturali sideralmente distanti e diversi. Certamente sarebbe improponibile solo sognare un ritorno al precettore privato, ma è anche vero che tanti fallimenti educativi della scuola pubblica sono da imputare anche all’impossibilità di confezionare vestitini culturali adeguati ai singoli bisogni dei nostri alunni.

Melanzane & 💦

L’estate è anche la stagione delle conserve. Così ieri mattina, sfidando l’afa divorante, affamata di respiri, si è pensato bene di friggere dodici melanzane, tagliate a tocchetti, e di cucinare un intingolo di agrodolce, sedano, cipolla, capperi e olive bianche per preparare la classica caponata siciliana. Grazie all’intensità dell’irraggiamento solare i frutti e gli ortaggi danno il meglio di sé, si aggiunge la fortuna di avere acquistato le melanzane direttamente da un ortolano, che si dice non usi veleni vari per la sua produzione agricola. E in effetti la prove sembrerebbero evidenti: le melanzane erano tutte di poco volume e multiformi, ossia non create con lo stampino. Inoltre il vestito, attaccato al picciolo, ricopriva un terzo della bacca violacea commestibile, testimoniando così la sua origine rustica. Chiaramente il sole non è l’unico fattore determinante per la maturazione completa della bacca, infatti senza una costante innaffiatura si ottiene una melanzana rinsecchita e soprattutto amarognola al gusto. L’acqua, perciò, è l’altra protagonista. Acqua che non scarseggia nelle campagne e nelle montagne siciliane, contrariamente a quanto accade in altre parti d’Italia secondo quanto riferito dai notiziari.

Personalmente la mia opinione è un’altra.

Secondo la mentalità falsamente catastrofista dei politici regionali in costante ricerca di fondi si vivrebbe un periodo di siccità perniciosa per le colture. Diciamocelo francamente: sì, la siccità gioca un ruolo determinante nel ridurre a secco invasi, laghi, fiumi e dighe, ma non si può negare che parte della responsabilità nella manutenzione e raccolta delle acque piovane ricada proprio sui manovratori della cosa pubblica. È sotto gli occhi di tutti che le tubature periferiche degli acquedotti siano delle autentiche gruviere, che fanno disperdere l’ oro trasparente(forse).

Nel mio centro si fruisce dell’acqua diretta a giorni alterni, così da anni tutti ci si è abituati a mantenere dei recipienti di riserva da usare nel giorno di secca. Che succede, però, in quello dell’erogazione diretta? In almeno due strade, nell’arco di ventiquattr’ore, corrono fiumiciattoli d’acqua che sgorgano dall’asfalto, novella sorgente tinta di nero. Noi cittadini, fingendo che chi di dovere non se ne sia accorto, abbiamo rilevato l’esistenza della perdenza, segnalando all’autorità competente, ma invano. In tal modo ogni quarantotto ore si ripete lo strazio di veder fluire l’acqua limpida, che presto si tinge di polvere e asfalto.

Oltre alla manutenzione, l’altro punto dolens è costituito dalla mancanza di cultura nella conservazione delle acque piovane. La nostra mentalità consumistica, insieme alle strutture architettoniche moderne, non sempre attrezzate alla raccolta delle acque, è ben lungi dalla consapevolezza che l’acqua, come altri beni naturali, se non sarà adeguatamente preservata, rischierà di diventare un pericolo, che già minaccia la nostra stessa sopravvivenza sulla terra. Sordi al suo grido di vendetta, che si palesa nelle piogge alluvionali e al contempo nel farsi desiderare massacrandoci con periodi di magra, continuiamo a sprecarla, inquinarla, avvelenarla, curandoci minimamente di rispettarla.

È ormai sopita da tempo, nella coscienza degli Italici petti(e non solo), la cultura della preservazione e del rispetto degli elementi naturali: trionfano atteggiamenti e comportamenti di rapina, sciupio, spreco, maltrattamento, violenza, affarismo. E lo stesso vale, se si mira l’orizzonte dei rapporti sociali e umani. Manca una visione cosmica, quasi religiosa direi, che dovrebbe allarmare tutti, soprattutto gli educatori.

The rain before it falls

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Si può aiutare un altro essere umano a ricostruire il proprio senso della vita, quando il samaritano stesso smarrisce, ritrova e perde poi definitivamente quel senso stesso per sé? Se ad un certo punto si obnubila la meta del proprio orizzonte di vita, al punto da chiuderla con un atto di coraggiosa temerarietà, si può ugualmente restituire a chi ci sopravvive quello spirito di ricerca? In letteratura, sembra scontato dirlo, tutto è possibile, ma Jonathan Coe nel breve romanzo La pioggia prima che cada(Feltrinelli, 2007) non arriva a toccare l’abisso di una risposta banale. Personalmente potrei rispondere che è possibile, sì, è possibile consegnare a un erede, chiunque egli sia, lo spirito di ricerca del senso della vita, almeno per lasciare alle generazioni future la consegna della ricerca stessa. Ma questa è interpretazione soggettiva e sfiora a margine la lettura del romanzo, che scorre e corre a piani paralleli, la cui intersecazione è visibile soltanto nella chiusa. La pioggia prima che cada è, infatti, un romanzo plurimo, sia nella storia che nella struttura, e si può sostanzialmente ripartire in tre parti.

La prima vede come protagonista Gill che, insieme alle due figlie, è impegnata in una doppia indagine, ossia capire la dinamica della morte della zia Rosamund, che ha lasciato il patrimonio a tre eredi, Gill stessa, il fratello di questa, David, e Imogen, di cui si sono perse le tracce e di cui restano vaghi ricordi, e mettersi alla ricerca proprio di quest’ultima lontana parente, perché sia informata della fortuna che le è toccata. La ricerca, però, non approda a nulla di significativo e perciò non resta a Gill che ascoltare le cassette incise dalla zia Rosamund poco prima di morire con la speranza di trovare in quella voce un segno della presenza impalpabile dell’erede sconosciuta. Questa brevissima tranche del romanzo è narrata in terza persona da una voce fuori campo tendenzialmente onnisciente.

Il passaggio alla seconda parte, il cuore del libro, è determinato, invece, dall’espediente, narrativo e strutturale, dei nastri da ascoltare: Gill e le figlie, attraverso la voce di una narrante defunta, Rosamund, vengono a conoscenza di un groviglio di intrecci familiari, collocati cronologicamente tra la seconda guerra mondiale e gli anni ’90 e ambientati tra l’Inghilterra del sud-est, gli Stati Uniti e il Canada; a questo punto la struttura narrativa si fa più accattivante, perché il racconto autodiegetico è accompagnato dalla descrizione e commento di ben venti fotografie, attraverso cui Imogen , nell’intenzione di Rosamund, potrà acquisire senso di sé: “Io ti devo anche qualcos’altro, qualcosa di più prezioso, qualcosa che, nel senso più letterale della parola, suppongo, è inestimabile. Quello che voglio tu abbia, Imogen, più di ogni altra cosa, è il senso della tua storia, il senso della tua provenienza, e delle forze che ti hanno creata”. Così, tramite questa corposa analessi, il lettore e, ipoteticamente, il destinatario interno Imogen conoscono la storia della famiglia, caratterizzata da tanti destini intrecciati, e da essi emerge pure lo spaccato di una certa società inglese nella sua evoluzione culturale in più di tre quarti di secolo. Di rilievo è lo stigma di omosessuale su Rosamund, sulla quale la sorella di sangue, nei fatti è solo una cugina, affila il coltello del proprio egoismo cieco e scarica il peso delle sue responsabilità di madre inaffidabile.

La terza parte, brevissima come la prima, riporta il lettore nel presente e blocca il focus su Gill che, suggestionata dai racconti della zia, teme che il destino della famiglia d’origine possa ripetersi in qualche modo uguale nella propria; il finale riserverà, invece, delle sorprese sia al personaggio che al lettore stesso, restituendo a entrambi il senso della libertà della vita e del destino stesso, la cui logica centrifuga non può essere chiusa nelle strette parentesi del ragionamento umano fatalistico. Il lettore non si aspetti alcun colpo di scena banalizzante nell’explicit del romanzo, sebbene, come detto poc’anzi, non manchino le sorprese, ma si tratta di quelle epifanie della vita, dolci e amare, crudeli e benefiche, che ci pongono in un atteggiamento di meraviglia contemplativa e attiva della preziosità della vita stessa, anche nell’atto della pioggia prima che cada. Ma esiste la pioggia prima che cada? La si può preferire a quella bagnata? Non occorre qui  fornire una soluzione a un finto enigma pseudo-aristotelico, anche se poi, a rifletterci, gli esseri umani ci divertiamo non poco a lambiccarci la testa e il cuore.

La vita, invece, come sempre ne sa più di noi.

Il rischio della manipolazione

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Mi ha impressionato non poco la narrazione della storia della professoressa Gloria, di cui RaiTre ha tentato di ricostruire la tragica fine; devo dire che i media sono stati sufficientemente rispettosi della donna, infatti non hanno amplificato gli aspetti diciamo scandalistici della vicenda e hanno puntato maggiormente sulla personalità manipolatrice dell’ex alunno, una specie di camaleonte assassino. Il racconto dei fatti è noto a tutti: un alunno, dalla personalità mutevolmente stratificata, dopo qualche anno dal termine del ciclo scolastico, contatta la propria insegnante(precaria), la circuisce, le spilla quasi duecentomila euro con la promessa di un futuro eldorado economico, e sentimentale, sparisce dalla circolazione e alla richiesta da parte di lei, dopo un anno circa, di un riscontro dell’investimento, rivelatosi poi fasullo, ne organizza, con la complicità di un suo amante, l’assassinio e la sparizione. Dal racconto emergerebbe pure il coinvolgimento della madre del camaleonte nell’architettura del misfatto. Certamente restano anche dei vuoti narrativi: la professoressa Gloria era un’insegnante di sostegno in servizio presso la scuola media. Chi sosteneva? L’alunno-omicida o un compagno della classe? E poi il silenzio dei colleghi: nessuno di loro(mi pare)ha fornito una sua testimonianza sui due soggetti della vicenda, né sulla professoressa, né sull’alunno.

Perché mi ha impressionato la storia?

Per il semplice fatto che la donna uccisa è una collega e, appunto per questo, è inevitabile che si aprano spazi di riflessione sulla delicatezza della nostra posizione, emotiva e affettiva, a scuola. Che poi è anche di chi quotidianamente commercia, nello svolgimento del proprio lavoro quotidiano, con altri esseri umani: medici, infermieri, sacerdoti e insegnanti. Si tratta di professioni che presentano il grosso rischio di invadere inevitabilmente la sfera affettiva dell’interlocutore. Ma è vera anche l’operazione inversa. Il caso di Gloria docet. Non è facile mantenere sbilanciata la relazione; oggi si tende ad annullare il necessario dislivello simbolico tra i soggetti della diade coinvolta: il medico amico del paziente, il sacerdote amico del fedele, l’insegnante dell’alunno, la madre del figlio e così via. Uno dei pericoli è proprio la manipolazione da parte di chi nell’immaginario comune occupa il posto del soggetto debole e fragile: il paziente, il peccatore, l’alunno in difficoltà, il figlio bisognoso di affetto.

Per il quadro di solitudine emerso nella ricostruzione zero del ritratto di Gloria: figlia di famiglia all’età di cinquant’anni(poco più), abitudinaria(casa-scuola-chiesa-chiesa-casa-scuola), una vita affettiva deserta di intimità extra-familiare, tendenzialmente solitaria; una signorina Felicita che ha come unico passatempo straordinario tifare per la Juventus. Si deduce facilmente che manca qualcosa per tracciarne un profilo completo. È stata fornita una visione letteraria della povera donna, che giornalisticamente fa presa sullo spettatore: una donna angelicata destinata alla santità domestica, violentata poi dal mostro camaleontico, esperto in trasformismo umano.

Per l’ingenuità della donna, vittima, in tutto questo, del sistema scolastico italiano, se è vero che, al termine di ogni anno scolastico, la professoressa Gloria temeva che non le avrebbero rinnovato il contratto di lavoro. Ecco, questo è per me il punto inaccettabile dell’intera vicenda: si possono consegnare, senza peraltro alcuna garanzia, quasi duecentomila euro a un ragazzino con la promessa di costui di farli fruttare attraverso un fantomatico investimento in chissà quale società finanziaria? Quanto avrà pesato il precariato sulla scelta dissennata di svuotare il proprio conto corrente? Quanto la solitudine? Probabilmente entrambi.

Infine per la luciferina malvagità dell’ ex-alunno manipolatore. Che piaccia o no, i docenti dobbiamo ammettere che il rischio di essere manipolati dai nostri alunni non è lontano dalle nostre aule scolastiche. Spesso si concretizza in meschinità spicciole, talvolta, come il caso in questione, in misfatti sconcertanti, ai quali possiamo contrapporre lucidità e discernimento e, in una parola, deontologia professionale. Sempre e comunque.

Absit iniuria verbis. Con il post di oggi non si è voluto esprimere un giudizio morale, o di qualsivoglia natura, sui soggetti della vicenda, ma una riflessione personale condotta attraverso il filtro delle suggestioni personali.

 

Armòzo 2

7903d9c2e9e2e8190776026ba6f2d3bdQualche post fa ho parlato del libro di Vecchioni, oggi l’ho incontrato insieme a un gruppo di miei studenti. L’incontro dal vivo mi ha chiarito una serie di dubbi e fugato alcune perplessità, ma ha dato anche una bella lezione di bon ton letterario a chi si arroga il diritto di giudicare un libro senza essere certo di averlo reso fibra del proprio essere lettore. Talvolta emettiamo giudizi impietosi solo perché certi libri non incontrano il nostro gusto o cozzano con la nostra ideologia. Dovremmo imparare tutti un po’ di umiltà, facendo parlare i libri, non le nostre sovrastrutture. È quello che ha fatto oggi Vecchioni, rendendo vita e vissuto i riferimenti letterari, cui ha accennato durante il suo discorso.

Gli studenti, come sempre, sono stati all’altezza della situazione e mi ha emozionato vederli in fila, silenziosi, per strappare a Vecchioni una dedica da scrivere sul loro libro. Non a una rock star, né a un comico demenziale di moda, non a un rapper parolaio, né a degli attori di grido, ma a uno scrittore, professore e cantautore.

Nel corso dell’incontro Vecchioni ha anche fatto riferimento al vespaio di polemiche di questi giorni, sollevato dalle sue dichiarazioni sui Siciliani. Lo scrittore si è chiesto come sia possibile nel Siciliano la coesistenza di un doppio statuto culturale in senso ampio, da una parte egli è erede prolifico della tradizione colta della Magna Grecia, dall’altra è anche soggetto, attivo e passivo, di incultura civile e civica all’interno di quelle città, che un tempo furono culla della migliore tradizione attica, e prima sicula, punica, e dopo romana, bizantina, araba e così via.

A quanto pare alcuni accademici e personalità di rilievo hanno abbandonato, ieri, la sala della riunione con l’artista, offesi dalle sue dichiarazioni.

Mi chiedo invece se si possa dissentire da quelle dichiarazioni e con quale onestà lo si possa fare. Una cultura che non diventa azione, infatti, non può che essere destinata alla decadenza morale, politica e sociale.

Non me la sento di solidarizzare con i miei conterranei, questa volta sto con l’autore.

E se qualcuno nutre dei dubbi sulla mia scelta, provi a farsi un giretto con me su pochi metri di spazio cittadino panormitano!

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