Orch’idee

Chiariamo subito: non ho scattato io queste foto, ma un appassionato, come me, di flora spontanea siciliana, infatti si tratta di orchidee autoctone, che personalmente non ho mai avuto il c… di vedere e immortalare. L’elemento straordinario è dato dalla varietà dei colori di questi fiori disseminati nel medesimo campo: è una fantasmagoria spaziante dal bianco al beige, dal rosa al fucsia. Ho preferito postare le orchidee anziché esprimere le mie idee da orco isolato imbalsamato davanti allo schermo della Dad. Nonostante la daddità il lavoro scolastico di fine anno non è cambiato: relazioni e programmi scolastici han fatto da giorni capolino. Ho impiegato ben due pomeriggi per stilare quelli dei maturandi, la cui stanchezza è palpabile anche per vie virtuali. Domani sarà il grande giorno: ultima spiegazione con poesie all’insegna di emozioni e pensieri. È sempre stata una mia consuetudine lasciare ai ragazzi un messaggio finale in poesia, una sorta di consegna spirituale del mio mondo letterario. Cinque anni fa è toccato al Montale del Piccolo testamento, quest’anno al Pasolini degli affetti privati. Sarà la daddità o il Covid, ma questa conclusione fa rimare cuore con amore.

La prima è la seconda, la seconda è la prima

Sulla prima prova scritta, che non ci sarà, ma che diventa seconda prova orale, mentre la seconda prova scritta, che non ci sarà, diventa la prima prova orale agli esami di maturità. Come tutti, anch’io ho dato uno sguardo alla bozza che riguarda gli esami di maturità e sono scaturite queste riflessioni.

A mio parere il breve testo, cui fa riferimento la normativa contenuta nella bozza sugli esami di maturità, rappresenta una sorta di surrogato in versione orale della prima prova scritta, che quest’anno per ovvie ragioni covidiche non sarà svolta. Da qualche anno si è notato come la prova d’italiano abbia via via mutato fisionomia anche in quelle tipologie che più sono vicine all’ambito letterario stricto sensu. Il Miur, influenzato dalle rilevazioni dell’Invalsi, ha sempre più privilegiato la comprensione e la produzione del testo a discapito delle altre competenze; come tutti sappiamo, già dai tempi di Mariastar le valenze letterarie dei testi sono state rimpiazzate dalle richieste di una loro generica comprensione. È stata una china discendente: brani come alberi senza radici, senza spazio e tempo, bolle di sapone fluttuanti sotto lo sguardo imbambolato dei nostri alunni, altalene tematiche de-temporalizzate e adattate all’attualità. Fatta questa premessa necessaria, penso che il testo breve non sia finalizzato all’accertamento delle conoscenze relative al programma d’italiano svolto, ma delle competenze di comprensione a tutto tondo a prescindere dalla letterarietà dei brani. Sostengono questa mia ipotesi eccessivamente verbosa tre elementi: la sottolineatura di testo breve(non tutti i testi che noi proponiamo agli alunni e riportati nel programma sono brevi), l’eventuale duplicazione(il candidato affronterebbe in due step gli stessi argomenti art. 16, 3, ammesso che l’esame preveda la classica interrogazione sulle singole materie), le dichiarazioni dei saggi-consulenti, che hanno riformato la prima prova, volta ad accertare la “dimestichezza” dei nostri alunni con una varietà testuale a 360*(da “un’amaca” di Serra a una poesia di Ungaretti). Aggiungo che, come già predicavano le ordinanze precedenti, il colloquio è interdisciplinare, pertanto bisogna uscire dall’ottica dei singoli contenuti delle singole discipline. Purtroppo in questi anni si è continuato a procedere giustapponendo i vari segmenti dei contenuti delle discipline oggetto d’esame. E tale prassi, cioè trasformare un esame interdisciplinare in una sommatoria di domande varie, è lo specchio impietoso del nostro modo di procedere nell’ambito dei singoli consigli di classi: monadi autoreferenziali. Probabilmente nelle scuole italiane ci saranno oasi felici in cui si programma “insieme” e si costruisce “insieme” un tessuto interdisciplinare, ma ad oggi ciò non fa parte della mia esperienza, né, credo, lo sarebbe stato in altre scuole.

La farsa finale

Solitamente, durante gli esami di Stato, quando la materia che insegno è affidata al commissario esterno, non è mio costume presenziare al colloquio per seguire come spettatore la performance degli alunni migliori; mi pare assai indelicato e irriguardoso nei confronti dei colleghi-commissari esterni apparire in veste di silenzioso vigilante degli interessi dei miei studenti. Invece da esterno mi è successo spesso di veder materializzarsi, nell’aula dell’orale, la collega di lettere o di qualche altra materia interessata a sorbirsi interamente il colloquio. Non senza il mio dissimulato disappunto. Certamente la curiosità su come si svolgano gli esami dei maturandi rode anche il professore più glaciale e algido(in apparenza), perciò, a sessione ultimata, mi è sembrato naturale informarmi con il coordinatore sull’andamento degli orali.

Buonasera, caro! So che l’esame nel complesso è andato bene, voglio chiederti se in latino i ragazzi hanno risposto bene.

Il collega ha così risposto.

L’esame è andato nel complesso molto bene. I colloqui hanno avuto un andamento diverso dal solito. La presidente ha voluto che facessimo domande solo se riuscivamo a inserirci nel percorso che il candidato sviluppava. Pensa che io avrò discusso di xyz con non più di 10 candidati. Qualcuno ha toccato spontaneamente la materia. Ad altri ho fatto qualche domandina giusto per non stare zitto e non sempre dell’anno in corso. Pochi hanno coinvolto il latino nel percorso o hanno avuto poste domande. Posso essere più preciso andando a riguardare gli argomenti nelle schede del candidato. Un esame meno volto alla valutazione della conoscenza dei contenuti. Dopo tanto lavoro è un po’ una delusione.

Non si può dare torto al collega. A cosa è servito tanto sacrificio sia da parte dei colleghi che degli studenti nel corso del quinquennio? Quanti approfondimenti! Quante rinunce! Quante lotte!

Credo che in questa risposta si condensi tutto il senso della riforma ultima degli esami di Stato. Posto ciò, le strade da percorrere in classe nel corso del quinquennio possono essere tre:

Impegnarsi fino in fondo laddove si insegni italiano, utile per la prima prova; potenziare al massimo le materie oggetto della seconda prova; tirare il meglio dagli studenti nel corso del triennio. Il resto, ossia l’esame di Stato, resta un mero formalizzare quanto si è svolto durante gli anni. Non mi convincerò mai del fatto che un giovane a diciotto anni ex abrupto possa condurre un colloquio dignitoso che, partendo da un documento, testo, immagine, accolga le istanze epistemiche delle singole discipline e tessa dritto e rovescio un arazzo di pensiero maturo. Può succedere, ma raramente. Se poi ci vogliamo prendere in giro, millantando i mirabilia dei nostri studenti, lo si faccia pure! Non interessa a nessun, men che meno ai maturandi stessi, già da maggio iscritti alle università, senza peraltro che abbiano conseguito il diploma quinquennale, e in procinto di volare verso altre mete.

L’orizzonte resta desolante; non c’è più alcuna possibilità di riscatto per la scuola italiana sotto il profilo educativo. L’esame non è più tale, non è più una prova da superare, ma la ratifica ipocrita di un percorso. Un riforma dietro l’altra e sempre peggiore della precedente.

L’atollo, il calderone e i panegirici

Considerato il successo dei post precedenti sulla prima prova degli esami di Stato, e questo la dice lunga su quanto gli insegnanti di lettere, e in generale gli italici petti, siano davvero interessati a un minimo di confronto sulla prassi didattica quotidiana, nonché sulla scuola italiana, in cui si gioca, tra l’altro, una parte del futuro dei nostri studenti, chiudo con questo post i battenti sull’argomento, non prima di aver speso qualche parola sulle rimanenti tracce. A dire il vero, anche su siti più autorevoli del mio, la discussione langue; è il caso di laletteraturaenoi, in cui un post sommario sulla prima prova, scritto da esperti del settore scolastico, non è corredato di alcun commento. Medesima sorte per la seconda prova del liceo classico; ho lasciato un commento al sito Grecolatinovivo, ma nulla. Ringrazio Ornella e Povna per i loro commenti, grazie a cui so che è valsa la pena scrivere quattro parole.

La proposta B2 ha interrogato gli studenti sul senso di responsabilità, che dovrebbe animare gli scienziati nella sfida titanica alla conoscenza a tutti i costi e senza limiti, di cui un esempio paradigmatico è fornito dal tragico episodio del 1954 in un atollo dell’Oceano Pacifico. Il dilemma che vive l’umanità consapevole è proprio questo: da un versante l’impossibilità di porre un limite alla ricerca scientifica, dall’altro la necessità di garantire la salvaguardia e la dignità degli esseri umani. La straordinaria potenza del pensiero umano, e le sue applicazioni, implica necessariamente che si realizzino opere e si creino strumenti tali da compromettere la sopravvivenza stessa dell’uomo sul pianeta? Ma la B2 proponeva l’approfondimento di un’altra pista parallela al tema di fondo: l’ignoranza dei meccanismi di funzionamento dei sistemi della vita moderna, cui si inneggia entusiasticamente senza che si abbia una chiara comprensione degli ingranaggi tecnico-economici e sociali. Un padroneggiare strumenti senza comprenderli. Proprio quello che succede ai nostri bambini, che la propaganda pedagogica contemporanea definisce nativi digitali. Che, poi, è lo stesso che capita a noi adulti. Forse la B2 si sarebbe potuta prestare ad un’articolazione della prova di scrittura più originale rispetto alle altre proposte, o forse è soltanto un’impressione soggettiva.

La B3, traccia di fattura storica, propone un compendio della storia del Novecento di Stajano, in realtà una sorta di calderone, in cui si può trovare e scrivere di tutto di più. Di fatto, a partire dai commenti e dalla periodizzazione fornita dallo scrittore, si interrogano gli studenti sul senso di insicurezza e di sconcerto(?) che domina la vita degli eurocentrati dopo la caduta del muro di Berlino. Lo si chiede a giovani che sguazzano goliardicamente nella liquidità culturale di questi ultimi anni. Senza parole.

Il filone retorico si ripropone nelle ultime due tracce, la C1 e la C2. La prima è un ritratto del Martire dello Stato Carlo Alberto Dalla Chiesa, da cui lo studente deve partire per sviluppare un discorso coeso e coerente sulle tematiche del brano; la seconda è un pasticcio a metà tra biografia, storiografia e aneddotica sulla figura di Bartali. L’intenzione dei redattori della prova abortisce sul nascere, poiché il tema proposto, Tra sport e storia, si converte in una sorta di panegirico dello sportivo, un modellino fornito agli studenti, perché possano proporre un loro discorso sul rapporto tra sport, storia e società. La pecca peggiore di questa traccia è nella nota, che accompagna una delle affermazioni: “I nostri padri e i nostri nonni amano raccontare che Gino salvò persino l’Italia dalla rivoluzione bolscevica, vincendo un memorabile tour…”. Questo è davvero troppo: consegnare agli studenti una nota, che non ha alcun fondamento documentale sotto il profilo storiografico. Non si tratta qui di parteggiare politicamente per lo schieramento X o Y, ma di fornire ai giovani una visione distorta di ciò che vuol dire ricerca storiografica e accertamento delle fonti.

Si può dire? Tracce bocciate.

Detto vs non-detto

Ora è il turno del capitano Bellodi, ossia della traccia A2 di letteratura. Si scende assolutamente di livello in relazione alla formulazione dei quesiti, perché, se la poesia di Ungaretti può costituire in alcuni punti una pietra d’inciampo per gli studenti, lo stralcio da Il giorno della civetta di Sciascia non dà adito a dubbi interpretativi di alcuna sorta. La maggior parte dei quesiti, in ispecie dal secondo al quinto, contengono già le risposte; lo studente deve limitarsi a decodificare il testo della domanda, estrapolarne le parole-chiave e come un cane da caccia mettersi sulle orme della preda. Tra l’altro il quesito numero 3 è una declinazione/semplificazione del numero 2, in quanto il gioco tra detto-non detto si polarizza intorno all’opposizione tra il capitano Bellodi, garante del discorso, e familiari e soci di Colasberna, garanti della reticenza che attraversa tutto il testo. Il ridicolo lo si sfiora nel quesito numero cinque, quando si chiede agli studenti quali siano le soluzioni espressive adottate dal personaggio Bellodi rinvenibili nel suo discorso, mentre in realtà proprio quelle piste richieste vengono suggerite sfrontatamente in parentesi. Un minimo di riscatto lo si intravede nella parte interpretativa, ma la buona volontà dei redattori delle prove viene poi azzerata dall’arco temporale di riferimento(dall’Ottocento fino ai nostri giorni), entro cui gli studenti dovrebbero discettare sul tema giustizia, ragione, onestà vs ingiustizia, illegalità, omertà nelle narrazioni letterarie.

Come voler riempire un bicchiere con l’acqua dell’oceano.