Come una strada d’agosto

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“Signore, cosa mai ti dirò oggi che non ho niente da dirti? E che il mio cuore è secco come una strada d’agosto, piena di polvere e di sassi? No: peggio. Il sasso è bello, serba il ricordo delle rocce dei monti che il lungo rotolare, giù per i fiumi, ha arrotondato. Ha perso punte, spigoli e asprezze, ma ha serbato i colori venati e marmorati. Ve ne sono di bianchi, con il candore del marmo statuario, di rossi con l’accensione del porfido, di verdi, di gialli, di venati da diversi colori. Alcuni sbiancano di pallore lunare, altri si accendono di solari pagliuzze di quarzo. I ciottoli di ghiaia polverosa distendono i ricordi sulla strada. Calpestandoli calpesto una vetta di monte, resa umile e dolce dal suo percorso. Senza punte né asprezze più non offende il piede che, su di lei, riposa. Impastati col fango i sassi risanano la strada, fatta di buche scivolose e la rendono soda e compatta: una buona strada per il nostro cammino, una strada che sa di montagne, di fiumi, di mormorio e di silenzi, di giorni e notti quando i pesci affiorano a bere l’argento disciolto della luna. No, il mio cuore non ha la bellezza e la dolcezza del sasso, non canta venti e acque, non si piega dolcemente al servizio dei passi, il mio cuore non è strada d’agosto. Forse, Signore, è un nero asfalto ribollente, che odora solo di catrame e, tra le alte ali delle case, sa solo il rimbombo delle motorette nel traffico urbano fatto di fretta e di distrazione. E allora con gran rispetto il mio piede lo scansa e mi accorgo che il mio cuore non è più sasso o asfalto. O, meglio, mi accorgo che anche il sasso e l’asfalto hanno un cuore e mi accorgo anche di avere pregato, forse. Forse perché ascoltato le cose, ho ascoltato la vita e mi si è rotta la corazza che mi chiudeva in me, nascondendomi il sole che pure sopra seguitava a brillare. E allora, perforando le durezze, anche il mio filo d’erba è uscito a cantare la vita. È un esile filo di preghiera, che si è accorto di te. È bianco e fragile per il poco sole, fa ancora fatica a vivere, ma vivrà. Vivrà perché ogni strada ha il suo sole e ogni strada i suoi passi. Per quanto distratti frettolosi, viene il giorno che si accorgono dell’esile, dolce e intrepido filino d’erba e lo scansano col piede. Quel po’ di prato, che resiste in una situazione tanto avversa, è la nostra fatica di sopravvivere e vivere nel deserto di un mondo poco assuefatto alla preghiera. Assisti tu, Signore, questo po’  d’erba che fa verzicare il nostro cuore e dagli quel tanto di pioggia, di sole e di amore che gli consenta di vivere”. 

(Adriana Zarri, Il mio cuore è secco come una strada d’agosto, da Quasi una preghiera)

Il fuoco “intelligente”

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Foto modificata allo scopo di rendere visibile l’insopportabilità della situazione

Non bastando l’afa di questi giorni a rendere l’aria irrespirabile, gli incendiari di vita e di professione ritengono opportuno peggiorarne la situazione, chiudendo le montagne e le valli in vere e proprie cinture di fuoco appiccate ad hoc. Da due giorni il fuoco “intelligente” brucia sterpaglie e cespugli di macchia mediterranea, spostandosi magicamente di fianco in fianco, come se un esperto fuochista ne tracciasse l’itinerario. Anche quando gli incendi sembrano domati, spuntano qua e là fumarole, che saturano l’aria di fumo insopportabile. Di là dagli interessi particolaristici di mandanti ed esecutori di queste fiamme diaboliche, si ha come l’impressione di trovarsi di fronte a figuri sadici, che provano un piacere beone nel devastare la natura, costituita che sia di cespugli, alberi o erba. La loro stoltezza è aggravata dall’inconsapevolezza di essere anche dei masochisti: fanno male a sé, ai loro figli, ai loro parenti, alla loro semenza e all’umanità tutta intera. Per non parlare di uccelli, roditori e piccoli rettili che in quei cespugli hanno tane e nidi.

Si prova rabbia, ma anche pietà, tanta pietà per questi miserabili, che non hanno il senso della vita.

Pigli culinari estivi

Tempo d'estate, tempo d'insalate.

E non potrebbe essere altrimenti, se si considera che al tramonto, com'è naturale, si bolle più che a mezzogiorno. Anzi l'aria è ancora più rarefatta e pesa come un coperchio su una pentola di chioccioline appena ripulite che,
libere dalla bava rassodata, tentano inutilmente di sollevarlo per la fuga.

Dunque stamani, quando la luce del giorno era ancora nella fase crepuscolare, si sono lessati, ma non scotti, due etti e mezzo di riso da insalata con una spruzzata di dado vegetale, fatto in casa, e una spolverata di pepe bianco a fine cottura. Nel frattempo si sono tagliati in quarti 5 fette di una melanzana tunisina, una manciata di funghi porcini e 4 zucchini, destinati ad una griglia ustionante come il sole di questi giorni. Conditi con pochissimo olio extravergine e qualche foglia di basilico, ma solo a grigliatura ultimata, sono stati a dimora in attesa che il riso cuocesse e poi raffreddasse. Raggiunta la temperatura ambiente(cioè sempre calda), si è proceduto con l'incorporamento di tutti gli ingredienti: riso, funghi, melanzane e zucchini. Per colorare la pietanza, una pioggerella di mais, una grandinata di prosciutto cotto a dadini e 4 cucchiai di maionese leggera(dicono). Altre foglioline di basilico a guarnizione e, ben sigillata dentro una ciotola stile tupperware, ma in vetro, l'insalata è stata ibernata nel frigo che, rispetto all'esterno, pare un Cocito elettrico.

Si deve pur sopravvivere, no?

Cronachetta montanara

Domenica scorsa ho rivisitato le montagne, che sovrastano la Conca d’oro. È sempre una buona occasione per scattare qualche foto. Gustare susine giganti e prugne cogliendole direttamente dal ramo è stata un’esperienza di intima comunione con la natura, come d’altro canto calpestare il terreno, che è reso ancora più soffice dai frutti in marcescenza. Se maturi, sono frutti da cogliere e consumare subito, infatti, alimentati da acqua e stallatico, non potrebbero resistere più di due giorni sulla fruttiera; se raccolti ancora acerbi, hanno qualche possibilità di resistenza. Ovunque dominano incontrastati gli insetti che, allettati da così florido rigoglio di vita, ignorano il visitatore e non lo infastidiscono. Appartate in un recinto, due galline, sotto il vigile comando di un gallo bianco(che è sfuggito alla fotocamera), raspano in terra con le zampe e il becco alla ricerca di pietruzze e insetti. Gatti acrobatici fanno ginnastica sui rami degli alberi e talvolta portano in dono al montanaro un piccolo biacco o un topino.

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Melanzane & 💦

L’estate è anche la stagione delle conserve. Così ieri mattina, sfidando l’afa divorante, affamata di respiri, si è pensato bene di friggere dodici melanzane, tagliate a tocchetti, e di cucinare un intingolo di agrodolce, sedano, cipolla, capperi e olive bianche per preparare la classica caponata siciliana. Grazie all’intensità dell’irraggiamento solare i frutti e gli ortaggi danno il meglio di sé, si aggiunge la fortuna di avere acquistato le melanzane direttamente da un ortolano, che si dice non usi veleni vari per la sua produzione agricola. E in effetti la prove sembrerebbero evidenti: le melanzane erano tutte di poco volume e multiformi, ossia non create con lo stampino. Inoltre il vestito, attaccato al picciolo, ricopriva un terzo della bacca violacea commestibile, testimoniando così la sua origine rustica. Chiaramente il sole non è l’unico fattore determinante per la maturazione completa della bacca, infatti senza una costante innaffiatura si ottiene una melanzana rinsecchita e soprattutto amarognola al gusto. L’acqua, perciò, è l’altra protagonista. Acqua che non scarseggia nelle campagne e nelle montagne siciliane, contrariamente a quanto accade in altre parti d’Italia secondo quanto riferito dai notiziari.

Personalmente la mia opinione è un’altra.

Secondo la mentalità falsamente catastrofista dei politici regionali in costante ricerca di fondi si vivrebbe un periodo di siccità perniciosa per le colture. Diciamocelo francamente: sì, la siccità gioca un ruolo determinante nel ridurre a secco invasi, laghi, fiumi e dighe, ma non si può negare che parte della responsabilità nella manutenzione e raccolta delle acque piovane ricada proprio sui manovratori della cosa pubblica. È sotto gli occhi di tutti che le tubature periferiche degli acquedotti siano delle autentiche gruviere, che fanno disperdere l’ oro trasparente(forse).

Nel mio centro si fruisce dell’acqua diretta a giorni alterni, così da anni tutti ci si è abituati a mantenere dei recipienti di riserva da usare nel giorno di secca. Che succede, però, in quello dell’erogazione diretta? In almeno due strade, nell’arco di ventiquattr’ore, corrono fiumiciattoli d’acqua che sgorgano dall’asfalto, novella sorgente tinta di nero. Noi cittadini, fingendo che chi di dovere non se ne sia accorto, abbiamo rilevato l’esistenza della perdenza, segnalando all’autorità competente, ma invano. In tal modo ogni quarantotto ore si ripete lo strazio di veder fluire l’acqua limpida, che presto si tinge di polvere e asfalto.

Oltre alla manutenzione, l’altro punto dolens è costituito dalla mancanza di cultura nella conservazione delle acque piovane. La nostra mentalità consumistica, insieme alle strutture architettoniche moderne, non sempre attrezzate alla raccolta delle acque, è ben lungi dalla consapevolezza che l’acqua, come altri beni naturali, se non sarà adeguatamente preservata, rischierà di diventare un pericolo, che già minaccia la nostra stessa sopravvivenza sulla terra. Sordi al suo grido di vendetta, che si palesa nelle piogge alluvionali e al contempo nel farsi desiderare massacrandoci con periodi di magra, continuiamo a sprecarla, inquinarla, avvelenarla, curandoci minimamente di rispettarla.

È ormai sopita da tempo, nella coscienza degli Italici petti(e non solo), la cultura della preservazione e del rispetto degli elementi naturali: trionfano atteggiamenti e comportamenti di rapina, sciupio, spreco, maltrattamento, violenza, affarismo. E lo stesso vale, se si mira l’orizzonte dei rapporti sociali e umani. Manca una visione cosmica, quasi religiosa direi, che dovrebbe allarmare tutti, soprattutto gli educatori.

Voci precedenti più vecchie

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