Cronachetta montanara

Domenica scorsa ho rivisitato le montagne, che sovrastano la Conca d’oro. È sempre una buona occasione per scattare qualche foto. Gustare susine giganti e prugne cogliendole direttamente dal ramo è stata un’esperienza di intima comunione con la natura, come d’altro canto calpestare il terreno, che è reso ancora più soffice dai frutti in marcescenza. Se maturi, sono frutti da cogliere e consumare subito, infatti, alimentati da acqua e stallatico, non potrebbero resistere più di due giorni sulla fruttiera; se raccolti ancora acerbi, hanno qualche possibilità di resistenza. Ovunque dominano incontrastati gli insetti che, allettati da così florido rigoglio di vita, ignorano il visitatore e non lo infastidiscono. Appartate in un recinto, due galline, sotto il vigile comando di un gallo bianco(che è sfuggito alla fotocamera), raspano in terra con le zampe e il becco alla ricerca di pietruzze e insetti. Gatti acrobatici fanno ginnastica sui rami degli alberi e talvolta portano in dono al montanaro un piccolo biacco o un topino.

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Melanzane & 💦

L’estate è anche la stagione delle conserve. Così ieri mattina, sfidando l’afa divorante, affamata di respiri, si è pensato bene di friggere dodici melanzane, tagliate a tocchetti, e di cucinare un intingolo di agrodolce, sedano, cipolla, capperi e olive bianche per preparare la classica caponata siciliana. Grazie all’intensità dell’irraggiamento solare i frutti e gli ortaggi danno il meglio di sé, si aggiunge la fortuna di avere acquistato le melanzane direttamente da un ortolano, che si dice non usi veleni vari per la sua produzione agricola. E in effetti la prove sembrerebbero evidenti: le melanzane erano tutte di poco volume e multiformi, ossia non create con lo stampino. Inoltre il vestito, attaccato al picciolo, ricopriva un terzo della bacca violacea commestibile, testimoniando così la sua origine rustica. Chiaramente il sole non è l’unico fattore determinante per la maturazione completa della bacca, infatti senza una costante innaffiatura si ottiene una melanzana rinsecchita e soprattutto amarognola al gusto. L’acqua, perciò, è l’altra protagonista. Acqua che non scarseggia nelle campagne e nelle montagne siciliane, contrariamente a quanto accade in altre parti d’Italia secondo quanto riferito dai notiziari.

Personalmente la mia opinione è un’altra.

Secondo la mentalità falsamente catastrofista dei politici regionali in costante ricerca di fondi si vivrebbe un periodo di siccità perniciosa per le colture. Diciamocelo francamente: sì, la siccità gioca un ruolo determinante nel ridurre a secco invasi, laghi, fiumi e dighe, ma non si può negare che parte della responsabilità nella manutenzione e raccolta delle acque piovane ricada proprio sui manovratori della cosa pubblica. È sotto gli occhi di tutti che le tubature periferiche degli acquedotti siano delle autentiche gruviere, che fanno disperdere l’ oro trasparente(forse).

Nel mio centro si fruisce dell’acqua diretta a giorni alterni, così da anni tutti ci si è abituati a mantenere dei recipienti di riserva da usare nel giorno di secca. Che succede, però, in quello dell’erogazione diretta? In almeno due strade, nell’arco di ventiquattr’ore, corrono fiumiciattoli d’acqua che sgorgano dall’asfalto, novella sorgente tinta di nero. Noi cittadini, fingendo che chi di dovere non se ne sia accorto, abbiamo rilevato l’esistenza della perdenza, segnalando all’autorità competente, ma invano. In tal modo ogni quarantotto ore si ripete lo strazio di veder fluire l’acqua limpida, che presto si tinge di polvere e asfalto.

Oltre alla manutenzione, l’altro punto dolens è costituito dalla mancanza di cultura nella conservazione delle acque piovane. La nostra mentalità consumistica, insieme alle strutture architettoniche moderne, non sempre attrezzate alla raccolta delle acque, è ben lungi dalla consapevolezza che l’acqua, come altri beni naturali, se non sarà adeguatamente preservata, rischierà di diventare un pericolo, che già minaccia la nostra stessa sopravvivenza sulla terra. Sordi al suo grido di vendetta, che si palesa nelle piogge alluvionali e al contempo nel farsi desiderare massacrandoci con periodi di magra, continuiamo a sprecarla, inquinarla, avvelenarla, curandoci minimamente di rispettarla.

È ormai sopita da tempo, nella coscienza degli Italici petti(e non solo), la cultura della preservazione e del rispetto degli elementi naturali: trionfano atteggiamenti e comportamenti di rapina, sciupio, spreco, maltrattamento, violenza, affarismo. E lo stesso vale, se si mira l’orizzonte dei rapporti sociali e umani. Manca una visione cosmica, quasi religiosa direi, che dovrebbe allarmare tutti, soprattutto gli educatori.

Campagna d’agosto

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Mammelle smunte di  fichi d’India, come di giovani puerpere ritte alla luce greve delle nuvole sulla luna, mostrano i loro capezzoli di fiori nella frescura della notte. Sono le ultime infiorescenze prima della maturazione dei frutti, carne succulenta dove si coagula quell’umido che a fatica hanno sorseggiato  nell’impietà dell’arsura estiva. Se ne berrà qualche goccia nell’attesa che le albe seguitino a imbiancare il cielo, mentre i gatti si avventurano nella notte in cerca di avventure o di prede. Le stelle, distratte e frettolose, fanno verzicare di fantasie il cuore, mentre si stenta a rampicarsi sulle nuvole di catrame impastate di vita. Lontani, splendono di luce finta i presepi della campagna opaca.

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La ricerca di piatti genuini, forse, acuisce la parola e rende meno superficiali le papille gustative, rese povere dall’avere addentato falsi bocconi di terra. Incorporare natura e terra per toccare e accarezzare il mondo.

Tra i rami di un fico

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I giardini riservano sorprese anche ad agosto: una tela di seta in equilibrio tra i rami di un fico.

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Ecco il ragno, mentre tenta di fuggire al riparo!