Cronachetta montanara

Domenica scorsa ho rivisitato le montagne, che sovrastano la Conca d’oro. È sempre una buona occasione per scattare qualche foto. Gustare susine giganti e prugne cogliendole direttamente dal ramo è stata un’esperienza di intima comunione con la natura, come d’altro canto calpestare il terreno, che è reso ancora più soffice dai frutti in marcescenza. Se maturi, sono frutti da cogliere e consumare subito, infatti, alimentati da acqua e stallatico, non potrebbero resistere più di due giorni sulla fruttiera; se raccolti ancora acerbi, hanno qualche possibilità di resistenza. Ovunque dominano incontrastati gli insetti che, allettati da così florido rigoglio di vita, ignorano il visitatore e non lo infastidiscono. Appartate in un recinto, due galline, sotto il vigile comando di un gallo bianco(che è sfuggito alla fotocamera), raspano in terra con le zampe e il becco alla ricerca di pietruzze e insetti. Gatti acrobatici fanno ginnastica sui rami degli alberi e talvolta portano in dono al montanaro un piccolo biacco o un topino.

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Il tramonto

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Conca di colori

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La Conca D’oro dall’alto

Ozio ericino

Dice mia madre che ad Erice ho conseguito il diploma in fumeria, nel senso che lì ho preso il vizio delle sigarette; non è proprio andata così, ma sicuramente un po’ vi ha contribuito. In verità quell’anno ne conseguivo due diplomi, quello delle medie inferiori in uno dei migliori istituti di Palermo, che non poco m’ha fatto sudare, e appunto quello in fumeria in una delle perle siciliane: Erice. Come regalo, infatti, mi fu concesso di trascorrere un mese di vacanza a casa degli zii ericini. Casa? Un castello, in realtà. Labirintico, con mille scale, passaggi segreti, stanze comunicanti e cortile con giardino lussureggiante interdetto ai giochi dei ragazzi. La zia Lina vigilava come un gendarme e si materializzava come un fantasma tutte le volte in cui io e la figlia, mia coetanea, decidevamo di trascorrere qualche ora nel giardino per non lasciare tracce di sigarette dentro il castello. Non era facile, però. Dopo essere stati più volte sul punto di essere beccati in flagrante, io e Vanna, la cugina, ci specializzammo nell’arte del fumo o nelle ore notturne in una delle stanze inaccessibili alla zia-madre o negli angoli più isolati di Erice. Ma il giardino era per me luogo preferito di osservazione in ogni caso; anche senza Vanna, ma in compagnia della zia, passavo in rassegna piante, alberi e fiori. Zia Lina mi spiegava gli  innesti, le talee, le occasioni in cui aveva reperito certe piante, che chiamava figlioletti, l’origine storica di certi vasi, l’acquisto di altri, gli esperimenti di piantagione di semi non compatibili con il clima di Erice e i successi ottenuti grazie al titanico sforzo di adattamento dei figlioletti. La zia era una donna con i pantaloni, come si suol dire; sosteneva che anch’io dovessi contribuire con un piccolo impegno all’organizzazione della sua numerosa famiglia, perciò mi aveva assegnato un incarico quotidiano: acquistare il pane. A sera era un’avventura uscire di casa, infatti le stradicciole di Erice, lattee di nebbia, non solo profumavano di muschio, di pane e di legna bruciata, ma diventavano per me, turista in erba, occasione di gioco: perdersi tra i meandri del monte e ritrovare la strada di casa. Furono dei giorni spensierati, più di venti, credo. Imparai a fumare sì, ma anche ad amare il verde, il silenzio e le ricette ericino-drepanesi. Dopo quell’estate, tornai ad Erice in altre occasioni: matrimoni e funerali. Mi dispiacque la morte degli zii, soprattutto perché, pur avendo condotto una vita sana, morirono entrambi per un brutto male.

Ad Erice sono tornato per una gita sabato 13 maggio, anche in compagnia della mia amica Marianeve(alla quale avrei messo un guinzaglio), la cittadina è sempre affascinante, ma quella poesia di molti anni fa non l’ho trovata, o forse non è più nei miei occhi.

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Isole Egadi

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San Cristoforo a guardia della porta di Erice

Solitudinis pauperes

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Sotto il tiepido sole di ieri pomeriggio, tra effluvi di zagara di agrumi e di rose canine, abbarbicate sugli sterpi dei muretti a secco, che costeggiano i viottoli di campagna, lenta e neniosa una processione di fedeli si è recata all’Eremo dei Poveri, per tributare alla omnititolata Vergine Maria l’onore del restauro. Contrariamente all’inganno che può generare la foto qui sotto, l’eremo si trova in una vallata, ai piedi di una montagna, lambito dalle acque maleodoranti di un corsetto d’acqua pullulante di zanzare, bisce e anfibi, infatti per accedervi è necessario attraversare un ponticello. Malgrado i limiti, non si poteva rinunciare a un appuntamento con la microstoria del mio piccolo centro e così ho partecipato alla processione. Grande assente la mia amica MariaNeve, impedita, dice lei, da dolori articolari, che le avrebbero impedito la scarpinata, e sicuramente dall’allergia stagionale, che, come minimo, l’avrebbe prostrata, se avesse inalato pollini di zagara, rose, vilucchi e margherite.

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I vecchi raccontano che vi si andava in processione, recitando il rosario, quando l’annata era stata particolarmente magra di pioggia, ma per i poveri era anche meta di pellegrinaggio nel mese mariano; altri, negli anni ’60 e ’70, lo sceglievano come luogo di scampagnata nelle feste di calendimaggio e di ferragosto. Sull’Eremo dei Poveri le fonti, purtroppo, sono scarsissime; secondo il favoleggiamento degli storici improvvisati il sito fu scelto dai monaci cistercensi(?)alla fine del secolo XIII come eremo, ma dell’antica costruzione non è rimasto nulla. Le notizie diventano, invece, certe a partire dal XIX secolo: l’eremo fu edificato per rendere onore alla Vergine Maria dei Poveri, in realtà i poveri morti di colera, e poi, nel XX secolo, di spagnola, infatti è sicuro che ossa umane siano attualmente presenti sotto il pavimento della chiesa e ai lati del sagrato; lo attestano le epigrafi marmoree incastonate sul prospetto dell’edificio. Probabilmente, a causa delle frequenti ondate di colera, cui si aggiunse poi la spagnola, l’eremo fu adoperato dapprima come lazzaretto per i derelitti e per necessità come luogo di sepoltura, anche per evitare che i cadaveri contaminassero gli abitanti del centro cittadino. Con alterne vicende, dalla seconda metà del XX secolo, l’eremo, come ho detto prima, si è convertito in luogo di preghiera, ritiro spirituale e corporale, fino all’incuria devastante per circa vent’anni, che ha avuto come atto finale il crollo del soffitto, l’abbandono da parte dei fedeli e il ri-popolamento di animali e piante. Dopo lunghe traversie burocratiche, gli enti competenti, su pressione del clero e degli indigeni, hanno provveduto a rimettere in sesto l’Eremo.

Un piccolo gioiello nel tessuto della microstoria locale.

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Voci precedenti più vecchie

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