Cando

Il soggiorno della nonna di Pitrino sapeva di cipolla, cipolla soffritta, e di sugo. Alle tre e mezza del pomeriggio, mentre le monache scampaniavano per la messa pomeridiana, Pitrino arrivava insieme a me dalla nonna paterna e si fiondava dritto in cucina. Cucina è dire troppo. Un spazio angusto, dove trovavano posto pochi fornelli, un lavabo per i piatti e una fornace in disuso. Pitrino toglieva il piatto di copertura, posto su un altro ricolmo di maccheroni conditi con sugo, afferrava la forchetta e mangiava come se non avesse pranzato, anzi come se fosse un affamato di chissà quanti giorni. Il sugo era rappreso, la cipolla, a fette, si intravedeva appassita tra la pasta, madida di gocciole d’olio. Dopo essersi riempito la bocca di pasta, e con la poltiglia masticata a bella vista, Pitrino aveva il coraggio di chiedermi se ne volessi, di pasta, mentre il bolo scendeva giù dal suo esofago, enfiandogli il pomo d’Adamo. Poi, con la bocca ancora piena, giù a correre dalle monache, a prendere posto in prima fila. Pitrino c’aveva questa fissa: o davanti all’altare o messa niente, ché il diavolo altrove ci fa distrarre. Lui coltivava un profondo rispetto per il diavolo e la nonna, quella della pasta, gli aveva sempre raccomandato di accendere un cero agli Angeli e agli Arcangeli e di affidarsi alle anime del purgatorio, perché non si lasciasse sedurre dalle insidie, pur sempre piacevoli, di Satanasso. Angeli, santi, processioni e devozioni. Questo il nostro stare insieme da amichetti, prima ancora che compagni di scuola. Pochi ricordi. Cinque anni insieme, ma i ricordi sono nebulosi; nitido, invece, il ceffone, che ancora mi fa male, e non so se di più a lui, di quella volta in cui, nell’atrio della scuola, fu scaricato sulla gota di Pitrino, che le cinque dita della mano gli lasciarono il rosso per tutta la mattinata scolastica. Ne ignoro però il motivo. Di Pitrino ho scordato quasi tutto, pure i suoi occhi azzurri e i capelli biondi, la voracità e la sua gigantesca statura. A dieci anni ci salutammo, lui rimase in paese, io migrai nel capoluogo, dove si compì tutta la mia formazione scolastica e universitaria. Non ci saremmo più rivisti per trentasette anni, ripeto trentasette anni. Tre anni dopo la mia partenza dal paese venni a sapere dal padre che Pitrino si era trasferito in Europa, che non aveva completato gli studi tecnici e che aveva fatto fortuna facendo il cuoco, cuoco raffinato e ricercato. Che non sarebbe tornato, neanche per le vacanze. Il padre fu laconico e non mi lasciò lo spazio per ulteriori domande, però compresi che in famiglia c’era stata una frattura, un litigio, uno “sbatto la porta di casa e vado via”. Gli anni sono passati e troppi. E doppio dolore. Dell’essermene andato via, dell’essersene fuggito via. Fin quando però si è vivi, tutto può succedere. E così, di venerdì santo, mentre la mia amica MariaNeve mi trascina lungo le vie del paesello dietro le vare di Maria Addolorata, che piange il suo amoroso Giglio, durante una delle soste, mentre la banda musicale lancia al cielo note funebri, delle dita scavano la mia clavicola come una ruspa sul manto stradale Sono quelle di Pitrino, che s’abbarbica al mio collo stringendomi in un abbraccio erculeo. Il merito, però, va ascritto alla di lui sorella, che gli ha indicato chi fossi; perciò, superata la barriera umana, ha potuto agganciarmi. Giusto il tempo di scambiarci i contatti, dopo esserci fissati attoniti e imbarazzati per dei secondi di eternità. Nei giorni delle feste pasquali non ci siamo rivisti, ma abbiamo fatto promessa di sentirci e di raccontarci questi lunghi trentasette anni di vuoto. Ad uno sguardo superficiale, Pitrino mi è sembrato “felice”; i suoi occhi azzurri non possono mentire, lo so. Lascio immaginare la faccia che ha fatto Marianeve, per la prima volta spiazzata di fronte a una persona, che lei non ha mai conosciuto, se non per sentito dire. Della sorella di Pitrino sa tutto Marianeve, figurati, ma di questo angelo biondo con fili d’argento non serbava e non serba memoria.    

Nitta

La nonna materna era analfabeta, ma i numeri li conosceva, eccome se i conti li sapeva fare! Era ugualmente suo costume costringere uno dei nipoti ad accompagnarla al telefono pubblico per chiamare uno dei tanti figli disseminati per il suolo italico. La funzione di noi nipoti era quella di dettarle il numero telefonico.

I maschi erano andati fuori dalla Sicilia in cerca di fortuna ed erano gli anni ’70. Secondo lei i figli maschi altro che fortuna! Avevano sposato delle donnacce, delle streghe, che avevano ordito, a sua detta, un matrimonio di convenienza, sfruttando il loro potere malefico di megere abili nell’arte di mescolare sangue mestruato essiccato con caffè. Il nero nasconde il rosso, diceva. Il rosso del sangue li avrebbe avvinti in un legame passionale e il nero scatenato lutti e sventure della peggiore specie, se i mariti si fossero azzardati a tradire le mogli. Io queste cose non le capivo, ma le ascoltavo, immerso nei miei giochi autistici, rubandole dalla bocca delle mie zie, che si passavano le confidenze, mentre sbucciavano fave e piselli.

Anche a me toccava il turno di accolito della nonna; ci recavamo all’unico telefono pubblico disponibile in paese, un poliedrico esercizio commerciale, che fungeva da edicola, merceria e giocattoleria. Lanciato uno sguardo fugace ai giocattoli, mi concentravo su Nitta, la telefonaia, tale nel mio immaginario, ma di fatto proprietaria del negozio. Era una donna diversa da quelle di mia conoscenza familiare; alta, giunonica, elegantemente abbigliata e con due particolari galvanizzanti: un tuppo nerissimo, dalla forma di un cannone da guerra, che spara al cielo, e uno strato di ombretto verde smeraldo, che ricopriva interamente le arcate delle palpebre superiori. Quel verde spiccava di più per il solco arato dalla matita nera. Per me lei era la strega, la strega buona, ho poi scoperto negli anni. È stata amica confidenziale di mia madre, che ha completato con i suoi ricordi il ritratto di Nitta, donna e madre, che aveva deciso di essere se stessa, di dare sfoggio della sua bellezza, fregandosene delle pettegole del paese.

Ne parlavamo, io e mia madre, oggi pomeriggio, amaramente rammaricato, io,  per non aver potuto partecipare alle esequie di Nitta. Quasi quotidianamente passavo davanti al suo negozio, intravedendola, curvata dagli anni, su una poltrona, che le figlie avevano sistemato proprio lì per mantenere vivo il legame tra la madre, i giornali e le riviste; Nitta non vendeva più, ma trascorreva il giorno nel suo piccolo mondo di carta, vegliando con gli occhi dalle palpebre smeraldine clienti e passanti. Più volte mi sono promesso di varcare la soglia dell’edicola per rivolgerle un saluto e portarle quello della sua amica di gioventù. Ma si corre e si va, inariditi dall’egoismo e dalla negligenza, rimandando anche un saluto affettuoso a un domani che non verrà.

Le supplenti 4: Il Bruto e la Gazzella

Con il post di oggi concludo la serie di silvae dedicate ai supplenti nell’ambito della mia esperienza scolastica. Dalle elementari passo al liceo, dacché per la media ho scoperto di averne parlato in un vecchio post. Scuola media inferiore, che costituisce la fase centrale della mia formazione, sia per la bravura dei docenti, sia per l’intensità dello studio; ne sono uscito con un bagaglio colmo di sintassi della proposizione e del periodo, di scrittura di temi, parafrasi e commenti, di poemi epici vari, di storia contemporanea e del risorgimento italiano. Stendo un velo sulla matematica, pur essendomela cavata abbastanza bene. Detestavo l’educazione tecnica, anche se ho imparato una miriade di cose sui metalli, sugli alimenti e sulle materie prime.

Al liceo tutto filò liscio per i primi quattro anni, a parte qualche supplenza temporanea. All’ultimo, invece, chi si ammalarono? Dapprima il professore di storia dell’arte, Diego Ocieco, un ignorante patentato, cieco come una talpa, che però un giorno mi appioppò un rapporto sul registro, dopo avere scoperto che ero uscito dall’aula senza avergli chiesto il permesso, per recarmi in bagno(in verità per fumare). Riuscii comunque a farglielo annullare, giocando sulla sua semicecità. Poi la mia amata professoressa di filosofia, Margherita Perdindirindina, una pia donna, signorina fino al midollo, preparata, sebbene soporifera.

Diego Ocieco fu sostituito dal classico pezzo di merda, un supplente, stavolta maschio, che sprizzava dispregio e tedio di vita da tutti i pori, cugino di un attuale politico siciliano, ancora attivo. Un omone alto e sovrappeso, in giacca, cravatta e occhiali da sole, neri come la sua pelle. Si presentò tuonando con enfasi il suo cognome altisonante e sottolineando anche la parentela con il politico. E fu odio reciproco fra lui e noi. Ci tiranneggiava soltanto per il gusto di farlo e interrompeva la spiegazione per porci domande a cui non avremmo saputo rispondere; lo scopo era chiaro: “Io so, voi siete ignoranti”. La sua filosofia didattica, pertanto, si condensava in un narcisismo offensivo e lesivo della nostra dignità di studenti. Nessuno di noi osò mai ribellarsi, né rispondergli a tono, temendo eventuali vendette. Ce lo sorbimmo per due mesi, limitandoci a parlare soltanto durante le interrogazioni. Quando parlavamo, s’intende.

L’assenza della Perdindirindina fu, invece, un colpo per me. Ero legato a lei da un affetto profondo, a parte che la stimavo per come spiegava e interrogava. Grazie a lei ho amato la filosofia, amore che tuttora dura. Margherita Perdindirindina era brava, ma scialba come donna. I suoi colori preferiti erano il marrone, il beige e il verde irlandese e aveva un tic, o forse vezzo, particolare; quando si trovava in difficoltà per una risposta da fornire a uno dei suoi studenti, dapprima ruotava le pupille, chiudeva le palpebre, le riapriva e poi proferiva parola. Ma un giorno la prof. di filosofia scivolò, si ruppe un arto e si assentò per quattro mesi. Fu così che conoscemmo la Gazzella, una fascinosa e misteriosa venticinquenne(credo), con i capelli ricci e lunghi fino al culo, elegante e simpatica, agile e scattante, vestita con abiti dai colori sgargianti. Inizialmente tentammo di scherzare con la prof. giovane per non fare un tubo, poi fu lei a condurci, con garbo e con gentilezza, allo studio serio. Dapprima fece una sintesi dell’ultimo filosofo studiato con la pia prof. e poi ci fece innamorare, fra tutti, di Feuerbach, Marx e Nietzsche. O almeno così fu per me. Anche le interrogazioni furono una novità: si intavolava tutti insieme un discorso, ciascuno apportando un tassello alla costruzione del mosaico filosofico. Quando terminò la supplenza, ci intristimmo tutti. Dai colori dell’arcobaleno a quelli delicati della castità pre-monacale. Ma non prima di essermi sentito un piccolo dio. Un giorno, infatti, accettò un passaggio sulla mia piaggio arancione. E in quello squarcio di anno scolastico, per una volta, fui felice. Felice per avere osato qualcosa, che esulava dall’ambito scolastico.  

 

Le supplenti 3: Elena e Nosferatu

Elena Tettemanzi, la supplente di città, occupò fugacemente la nostra scansione0039aula di terza B; fu l’anno, la terza elementare, in cui si avvicendarono molte sostitute a causa del malattia che avrebbe condotto all’altro mondo la maestra Francesca.
E fu allora, credo, che iniziai a familiarizzare con la parola “morte” con l’accezione puerile di “non c’è più”, “non la vedrò più”.
Però conobbi anche quella parola, a cui da adulti si dà il nome di “passione”.
La maestra Elena, sebbene di statura piccola, era bellissima e avvenente, aveva uno sguardo furbo e cattivo, ma era del tutto indifferente alle marachelle di noi bambini; sul suo volto bruno spiccava la porpora di un rossetto ammaliante, che costituiva l’obiettivo della mia concentrazione. Si ripassava il rossetto più di una volta al giorno, mirandosi su uno specchietto da borsa, il cui click automatico era udibile anche dal corridoio della scuola, si sistemava la gonna, quasi sempre nera, adattandola ai suoi fianchi, si toccava i capelli per mettervi ordine e sgusciava dall’aula, lasciandoci soli per pochi minuti. Nell’arco di una giornata scolastica l’entra ed esci della supplente si verificava almeno tre volte e si sarebbe potuto ipotizzare che si recasse in bagno per i suoi bisogni; in realtà lei non giustificava le sue assenze temporanee, ma la ragione fu chiara, quando entrò in classe il segretario della scuola, uno spilungone dalla faccia rabbiosa e cerea, una specie di Nosferatu principe della notte, che incuteva un certo timore.
I bambini di otto anni non sanno definire cosa sia la passione amorosa, certamente tra i due, questa la percezione, c’era un’intesa di corpo ben visibile, o almeno a me manifesta; la supplente e il segretario traccheggiavano per una manciata di minuti l’uno accanto all’altra, scambiandosi parole di passione, sorrisi e ammiccamenti, incuranti della platea infantile.
La scena si ripeté più volte nell’arco di quella supplenza, funestata, una volta, da una fuga improvvisa della maestra Elena dall’aula dopo un ennesimo colloquio amoroso con Nosferatu; quel giorno non so cosa accade, ma è certo che lei scoppiò in un pianto, che la costrinse ad uscire frettolosamente per nascondersi ai nostri occhi innocenti.
Della supplente Elena non ricordo altro.

Come la Boccolini, anche Elena Tettemanzi, qualche anno dopo, entrò di ruolo.
Oggi è madre e nonna, nonché moglie di Nosferatu.

Le supplenti 2: Ghiacciaio d’oro

Giovanna Boccolini, che supplì la maestra Francesca per una settimana, portò una ventata di freschezza tra le pareti scolastiche, un vento che presto fece gelare i bollori di noi bimbi di terza. Un’avvenente ragazza di circa venticinque anni, bella quanto algida, i cui boccoli dorati ricoprivano, per il ciuffo cascante sul volto, uno dei due occhi, ma non al punto da nascondere lo sguardo torvo con cui pietrificava ogni nostro tentativo di fuga dalle responsabilità scolastiche. Varcata la soglia dell’aula, mentre infuriava la baraonda tipica dell’ingresso, la Boccolini, tenendo stretta al petto la guida didattica “Insegno in terza”, sostava muta e sprezzante in uno spazio, insieme fisico e simbolico, tra la soglia appunto e la cattedra allo scopo di zittire con il suo silenzio il frastuono delle nostre voci e avvertirci che, da quel momento, bisognava cucirsi le bocche. Come avremmo potuto cucirci le bocche? Mi chiedevo spesso come avrebbe fatto. O le avremmo cucite noi stessi? Immaginavo che la Boccolini tirasse fuori dalla sua borsa tanti aghi e un rocchetto di filo da distribuire a ciascuno di noi, novelli sarti di una sutura che tanto ricordava quella di un chirurgo. Da allora ho cominciato a detestare l’espressione “cucirsi la bocca” e il sentirla pronunciare da un qualche insegnante era per me il segnale che quell’insegnante non era buono. Non è un caso che nella mia futura carriera di insegnante non l’avrei mai usata con i miei alunni.
Eppure non odiai la Boccolini, anzi per lei nutrivo un timore reverenziale, che presto mutò in interesse, quando per una settimana ci intrattenne su argomenti riguardanti la stagione invernale. A differenza di altre maestre, che ci avevano riempito la testa di pupazzi di neve, alberi spogli e animali in letargo, la Boccolini diede un taglio geografico-scientifico all’inverno, trattando nello specifico il ciclo dell’acqua e poi i ghiacciai. Dopo una sua lettura di un brano descrittivo sul ghiacciaio, ci tempestò di domande per destare il nostro interesse e raccogliere quello che sapevamo sull’argomento. Seguì l’immancabile dettato, un testo di Stoppani, riccamente letterario, e chiaramente il disegno. Nei giorni successivi tutte le sue lezioni ruotarono sulla geografia fisica e forse fu da quel momento che mi appassionai a questa materia. Quel giorno riprodussi adeguatamente con la matita il disegno che la Boccolini con maestria rappresentò sulla lavagna e mi buscai un bravo.

La Boccolini attualmente è in pensione e porta ancora i capelli come ai tempi delle elementari, ma adesso quei boccoli sono tinti.