E conto, conto, conto

La filosofia di questi miei esami di stato come commissario ha un che di pirandelliano, nel senso che mi diverto ad osservare, posizionato su un punto della circonferenza, il marasma umano che si consuma dentro, il gioco umano che si disputa nell’area del campo. E tanto, tanto silenzio. E tanto, tanto contare fino a cento per non rompere la convenzionale armonia che regna fra tutti i commissari.

Così non mi è sfuggito, in uno dei gruppi di lavoro, il fastidio che due colleghe interne provano nei confronti della terza commissaria interna; le due, coalizzate, non esprimono verbalmente tale sentimento, ma con smorfie e strizzatine di occhi tollerano a stento le infelici défaillance  della collega, ne evidenziano agli occhi della commissione gli errori, esplodono in risatine isteriche, dando ad intendere che è proprio lei la guastafeste di turno, l’ingranaggio debole della macchina degli esami, l’anello debole della catena di montaggio.

Però a questo gioco balordo nessuno di noi esterni partecipa: il presidente è troppo impegnato nella venerazione del Dio Verbale, il vice in perenne sovraeccitazione per i mirabilia di Excel e la franco-anglofona nel dimostrarmi quanto è brava, ordinata e ligia al dovere.

Io osservo, prendo nota e taccio.

E conto, conto, conto.

Balene e Pinocchi

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Come un Pinocchio di ferro ti ha sputato davanti ai miei occhi la balena verde di foggia americana, tu, già grigia nella senescenza, ancora vivida nell’astuzia acuta e cerimoniosa della volpe. Tra le lacrime hai riassunto in brevi fotogrammi la tua vita, da quel dì in cui perdesti me e i tuoi figli, tu che eri avvezza a conquistarci con le blandizie delle tue parole tra i crich-croch delle patatine e le bollicine di una Coca-Cola. Ora ti vedo immobile nella malattia, mentre le tue mani parlano di libri letti, di cucina e di burraco. Sgrani sul filo della memoria i morti che vivi ci appartennero, i sogni realizzati a metà, le voci che familiari suonano il loro concerto nel nostro breve incontro. Te lo dovevo questo ritrovarci, mai voluto, eppure sognato. Ci ha pensato Dio, il fato, la provvidenza, il caso, e noi non rimaniamo che fragili anelli di un meccanismo inconoscibile, che ha la sete dell’assoluto e il mistero della fede nella vita. Tu arrugginito Pinocchio di ferro e io vivente carcassa di bei ricordi.

The storme-blast came

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Agli inizi della mia carriera di docente, Gabriele, amico e collega straordinario, un pomeriggio mi ubriacò a tal punto di riflessioni letterarie e metaletterarie su una porzione della letteratura inglese che dimenticai di fare il mio dovere, perciò si ascrisse il merito di far saltare gli scrutini dell’istituto magistrale, ove insegnavo tre ore di latino. 

Si trattava di una supplenza temporanea, che gestivo insieme ad altre ore in un’altra scuola. Fu la mia prima supplenza nelle scuole statali e, come carta di presentazione, non fu certamente azione di cui gloriarsi. L’episodio dello scrutinio saltato fu ben presto dimenticato dai colleghi, che apprezzarono comunque il lavoro svolto in classe nei mesi successivi. Tenevo fortemente a far bella figura, anzitutto con me stesso, e perciò mi impegnavo con tutte le mie forze per sollevare il livello di quella classe; probabilmente anche per far dimenticare l’episodio, fui particolarmente buono con le alunne delle magistrali e, contrariamente al mio modo di operare, non troppo rigido nell’assegnazione dei voti. D’altra parte, a fine aprile, la titolare della cattedra rientrò a scuola e perciò fu lei a determinare la sorte di quelle povere ragazze. Povere si fa per dire, forse sprovvedute e svagate, ma particolarmente accoglienti e lusingatrici. Quell’aprile mi beccai due regali: uno delle studentesse, che confessarono di averci capito qualcosa di latino, e uno della titolare, che mi donò un buon eserciziario, che attualmente adopero per assegnare le versioni agli studenti.

Rinsavito improvvisamente, tra le sonore risate di Gabriele, che esultava per la vittoria(la poesia inglese aveva trionfato sul mio senso patologico del dovere)afferrai la cornetta del telefono e chiamai la segreteria della scuola, adducendo come pretesto un guasto all’automobile. Quella notte non presi sonno, temendo chissà quali rimproveri da parte del preside, ma il giorno dopo non accadde proprio nulla. Non fui richiamato dal preside, né i colleghi si mostrarono inviperiti per dover ritornare a scuola un altro pomeriggio a causa della mia sbadataggine tinta di necessità del caso.

Da Gabriele ho imparato moltissimo sul versante metaletterario dei testi; talvolta, avendo noi in comune una classe, tenevamo insieme la lezione, incrociando così i sentieri delle letterature europee, delle quali lui era esperto conoscitore. Dopo la mia iniziale ritrosia per senso di inadeguatezza(lo avevo mitizzato, insomma), fu una collaborazione formativa molto fruttuosa e gli studenti diedero il meglio di sé. Gabriele era un docente stravagante e bizzarro; non teneva in ordine il registro, inforcava, in ogni mese dell’anno, degli occhiali da sole scuri come la morte, tant’è che raramente si potevano fissare i suoi occhi, e sperimentava modalità didattiche, che collidevano con la mia visione antica del docente. Un giorno, entrando in aula al cambio dell’ora, mi ritrovai in un buio pesto squarciato soltanto dalla voce metallica di una musicassetta, che recitava una ballata inglese. Secondo Gabriele il buio percepito con i sensi avrebbe fatto immergere meglio gli studenti nell’atmosfera della poesia. I ragazzi lo emulavano, osannandolo in ogni occasione. Un’altra volta invitò degli attori allo scopo di inscenare in classe parte di un dramma inglese e poi toccò agli stessi studenti. Io rimanevo scandalizzato, ma segretamente lo ammiravo. Di Gabriele divenni anche amico e lascio immaginare quante serate stravaganti ho trascorso con lui e la sua cricca. Poi ci perdemmo di vista. Altre scuole, altre supplenze, il concorso, sedi in città diverse.

Ultimamente Gabriele era tornato ad insegnare in Sicilia, ma non ci siamo mai incontrati, né ci siamo cercati. Adesso lui riposa in un’urna di ceneri, perché un male l’ha divorato. Tutto questo l’ho saputo a fatti già avvenuti. Di lui mi è rimasto un ottimo libro di critica ed estetica letteraria, che talvolta consulto per l’analiticità con cui è sviscerata la letteratura tra ‘500 e ‘600, e il suo sorriso vitale, che rimane impresso nella memoria. Quel sorriso era segno di una vita vissuta intensamente. E questo gliel’ho sempre invidiato.

Non so se ho una sua foto. Devo rovistare tra le mie carte.

Piccola fata bruna di stelle d’or

Dirò pure, di Venezia, che la città ha una struttura labirintica, e quasi esoterica. Le calli possono intersecarsi, ma anche guidare a un vicolo cieco, così per un non-veneziano è molto facile perdersi; soltanto un veneziano, se lo vuole, può guidare il visitatore. Soltanto un veneziano possiede le chiavi per decifrare la città e permettere a uno straniero di conoscerla. È la storia stessa, e la geografia, di Venezia a determinare questo paradosso di apertura e di chiusura al tempo stesso: tutti potevano entrare nella laguna, a patto che fossero guidati a scansare il pericolo dell’incagliamento delle navi; una volta entrati, gli stranieri avrebbero potuto cogliere l’opportunità di ritagliarsi uno spazio di vita o finire sotto la spada della Vergine Serenissima. Venezia è stata perciò, non so se lo sia tuttora, una città cosmopolita, libera, indipendente e giusta, una miscellanea delle più raffinate culture del Mediterraneo orientale, che trovano una sedimentazione nell’architettura delle abitazioni pubbliche e private. Una città che abbraccia, stritola e ingoia il visitatore in un boccone, come una strega delle favole dalle sembianze di una bella e conturbante “venessiana”.

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Il Brenta e i suoi doni

Le acque del Brenta, i cui argini sono a tratti ornati di narcisi in posizione di “attenti” e abbelliti da sparute oche ed anatre, sono state foriere di bellezza palladiana e di calore umano; a Dolo, sbarcato dal Burchiello, ho incontrato la mia amica Ornella, che talvolta trovate qui come commentatrice dei miei post. Forse sarebbe il caso di dire che Ornella nasce come visitatrice del blog e ora, posso ben dirlo, è una conoscenza amica in carne ed ossa. Non sempre il virtuale è meno del reale, non sempre dietro le presenze virtuali si nascondono assassini, furfanti e doppiogiochisti. Ornella è tale e quale all’immagine che mi ero fatto di lei: gentile, attenta al prossimo, sensibile e con un sorriso calorosissimo. Che bella persona! Mi ha donato dei pasticcini tipici del Veneto e abbiamo trascorso qualche oretta insieme. La sua conoscenza mi ha, inoltre, ripagato di certe piccole delusioni di persone virtuali, spacciatesi per eredi terenziani e poi rivelatesi inconsistenti; alcune sono pure sparite senza neanche un saluto.

È la vita.

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Venezia è un pesce

E così si realizza uno dei miei più antichi desideri: visitare Venezia. Non sono solo, ma con un gruppo di miei studenti. Sono rimasto stregato dalla città lagunare, dove luce e ombra combattono una singolar tenzone che vede vincitrice la meraviglia del visitatore. È una città di contrasti: la caciara delle scolaresche si mescola al silenzio delle calli, l’ariosità dei “campi” alla cupezza delle acque verdastri dei canali, su cui la luce disegna le sue effimere figure cangianti, il lento e cadenzato remare dei gondolieri alla corsa frenetica dei battelli, che ingurgitano e vomitano turisti senza mai fermarsi. Non so cosa significhi viverci, ma l’impressione è che il tempo si dilati sino a perderne la cognizione. Sarà questo un effetto dello stupore che si prova, visitando Venezia. In fondo a un visitatore cosa importa come si vive a Venezia? Viverla nel proprio passo, nelle suggestioni degli occhi, nei colori e nelle luci può bastargli.

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Dame e damerini

 

31303639186_094e7bf25cSolo ed esclusivamente per una forma di rispetto verso l’autore, chiamatela anche ipocrisia sociale, ho partecipato l’altro pomeriggio alla presentazione di un libro in una delle cornici più splendide dell’arabo-normanno palermitano. Avendo con me un caravanserraglio di monache anziane e pasciute con dama di carità al seguito, ossia Marianeve, ho dovuto acquistare un pass giornaliero al costo di 5 euro per accedere all’area ztl e poter così depositare le amiche direttamente sull’uscio del palazzo. Poi è scattata la ricerca tormentata del parcheggio, trovato per fortuna a circa 700 metri di distanza dal palazzo, e la corsa verso la sala per arrivare puntuale. Ma che! Una fila indiana lunghissima per l’accesso a causa dei controlli polizieschi, eseguiti con una metodicità così snervante che, se fossi stato solo e autonomo, avrei rinunciato. Invece ho fatto la fila e superato il varco. Più fortunate le compagne di merenda libraria che, in netto anticipo rispetto a me e a tanti altri, sono riuscite ad entrare con celerità. Ho raggiunto la sala della presentazione del libro credendo di essere in ritardo, ma è trascorsa un’altra ora prima che il calvario iniziasse. A parte un relatore, gli altri mi hanno annoiato non poco e perciò ho trascorso il tempo a leggere il libro più che ad ascoltare le loro ciance. Nell’ora dell’attesa, mentre tutti stavamo seduti con gli sproni sotto il deretano, di Marianeve nessuna traccia. È riapparsa, giuliva e trionfante, poco prima dell’inizio dei saluti di rito. Il mistero del temporaneo scioglimento Marianeve l’ha mostrato lei stessa: un book fotografico avente per scenografia le sale del palazzo e per presenza umana lei stessa, fattasi immortalare da un commesso, che è riuscita a corrompere con le sue moine da signora navigata. Il valletto l’ha condotta dove ha potuto e si è improvvisato fotografo.

Dopo tre ore l’incubo è terminato.

A ciò si aggiunge una mia considerazione che mi ha lasciato un po’ di amarezza: la sproporzione tra l’importanza del libro e dell’autore e il luogo scelto e ottenuto per la presentazione. Così va ancora il mondo nel secolo ventunesimo. Per agganci politici.