Piccola fata bruna di stelle d’or

Dirò pure, di Venezia, che la città ha una struttura labirintica, e quasi esoterica. Le calli possono intersecarsi, ma anche guidare a un vicolo cieco, così per un non-veneziano è molto facile perdersi; soltanto un veneziano, se lo vuole, può guidare il visitatore. Soltanto un veneziano possiede le chiavi per decifrare la città e permettere a uno straniero di conoscerla. È la storia stessa, e la geografia, di Venezia a determinare questo paradosso di apertura e di chiusura al tempo stesso: tutti potevano entrare nella laguna, a patto che fossero guidati a scansare il pericolo dell’incagliamento delle navi; una volta entrati, gli stranieri avrebbero potuto cogliere l’opportunità di ritagliarsi uno spazio di vita o finire sotto la spada della Vergine Serenissima. Venezia è stata perciò, non so se lo sia tuttora, una città cosmopolita, libera, indipendente e giusta, una miscellanea delle più raffinate culture del Mediterraneo orientale, che trovano una sedimentazione nell’architettura delle abitazioni pubbliche e private. Una città che abbraccia, stritola e ingoia il visitatore in un boccone, come una strega delle favole dalle sembianze di una bella e conturbante “venessiana”.

img_6825

img_6866
img_6873
img_6821
img_6842
img_6820

Il Brenta e i suoi doni

Le acque del Brenta, i cui argini sono a tratti ornati di narcisi in posizione di “attenti” e abbelliti da sparute oche ed anatre, sono state foriere di bellezza palladiana e di calore umano; a Dolo, sbarcato dal Burchiello, ho incontrato la mia amica Ornella, che talvolta trovate qui come commentatrice dei miei post. Forse sarebbe il caso di dire che Ornella nasce come visitatrice del blog e ora, posso ben dirlo, è una conoscenza amica in carne ed ossa. Non sempre il virtuale è meno del reale, non sempre dietro le presenze virtuali si nascondono assassini, furfanti e doppiogiochisti. Ornella è tale e quale all’immagine che mi ero fatto di lei: gentile, attenta al prossimo, sensibile e con un sorriso calorosissimo. Che bella persona! Mi ha donato dei pasticcini tipici del Veneto e abbiamo trascorso qualche oretta insieme. La sua conoscenza mi ha, inoltre, ripagato di certe piccole delusioni di persone virtuali, spacciatesi per eredi terenziani e poi rivelatesi inconsistenti; alcune sono pure sparite senza neanche un saluto.

È la vita.

img_6816
img_6796
img_6810
img_6809-1

Venezia è un pesce

E così si realizza uno dei miei più antichi desideri: visitare Venezia. Non sono solo, ma con un gruppo di miei studenti. Sono rimasto stregato dalla città lagunare, dove luce e ombra combattono una singolar tenzone che vede vincitrice la meraviglia del visitatore. È una città di contrasti: la caciara delle scolaresche si mescola al silenzio delle calli, l’ariosità dei “campi” alla cupezza delle acque verdastri dei canali, su cui la luce disegna le sue effimere figure cangianti, il lento e cadenzato remare dei gondolieri alla corsa frenetica dei battelli, che ingurgitano e vomitano turisti senza mai fermarsi. Non so cosa significhi viverci, ma l’impressione è che il tempo si dilati sino a perderne la cognizione. Sarà questo un effetto dello stupore che si prova, visitando Venezia. In fondo a un visitatore cosa importa come si vive a Venezia? Viverla nel proprio passo, nelle suggestioni degli occhi, nei colori e nelle luci può bastargli.

img_6751
img_6750

img_6760
img_6773

Dame e damerini

 

31303639186_094e7bf25cSolo ed esclusivamente per una forma di rispetto verso l’autore, chiamatela anche ipocrisia sociale, ho partecipato l’altro pomeriggio alla presentazione di un libro in una delle cornici più splendide dell’arabo-normanno palermitano. Avendo con me un caravanserraglio di monache anziane e pasciute con dama di carità al seguito, ossia Marianeve, ho dovuto acquistare un pass giornaliero al costo di 5 euro per accedere all’area ztl e poter così depositare le amiche direttamente sull’uscio del palazzo. Poi è scattata la ricerca tormentata del parcheggio, trovato per fortuna a circa 700 metri di distanza dal palazzo, e la corsa verso la sala per arrivare puntuale. Ma che! Una fila indiana lunghissima per l’accesso a causa dei controlli polizieschi, eseguiti con una metodicità così snervante che, se fossi stato solo e autonomo, avrei rinunciato. Invece ho fatto la fila e superato il varco. Più fortunate le compagne di merenda libraria che, in netto anticipo rispetto a me e a tanti altri, sono riuscite ad entrare con celerità. Ho raggiunto la sala della presentazione del libro credendo di essere in ritardo, ma è trascorsa un’altra ora prima che il calvario iniziasse. A parte un relatore, gli altri mi hanno annoiato non poco e perciò ho trascorso il tempo a leggere il libro più che ad ascoltare le loro ciance. Nell’ora dell’attesa, mentre tutti stavamo seduti con gli sproni sotto il deretano, di Marianeve nessuna traccia. È riapparsa, giuliva e trionfante, poco prima dell’inizio dei saluti di rito. Il mistero del temporaneo scioglimento Marianeve l’ha mostrato lei stessa: un book fotografico avente per scenografia le sale del palazzo e per presenza umana lei stessa, fattasi immortalare da un commesso, che è riuscita a corrompere con le sue moine da signora navigata. Il valletto l’ha condotta dove ha potuto e si è improvvisato fotografo.

Dopo tre ore l’incubo è terminato.

A ciò si aggiunge una mia considerazione che mi ha lasciato un po’ di amarezza: la sproporzione tra l’importanza del libro e dell’autore e il luogo scelto e ottenuto per la presentazione. Così va ancora il mondo nel secolo ventunesimo. Per agganci politici.

 

 

Mutuo soccorso tra macerie immaginarie

2a875f0eba7e694550b8bf4bb2574214Quasi al tramonto ho visitato una delle parti più vecchie e antiche del mio paesello tardo-settecentesco(rimangono ruderi irriconoscibili e una chiesa integra)e ammetto di avere provato una brutta sensazione: anziché concentrarmi sulla ripidità delle stradine tortuose, ancora pavimentate in lastre di marmo(scivolose è un eufemismo), e apprezzare la bellezza vetusta delle case abbandonate, sulle cui cimase regnano sovrani ciuffi di arbusti di muschio o tronchi rinsecchiti di piante xerofile, mi sono figurato un paesaggio apocalittico, reso tale da un terremoto di forte intensità, e ovunque ho visto cumuli di macerie assimilabili a quelli dei paesi recentemente colpiti dal sisma di un mese fa. Mi ha risvegliato dall’incubo ad occhi aperti l’immarcescibile Marianeve, che nel tragitto sgarrupato che ci avrebbe condotto da una sua vecchia zia narrava le miserie dei colleghi d’ufficio, inframezzate da frequenti colpi del suo gomito al mio in base ai vari conoscenti, degni di qualche nota gossipara, incontrati lungo il percorso. La visita dalla zia, seduta davanti all’uscio di casa con la corona del rosario in mano, è durata pochissimo per fortuna; dalla rupe ci siamo diretti in centro, dove con la visita a un defunto di nostra conoscenza si è concluso il nostro giro. Insomma ho pagato lo scotto della compagnia di Marianeve: io l’ho salvata dalle chiacchiere della zia novantacinquenne, lei si è offerta per la visita al morto.