“Sfighitudine”

scansione0002Ho seguito con sconcerto il fattaccio dei laziali che hanno stampato l’immagine di Anna Frank con indosso varie maglie calcistiche allo scopo di schernire, dicono, gli avversari. Così si sono difesi. Sconcerto duplice, ben inteso. In prima battuta per l’onda di sdegno ipocrita, sollevatasi da più parti, a cui si è mescolata un’altra dose di impolverata retorica scolastica, finalizzata a frugare tra i vecchi cari ricordi della scuola che fu e, al contempo, a buttare l’ennesimo fango sulla inadeguatezza delle nostre patrie aule a far coltivare nei campi incolti dei nostri studenti i semi di una coscienza critica fondata sulle conoscenze storiche. A tal proposito, ieri sera, in tv, il giornalista Cazzullo ha demonizzato la scuola italiana contemporanea che, a differenza di quella del passato, non propone(rrebbe)più ai suoi studenti le memorabili pagine del diario di Anna Frank. Da ciò discenderebbe, secondo lui, la stupida trovata dei tifosi laziali. Ignoranza, insomma. Barbarie, rozzezza, incultura.

In seconda battuta sconcerto per il fatto in sé.

Superato, infatti, l’iniziale moto di fastidio per la semplicistica analisi del giornalista, ho cercato di capire da quale macchinazione mentale patologica possa essere scaturita l’abominevole operazione di offendere la memoria storica di noi tutti. Ho provato, perciò, a mettermi, non senza difficoltà, nella testa di questi esseri semibarbari dal cervello di un criceto e sono giunto ad una conclusione ovvia. La mentalità di costoro è determinata da un delirio di onnipotenza, che affonda le radici nei loro vissuti sociali fatti di violenza e dominio. Carni di tal dna bio-sociale non solo non accettano le loro debolezze, ma le mascherano attraverso i miti dell’uomo forte di stampo fascistoide. Accecati dal delirio di emergere a tutti i costi dalle loro stalle familiari e sociali, infieriscono sui deboli e soccombono al cospetto dei più potenti. Ecco, penso che in questo schema mentale di interesse lombrosiano la Frank rappresenti per loro l’emblema della sfigata della storia. Un modo molto semplice per offendere gli avversari sul campo di calcio. Appunto storicamente sfigati per antonomasia, destinati a soccombere nelle camere a gas degli spogliatoi calcistici dopo una sconfitta subita.

Paurosamente diabolici! E pericolosi. Infangare la memoria e sfigurarla ad uso e consumo di un pallone.

Treno di panna

$_35

Giullare girovago

su una freccia in affitto

zigzaga

con le sue graziose efelidi

lo Stivale rotto.

Marionette ubriache

trotterellano imbarazzate,

traballano spaesate,

disegnando sorrisi di circostanza.

Il varco della nanitudine caimanesca

è stato ampiamente superato.

Carta bianca

venduta

vende.

Americanate(?)

In questi giorni di caldo mi sto facendo una cultura di serie americane televisive molto leggere, delle americanate, tanto per intenderci.

La prima volta si è trattato di un incidente pomeridiano causato dalla voglia matta di leggerezza; specialmente dopo gli esami di stato, la mia testa, piena di fanciullini pascoliani, oltreuomini nicciani, superuomini dannunziani e guerre mondiali, si rifiutava letteralmente di impegnarsi in alcunché di intellettuale. Dopo la paccottiglia letteraria, quella che definisco prodotto commerciale di letteratura, tra questi i volgarizzamenti degli studenti agli esami di stato, ecco quella televisiva, fatta di finzioni filmiche ironiche e paradossali, nelle quali il genio americano eccelle.

Le serie da me viste ruotano tutte intorno alle relazioni umane in genere e nella fattispecie familiari. Ricordano, ma solo per tipologia strutturale, per durata e per spirito comico, quelle degli anni ’70 e ’80, ma di quel buonismo pacioso familiare non conservano nulla. Nelle attuali sitcom domina il tema della disgregazione familiare e delle relazioni umane fragili, la rappresentazione di famiglie atipiche, il trionfo dell’individualismo e dell’egoismo più sfrenato. La cifra stilistica che le accomuna è il paradosso e l’iperbole. Le serie in questione riescono molto spesso a strapparti un sorriso, ma costituirebbero sicuramente materia per un trattato sociologico. Si tratta, infatti, di personaggi problematici, che rispecchiano probabilmente la mutazione antropologica e sociale in atto in questa nostra età del post postmoderno. Genitori che non riescono a comportarsi da genitori, madri iper-ansiose, che vorrebbero gestire la vita dei figli fino ad assumere comportamenti stalkerizzanti e persecutori, educatori incapaci, abili magari nell’arte del fancazzismo, ma inadeguati a svolgere il loro compito sociale, figli nevrotici inetti allo studio e all’impegno, impermeabili ai moniti genitoriali e in seria difficoltà nell’affrontare la vita e intrecciare relazioni umane autentiche.

1200px-Two-and-a-half-men.svgLa più spassosa è la serie Due uomini e mezzo, i cui protagonisti sono due fratelli, Charlie e Alan. Questi, dopo la separazione, va a vivere insieme al piccolo figlio, Jack, dal fratello Charlie, single incallito e dongiovanni parossistico. Ogni episodio pone un problema quotidiano da risolvere, che è il pretesto per inscenare il rapporto conflittuale tra i due fratelli e quello tra padre e figlio. Charlie e Alan hanno, infatti, caratteri sideralmente distanti. Il primo è estroverso, brillante, dongiovanni incallito, l’unica preoccupazione è conquistare le donne carine che gli capitano a tiro. Che sia la maestra del nipote o il medico del pronto soccorso, Charlie sfodera le sue armi da conquistatore, suscitando al contempo l’invidia del fratello che, dopo la separazione, non riesce ad avere più successo con le donne. Alan è, invece, cupo, problematico, talvolta succube dei propri sensi di colpa. Un ruolo particolare ha il piccolo Jake, un mostriciattolo di spontaneità, che, nonostante gli sforzi educativi del padre, riesce sempre ad essere un fior di birbone. In un episodio dal sapore terenziano la tata lo costringerà a pulire da cima a fondo la tavolozza del water, che puntualmente diventa laido per l’ eccessiva foga intestinale del piccolo. Soltanto la mascolina tata è riuscita nell’impresa, a differenza degli altri due uomini di casa, il padre, eccessivamente prono ai consigli degli psicologi, e lo zio, indifferentemente permissivo. Le maniere forti trionfano così sul fare moderno dei due fratelli, destinati al fallimento educativo.

Un’altra serie, The middle, ma più amara della precedente, segue le vicende della famiglia Heck, che vive in una piccola cittadina dell’Indiana. La voce narrante è Frankie, che racconta ciò che succede alla famiglia, ogni puntata, infatti, si basa su un argomento differente, ma il punto focale della serie è la difficoltà di essere genitori. Frankie Heck, madre tradizionalista, lavora in una concessionaria d’auto con scarsi risultati nelle vendite e tutti i giorni ha a che fare con Bob, un collega innamorato di lei; è il personaggio di spicco della serie. Madre ansiosa e persecutrice. Suo marito è Mike Heck, il padre della famiglia. Arrendevole e pacifico. Lavora come manager in una cava, anch’essa soggetta alla crisi economica. Poi ci sono i figli: Axl Heck è il figlio maggiore, un teenager disinteressato  che gioca a football americano e basket e gira in boxer per casa. Spesso invita a casa i suoi due migliori amici, Sean e Darrin, e i tre si incollano al divano davanti alla tv. Axl rappresenta lo stereotipo del fratello più vecchio: sarcastico, pigro e critico verso i suoi fratelli. E molto ineducato, direi. Il suo principale divertimento è mettere in difficoltà la sorella Sue, che lui ritiene stupida e incapace. Al liceo Axl finge addirittura di non conoscerla, poiché se ne vergogna profondamente. Sue Sue Heck è la figlia, la più imbranata di casa. Ha una migliore amica, Carly, con la quale condivide le idee più strane. Sue è sempre impegnata in provini per attività extra scolastiche, però l’unica squadra nella quale riesce ad entrare è quella della corsa campestre. Al liceo crea il gruppo di cheerleader della squadra di wrestling, nella quale incontra Matt, che diventerà il suo secondo ragazzo. Ha il nome doppio perché all’anagrafe l’impiegato lo ha scritto due volte. Infine c’è Brick Heck, il figlio più piccolo di casa Heck. È un bambino molto particolare e passa tutto il suo tempo a leggere. Frequenta una classe per bambini speciali, ma non riesce a farsi nessun amico con cui giocare. Spesso ripete a bassa voce chinando la testa verso il basso le ultime parole delle frasi che pronuncia e presenta i sintomi di una forma di autismo. Di fatto, però, è il migliore elemento della famiglia, forse perché grazie ai suoi disturbi stupisce tutti con i suoi colpi di genio. abc-conferma-la-nona-stagione-per-the-middle

 

 

 

Piccola fata bruna di stelle d’or

Dirò pure, di Venezia, che la città ha una struttura labirintica, e quasi esoterica. Le calli possono intersecarsi, ma anche guidare a un vicolo cieco, così per un non-veneziano è molto facile perdersi; soltanto un veneziano, se lo vuole, può guidare il visitatore. Soltanto un veneziano possiede le chiavi per decifrare la città e permettere a uno straniero di conoscerla. È la storia stessa, e la geografia, di Venezia a determinare questo paradosso di apertura e di chiusura al tempo stesso: tutti potevano entrare nella laguna, a patto che fossero guidati a scansare il pericolo dell’incagliamento delle navi; una volta entrati, gli stranieri avrebbero potuto cogliere l’opportunità di ritagliarsi uno spazio di vita o finire sotto la spada della Vergine Serenissima. Venezia è stata perciò, non so se lo sia tuttora, una città cosmopolita, libera, indipendente e giusta, una miscellanea delle più raffinate culture del Mediterraneo orientale, che trovano una sedimentazione nell’architettura delle abitazioni pubbliche e private. Una città che abbraccia, stritola e ingoia il visitatore in un boccone, come una strega delle favole dalle sembianze di una bella e conturbante “venessiana”.

img_6825

img_6866
img_6873
img_6821
img_6842
img_6820

Il farmacista, il teschio e i giovani

a8a91de421e1f47eaee12e5020329b16Ogniqualvolta vado in farmacia perché possa rifornire i miei genitori del loro pane quotidiano preferito, ossia le medicine, il vecchio farmacista, ormai in pensione, sbuca fuori dalla retro-farmacia(probabilmente riconosce la mia voce), dove verifica i conti e gli ordini per conto dei figli, che ormai lo sostituiscono al banco delle vendite, e, dopo aver abbozzato un inchino farsesco alla mia professione, mi stringe la destra e mi apostrofa sempre allo stesso modo: “Fortunato lei, professore, più giovane di me, e sa perché? Perché lei sta con i giovani e perciò ringiovanisce continuamente“. Talvolta mi intrattiene disseppellendo dal suo trascorso di studente liceale memorie e aneddoti scolastici, che hanno lo scopo di esaltare la vecchia scuola e di demolire l’attuale, ma sempre con garbo e simpatia. Chiude, però, ogni racconto, ripetendo la solita solfa: “Ma-sempre-più fortunato-lei-di me, perché trascorre le sue giornate con i giovani!”.

E in effetti, a ben pensarci, non ha tutti i torti. Nell’arco di una giornata scolastica ci sono sempre dei momenti, in cui si smette di essere docenti e discenti e si dialoga quasi alla pari come persone, e questo si verifica proprio a partire dalle riflessioni su ciò che si studia a scuola. Non sempre è così, però. Come oggi, per esempio. Mentre interrogavo tre studenti, posizionati a sinistra della cattedra, e perciò abbastanza prossimi alla mia vista, sono stato distratto dai teschi che due di essi mostravano: uno, a guisa di pendente, penzolava da un filo di caucciù, l’altro era stampato sulla felpa indossata dallo studente. La distrazione si è trasformata ben presto in una domanda. Ho chiesto loro da dove nasca il gusto di accessoriarsi con un teschio e per giunta in bella mostra. Dopo una naturale risatina di imbarazzo misto a sorpresa, uno di loro con un sorriso da emoticon ha risposto che il teschio piace alle ragazze, lasciando intendere che le coetanee rimangono in qualche modo attratte da ciò che evoca il teschio. Contrariamente alla cultura dei vecchi, me compreso, che vedono in quell’immagine il simbolo della morte, gli studenti vi scorgono disprezzo della morte ed esaltazione del pericolo, pertanto chi mostra un teschio comunica all’altro temerarietà, forza, virilità. Ecco perché il teschio piace/rebbe alle ragazze.

Non ho potuto che riderne insieme a loro, non prima di avere spiegato le mie ragioni di vecchio.

Come dar torto, allora, al mio vecchio e saggio farmacista?