Piccola fata bruna di stelle d’or

Dirò pure, di Venezia, che la città ha una struttura labirintica, e quasi esoterica. Le calli possono intersecarsi, ma anche guidare a un vicolo cieco, così per un non-veneziano è molto facile perdersi; soltanto un veneziano, se lo vuole, può guidare il visitatore. Soltanto un veneziano possiede le chiavi per decifrare la città e permettere a uno straniero di conoscerla. È la storia stessa, e la geografia, di Venezia a determinare questo paradosso di apertura e di chiusura al tempo stesso: tutti potevano entrare nella laguna, a patto che fossero guidati a scansare il pericolo dell’incagliamento delle navi; una volta entrati, gli stranieri avrebbero potuto cogliere l’opportunità di ritagliarsi uno spazio di vita o finire sotto la spada della Vergine Serenissima. Venezia è stata perciò, non so se lo sia tuttora, una città cosmopolita, libera, indipendente e giusta, una miscellanea delle più raffinate culture del Mediterraneo orientale, che trovano una sedimentazione nell’architettura delle abitazioni pubbliche e private. Una città che abbraccia, stritola e ingoia il visitatore in un boccone, come una strega delle favole dalle sembianze di una bella e conturbante “venessiana”.

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Il farmacista, il teschio e i giovani

a8a91de421e1f47eaee12e5020329b16Ogniqualvolta vado in farmacia perché possa rifornire i miei genitori del loro pane quotidiano preferito, ossia le medicine, il vecchio farmacista, ormai in pensione, sbuca fuori dalla retro-farmacia(probabilmente riconosce la mia voce), dove verifica i conti e gli ordini per conto dei figli, che ormai lo sostituiscono al banco delle vendite, e, dopo aver abbozzato un inchino farsesco alla mia professione, mi stringe la destra e mi apostrofa sempre allo stesso modo: “Fortunato lei, professore, più giovane di me, e sa perché? Perché lei sta con i giovani e perciò ringiovanisce continuamente“. Talvolta mi intrattiene disseppellendo dal suo trascorso di studente liceale memorie e aneddoti scolastici, che hanno lo scopo di esaltare la vecchia scuola e di demolire l’attuale, ma sempre con garbo e simpatia. Chiude, però, ogni racconto, ripetendo la solita solfa: “Ma-sempre-più fortunato-lei-di me, perché trascorre le sue giornate con i giovani!”.

E in effetti, a ben pensarci, non ha tutti i torti. Nell’arco di una giornata scolastica ci sono sempre dei momenti, in cui si smette di essere docenti e discenti e si dialoga quasi alla pari come persone, e questo si verifica proprio a partire dalle riflessioni su ciò che si studia a scuola. Non sempre è così, però. Come oggi, per esempio. Mentre interrogavo tre studenti, posizionati a sinistra della cattedra, e perciò abbastanza prossimi alla mia vista, sono stato distratto dai teschi che due di essi mostravano: uno, a guisa di pendente, penzolava da un filo di caucciù, l’altro era stampato sulla felpa indossata dallo studente. La distrazione si è trasformata ben presto in una domanda. Ho chiesto loro da dove nasca il gusto di accessoriarsi con un teschio e per giunta in bella mostra. Dopo una naturale risatina di imbarazzo misto a sorpresa, uno di loro con un sorriso da emoticon ha risposto che il teschio piace alle ragazze, lasciando intendere che le coetanee rimangono in qualche modo attratte da ciò che evoca il teschio. Contrariamente alla cultura dei vecchi, me compreso, che vedono in quell’immagine il simbolo della morte, gli studenti vi scorgono disprezzo della morte ed esaltazione del pericolo, pertanto chi mostra un teschio comunica all’altro temerarietà, forza, virilità. Ecco perché il teschio piace/rebbe alle ragazze.

Non ho potuto che riderne insieme a loro, non prima di avere spiegato le mie ragioni di vecchio.

Come dar torto, allora, al mio vecchio e saggio farmacista?

 

The rain before it falls

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Si può aiutare un altro essere umano a ricostruire il proprio senso della vita, quando il samaritano stesso smarrisce, ritrova e perde poi definitivamente quel senso stesso per sé? Se ad un certo punto si obnubila la meta del proprio orizzonte di vita, al punto da chiuderla con un atto di coraggiosa temerarietà, si può ugualmente restituire a chi ci sopravvive quello spirito di ricerca? In letteratura, sembra scontato dirlo, tutto è possibile, ma Jonathan Coe nel breve romanzo La pioggia prima che cada(Feltrinelli, 2007) non arriva a toccare l’abisso di una risposta banale. Personalmente potrei rispondere che è possibile, sì, è possibile consegnare a un erede, chiunque egli sia, lo spirito di ricerca del senso della vita, almeno per lasciare alle generazioni future la consegna della ricerca stessa. Ma questa è interpretazione soggettiva e sfiora a margine la lettura del romanzo, che scorre e corre a piani paralleli, la cui intersecazione è visibile soltanto nella chiusa. La pioggia prima che cada è, infatti, un romanzo plurimo, sia nella storia che nella struttura, e si può sostanzialmente ripartire in tre parti.

La prima vede come protagonista Gill che, insieme alle due figlie, è impegnata in una doppia indagine, ossia capire la dinamica della morte della zia Rosamund, che ha lasciato il patrimonio a tre eredi, Gill stessa, il fratello di questa, David, e Imogen, di cui si sono perse le tracce e di cui restano vaghi ricordi, e mettersi alla ricerca proprio di quest’ultima lontana parente, perché sia informata della fortuna che le è toccata. La ricerca, però, non approda a nulla di significativo e perciò non resta a Gill che ascoltare le cassette incise dalla zia Rosamund poco prima di morire con la speranza di trovare in quella voce un segno della presenza impalpabile dell’erede sconosciuta. Questa brevissima tranche del romanzo è narrata in terza persona da una voce fuori campo tendenzialmente onnisciente.

Il passaggio alla seconda parte, il cuore del libro, è determinato, invece, dall’espediente, narrativo e strutturale, dei nastri da ascoltare: Gill e le figlie, attraverso la voce di una narrante defunta, Rosamund, vengono a conoscenza di un groviglio di intrecci familiari, collocati cronologicamente tra la seconda guerra mondiale e gli anni ’90 e ambientati tra l’Inghilterra del sud-est, gli Stati Uniti e il Canada; a questo punto la struttura narrativa si fa più accattivante, perché il racconto autodiegetico è accompagnato dalla descrizione e commento di ben venti fotografie, attraverso cui Imogen , nell’intenzione di Rosamund, potrà acquisire senso di sé: “Io ti devo anche qualcos’altro, qualcosa di più prezioso, qualcosa che, nel senso più letterale della parola, suppongo, è inestimabile. Quello che voglio tu abbia, Imogen, più di ogni altra cosa, è il senso della tua storia, il senso della tua provenienza, e delle forze che ti hanno creata”. Così, tramite questa corposa analessi, il lettore e, ipoteticamente, il destinatario interno Imogen conoscono la storia della famiglia, caratterizzata da tanti destini intrecciati, e da essi emerge pure lo spaccato di una certa società inglese nella sua evoluzione culturale in più di tre quarti di secolo. Di rilievo è lo stigma di omosessuale su Rosamund, sulla quale la sorella di sangue, nei fatti è solo una cugina, affila il coltello del proprio egoismo cieco e scarica il peso delle sue responsabilità di madre inaffidabile.

La terza parte, brevissima come la prima, riporta il lettore nel presente e blocca il focus su Gill che, suggestionata dai racconti della zia, teme che il destino della famiglia d’origine possa ripetersi in qualche modo uguale nella propria; il finale riserverà, invece, delle sorprese sia al personaggio che al lettore stesso, restituendo a entrambi il senso della libertà della vita e del destino stesso, la cui logica centrifuga non può essere chiusa nelle strette parentesi del ragionamento umano fatalistico. Il lettore non si aspetti alcun colpo di scena banalizzante nell’explicit del romanzo, sebbene, come detto poc’anzi, non manchino le sorprese, ma si tratta di quelle epifanie della vita, dolci e amare, crudeli e benefiche, che ci pongono in un atteggiamento di meraviglia contemplativa e attiva della preziosità della vita stessa, anche nell’atto della pioggia prima che cada. Ma esiste la pioggia prima che cada? La si può preferire a quella bagnata? Non occorre qui  fornire una soluzione a un finto enigma pseudo-aristotelico, anche se poi, a rifletterci, gli esseri umani ci divertiamo non poco a lambiccarci la testa e il cuore.

La vita, invece, come sempre ne sa più di noi.

Il report WP 2015

Abbastanza ipocrita WordPress, se fosse una persona. Ma non lo è, perciò ci si attiene ai dati, che sono indiscutibili sul piano aritmetico; al più possono essere interpretati. Ed è abbastanza facile. Già il report dell’anno scorso evidenziava un aspetto del mio blog: i visitatori prediligono i post del passato, ancora meglio delle origini del blog, mentre la loro preferenza non viene accordata ai post più recenti. Quali potrebbero essere le cause? Una è generale, ossia l’abbandono generalizzato dei blog, l’altra è spiccatamente specifica, ossia il riscuotere evidentemente meno “simpatie” per una diminuzione drastica della gradevolezza dei post, soprattutto quelli che ritraggono immagini di santi e tradizioni religiose cristiane. Probabilmente qualche mente contorta ritiene che io impieghi il mio tempo a lisciare le tonache dei parrini soltanto per il fatto che mi piacciono le tradizioni religiose e, d’altro canto, in tempi di pensiero unico e liquido è inaccettabile per i più un massiccio riferimento a simboli cristiani, santi, beati e così via. Lo si può dedurre dalla quantità scarsa dei commenti e dalla reazione a catena, che innescano alcuni post anziché altri(se commenta Pinco, commenta Pallino e Tizio e Caio; se Pinco si astiene, ecco la medesima reazione); di contro non si capisce perché siano aumentati i followers, che hanno superato le centinaia. Si tratta di followers silenziosi, che non lasciano però una briciola di commento. In ogni caso ringraziamo tutti: WordPress, che mi ha inviato il report, i followers silenziosi e tutti i commentatori.

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 24.000 volte in 2015. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 9 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

D’ ogni sangue, d’ ogni neve

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Approssimandosi le feste natalizie e avendo preso atto che tra gli elementi più ricercati del mio blog figurano poesie dicembrine, posto qui una poesia di Giorgio Orelli, datata 1944, Natale.

Fuori la neve.

Lo sfondo storico del nazifascismo, tragicamente segnato dal sangue, appare nel testo soltanto in filigrana e il rimando ad esso assume le tonalità del rosso, simbolo di martirio, e del bianco, nella duplice valenza della purezza e dell’oblio, come suggerirebbero i versi successivi. Il poeta chiede ad un Tu, identificabile con Cristo, se, mentre nasceva, le sue vesti fossero rosse, quasi prefigurazione del sangue che avrebbe continuato inutilmente a spargere dalle carni di tanti altri uomini. Quel sacrificio, infatti, di Lui e di altri uomini, non è valso a nulla, se di quel sangue non rimane traccia sulla neve.

Dentro un albero natalizio.

Il manto niveo dell’Oblio della storia da parte degli uomini può brillare soltanto sui capelli di un angelo(l’aspirazione alla purezza) disegnati dalle fronde di un sempreverde(la speranza)o aggrumarsi nelle forme di uccelli tremanti(la fragilità e la paura degli uomini), ma altresì risuonare più fiocamente di un suono infantile, se un bambino tocca le campanelle dell’albero di natale, un suono relegato nel mondo dei non nati, quasi placentare.

E anche a voler guardare oltre la notte, il poeta scorge solo altre notti, inutilmente rischiarate dai chiarori della luna.

Il fuori e il dentro coincidono.

Tale of Tales

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Illustrazione di Andrea Lupo

Esprimo qui il mio plauso al regista Matteo Garrone per l’operazione, non certamente di facile fattura, relativa alla trasposizione in immagini di uno dei capolavori della letteratura barocca italiana ed europea del secolo XVI, ossia il  Cunto de li cunti di Giambattista Basile. Il Cunto è una raccolta di cinquanta fiabe, organizzate secondo il modello del Decameron, raccontate da dieci narratrici nell’arco di cinque giorni; com’è tradizione consolidata, il primo racconto funge da cornice a tutto il resto. 

Ho avuto modo di conoscere l’opera alla fine degli anni ’80 (nell’edizione G.B. Basile, Lo cunto de li cunti, testo della prima edizione del 1634-1636, traduzione a fronte, note, a cura di Michele Rak, Milano, Garzanti, 1985), quando, per puro caso fortuito(il titolare della cattedra sparì per tre anni dal circuito accademico), ebbi la fortuna di avere come professore di lingua e letteratura italiana il professore Michele Rak;  il secondo anno prevedeva, tra gli altri, un corso monografico imperniato proprio sul testo di Giambattista Basile. Fu un’esperienza formativa per me rivoluzionaria, perché il professore Michele Rak, dotando noi studenti di un piumino catturapolvere letteraria, riuscì a farci connettere il testo di Basile al contesto pragmatico di performance dell’opera all’interno delle corti seicentesche italiane del secolo XVII; la tesi sostenuta è, infatti, che le fiabe di Basile non fossero destinate alla lettura individuale da parte di lettori silenziosi, ma arricchissero il loro carattere diegetico attraverso una contaminazione felice con la mimesi teatrale: la parola narrativa veniva accompagnata, e completata, da elementi paralinguistici(intonazione, ammiccamenti al pubblico, riso, sbadigli, sospiri), gestuali(le mani, gli occhi), teatrali e musicali. La cornice narrativa, costruita dall’autore, veniva perciò incorporata all’interno di uno spazio, insieme fisico(la sala di recitazione/rappresentazione) e metaforico(il teatro come scena immediata del mondo), in cui, attraverso il ricorso agli strumenti della narrazione, era possibile temporaneamente infrangere, sovvertire e talvolta riscrivere le regole del rigido mondo sociale seicentesco. Per avvalorare la sua tesi, un giorno il professore Rak, durante una lezione, organizzò una cornice teatrale legata ad una delle fiabe: attori, mimi e musicisti accompagnarono la lettura dell’opera e tutti riuscimmo a cogliere le battute popolari, i doppi sensi, finanche i richiami filosofici contenuti nell’opera. Fu per tutti noi studenti un’esperienza surreale e fu sicuramente allora che scaturì da quella lezione, incontenibile, la mia passione per la letteratura barocca tutta. Si trattò di una sollecitazione a ri-studiare ex novo un Seicento, che il mio professore di liceo aveva liquidato con un pre-giudizio iniquo e sprezzante.

Tutto questo, e anche di più, me lo sono goduto attraverso l’operazione filmica di Garrone che, contemperando in modo equilibrato gli effetti speciali cinematografici tipici del fantasy con la fattura artigianale della recitazione degli attori(abilissimi!), concedendo pochissimo ai mirabilia tecnici, è riuscito a realizzare un film coeso e coerente sotto il profilo narrativo e strutturale; il fruitore coglie in maniera distinta la tecnica dell’incastonamento narrativo di una fiaba nell’altra(didatticamente il film può essere un ottimo cavallo di Troia per spiegare agli allievi certe tecniche narrative), è tenuto costantemente in uno stato di suspense emotiva e può felicemente far tesoro della morale contenuta in ciascuna fiaba. A distanza di secoli, con la consapevolezza che non si possa mescolare passato e presente come se fosse possibile azzerare la radicazione storico-sociale di valori, comportamenti e idee, lo spettatore scopre che, in fondo, gli esseri umani restano sempre uguali a se stessi: padri che sacrificano figli per puro istinto egoistico, perdendosi dietro figurazioni illusorie del loro oggetto del desiderio(La pulce), madri e padri che scambiano i figli per oggetti da mostrare, possedere e tiranneggiare nel caso si sottraggano al prolungamento del loro desiderio(La cerva), bellezza e potere ottenuti attraverso il ricorso all’inganno, alla finzione, alla manipolazione di sé, degli altri, del proprio corpo(La vecchia scorticata); in ogni caso sono le leggi della narrazione a ristabilire gli equilibri infranti, quelli che, molto spesso, gli uomini non sono riusciti a comporre. Né ieri, né oggi.

 

 

 

La sosta prima della meta

Ho dedicato parte del fine settimana alla correzione delle versioni, onde evitare l’effetto palla di neve, se è vero che altre verifiche si profilano all’orizzonte per la settimana già in corso. Tutto è filato liscio per il biennio, ma, apprestatomi a correggere quelle dei maturandi, mi sono bloccato più volte, intrappolato nella stessa gabbia costruita ai ragazzi. Per saggiare in maniera chiara e definitiva le loro competenze traduttive, non ho proposto un brano in prosa, ma quello di un autore augusteo e, per giunta, poeta, i cui passi tradotti non risultano essere stati diffusi in rete. Il testo tradotto esiste, ma in cartaceo e io non lo possiedo. Ormai non c’è stralcio di testo latino che non sia disponibile in rete(dagli eserciziari alle versioni canoniche, per non parlare delle guide didattiche, che sono un’implicita dichiarazione di incompetenza dei docenti), perciò, avendo un po’ di tempo a disposizione, ho scelto con cura e consapevolezza dei passi che ho tradotto ad occhio prima di sottoporli agli alunni. Ad occhio, però. Mentre correggevo, un passo mi ha fatto tribolare non poco, tenendomi incollato sulla sedia per ben due ore, ma sono riuscito a tradurlo. Al che il pensiero è volato ai miei alunni. In due ore sono riusciti a tradurre tutto il testo e alcuni hanno pure giustificato con un commento una scelta anziché un’altra. I voti ne hanno risentito del colpo, ma non più di tanto. Un minimo di considerazione glielo devo, date le difficoltà. Per loro -questo conta- è stato un momento duro, ma educativo, soprattutto per chi, fra loro, ritiene di essere giunto alla meta finale. Non si arriva mai. E lo dimostra il fatto che anch’io, come loro, ho faticato per tradurre un periodo ostico. In più con l’ebbrezza, che non provavo da tempo, di annullare la dimensione temporale(ho realizzato dopo che erano trascorse due ore)e di immergermi in un mare sconosciuto e con la gioia finale di essere giunto a riva. Almeno per il momento.