L’inquietudine delle “Rosalie”

Per il secondo anno consecutivo un gruppo di giovani artisti palermitani ha allestito una mostra dedicata a Santa Rosalia, la patrona di Palermo, omaggiata con uno spettacolare “festino” il giorno 14 luglio. Le opere vengono esposte in uno strettissimo vicolo di fronte alla cattedrale e svolgono, attualizzandolo, un tema centrale o collaterale alla storia della Santuzza. Quest’anno il filo conduttore ha riguardato la peste, o meglio le forme di peste che, secondo i giovani artisti, attanagliano la società contemporanea. Purtroppo non ho visto di presenza le opere, sebbene sia mia intenzione fare un salto nel centro storico, prima che chiudano i battenti della mostra. Ne posto qui alcune, cominciando da quella che ritengo più attuale. A seguire le altre.

Vangelo secondo me
La gloria? La fama?
L’oro
Le tragedie del mare? La situazione climatica?
Palermo dove sei?
L’omologazione? L’eterno godimento?

La finestra di Leopardi

Tra le mie letture preferite annovero senza alcun dubbio i saggi di letteratura e lingua nella varietà delle loro articolazioni, tant’è che qualche pomeriggio fa mi ero diretto in libreria con l’intenzione di acquistare uno degli ultimi libri pubblicati dal professore Giuseppe Antonelli, ma i miei occhi sono stati attratti da un saggio che, avendomi conquistato per il titolo, si è fatto subito amare per l’originalità della trattazione, l’occasione narrativa e, chiaramente, le tematiche affrontate, ovverosia La finestra di Leopardi del professore Mauro Novelli, Feltrinelli 2018. Il titolo funge un po’ da specchietto per le allodole per chi è sempre alla ricerca di approfondimenti leopardiani, tuttavia il lettore scopre subito che la finestra di Leopardi altro non è che la metafora di un viaggio, insieme reale e immaginario, dello scrittore attraverso luoghi, paesaggi, case e oggetti appartenuti ad alcuni grandi scrittori italiani, un itinerario geograficamente letterario che dalle langhe piemontesi giunge alle costa ionica siciliana attraverso un racconto che tocca alcune località letterarie nostrane. La finestra, di fatto, è quella del professore Novelli visitatore, osservatore curioso e narratore calamitante, capace di condurre il lettore nelle stanze dei nostri amati scrittori, dischiudendone come in un’epifania angoli di memoria e di vita; sono finestre che frugano dentro o fanno spaziare l’occhio nel paesaggio intorno alle case letterarie, che talvolta hanno poco di letterario. Eppure il pregio del libro è nel trasfigurare appunto quegli spazi attraverso il filtro della letteratura e redimerli, ammesso che ce ne sia bisogno, dalla prosaicità della vita e del mondo. Un libro che è geografia storica dell’extra-letterario e al contempo racconto accattivante, di taglio meta-letterario, eppure letterario esso stesso, in cui al gusto per la citazione allusiva si accoppia un rigore filologico ben mimetizzato tra le pieghe della narrazione. La finestra di Novelli apre tante altre finestre e spalanca prospettive, anche inedite, da cui osservare i nostri amici letterari negli spazi che hanno amato o detestato, fonte diretta o indiretta della loro ispirazione poetica. A quegli spazi sono spesso associati aneddoti, manie, curiosità, gusti, miserie e nobiltà dei nostri classici, senza che il narratore ceda mai al gusto barbaro del pettegolezzo. Tutte le ventiquattro finestre letterarie, da Fenoglio a Tasso, da Isabella di Morra ad Alda Merini(io personalmente ho apprezzato Il foulard celeste di Grazia Deledda con un inedita scoperta su Pirandello uomo, Un gelato con Marinetti a Bellagio e Gozzano tra glicini e farfalle)meritano una lettura e possono rivelarsi utili per chi, insegnando letteratura, voglia rendere appassionatamente narrativa una lezione scolastica, sebbene poi i narratari autentici siano quelli che nella vita scorgono, quasi sempre, la letteratura e in questa la vita che pulsa, piange, sorride, medita, coccola e illude.

Castelli, prigioni e libertà

Ho scelto di entrare in quel castello, che è il carcere di Volterra, io sento che sono ancora all’inizio e non ho fatto ancora assolutamente nulla, non ho capito ancora nulla, non sono arrivato ancora a nessun risultato, però ogni volta che guadagno un millimetro o un centimetro, mi sembra di scoprire l’intero universo come funziona… avevo bisogno di mura che mi contenessero, il mio problema era quanto sono prigioniero io, quindi mi interessa il carcere come metafora, come idea che abbiamo dentro di noi…Come fa l’uomo a liberarsi? Quali sono le sue prigioni? Dobbiamo passare dall’homo sapiens all’uomo felix, prendere consapevolezza delle libertà che abbiamo come esseri umani. La speranza è quando torni a te stesso e non torni uguale a prima. (Armando Punzo)

Sono alcuni stralci del dialogo tra Domenico Iannaccone e Armando Punzo estrapolati dal programma I Dieci comandamenti, che è andato in onda ieri sera su RaiTRE con il sottotitolo Anime salve, dedicato ai detenuti del carcere di Volterra, dove il regista ha fondato La compagnia della fortezza, sperimentazione fortunatissima del teatro in carcere. Ho scelto di postare questi pensieri, non miei, ma che sento tali, per augurare a chi passi di qui i miei migliori auguri, sicuramente atipici, ma rispondenti al mio disarticolato sentire generale.  Mi pare che le parole dello straordinario Armando Punzo contengano un messaggio in un certo senso estendibile alla generalità di quanti possano leggere queste mie pagine e che ben si attaglia all’atmosfera culturale e alla cornice storica dell’Italia di questi giorni. Certamente dell’Italia che vorremmo e che in qualche nicchia c’è, esiste e resiste. Siamo un po’ tutti stanchi e avviliti per le narrazioni egocentrate, arroganti e penose provenienti dai luoghi istituzionali; ci aspetteremmo rappresentanti del bene pubblico capaci di ammettere umilmente di essere ancora all’inizio, di non avere capito nulla, di non essere approdati ad alcun risultato, al massimo di avere conquistato soltanto qualche millimetro o centimetro. Invece le dobbiamo ascoltare da un regista e direttore artistico, appunto Armando Punzo, che nella pratica teatrale realizza un dettato costituzionale. Inoltre penso che tali parole possano essere di augurio per le nostre vite, spesso inconsapevoli prigioni di cui ci riteniamo vigili guardie. La prigionia della professione, del ruolo, della famiglia, della cultura fine a se stessa, la prigionia dei consumi, del corpo, del tempo… Auguro a tutti, in primis a me stesso, di iniziare ad attraversarle, di renderle quanto più possibile trasparenti, trasformandole in occasioni di libertà. Non trovo per l’incipiente e imminente e apparente passaggio altre parole o auguri.

“Sfighitudine”

scansione0002Ho seguito con sconcerto il fattaccio dei laziali che hanno stampato l’immagine di Anna Frank con indosso varie maglie calcistiche allo scopo di schernire, dicono, gli avversari. Così si sono difesi. Sconcerto duplice, ben inteso. In prima battuta per l’onda di sdegno ipocrita, sollevatasi da più parti, a cui si è mescolata un’altra dose di impolverata retorica scolastica, finalizzata a frugare tra i vecchi cari ricordi della scuola che fu e, al contempo, a buttare l’ennesimo fango sulla inadeguatezza delle nostre patrie aule a far coltivare nei campi incolti dei nostri studenti i semi di una coscienza critica fondata sulle conoscenze storiche. A tal proposito, ieri sera, in tv, il giornalista Cazzullo ha demonizzato la scuola italiana contemporanea che, a differenza di quella del passato, non propone(rrebbe)più ai suoi studenti le memorabili pagine del diario di Anna Frank. Da ciò discenderebbe, secondo lui, la stupida trovata dei tifosi laziali. Ignoranza, insomma. Barbarie, rozzezza, incultura.

In seconda battuta sconcerto per il fatto in sé.

Superato, infatti, l’iniziale moto di fastidio per la semplicistica analisi del giornalista, ho cercato di capire da quale macchinazione mentale patologica possa essere scaturita l’abominevole operazione di offendere la memoria storica di noi tutti. Ho provato, perciò, a mettermi, non senza difficoltà, nella testa di questi esseri semibarbari dal cervello di un criceto e sono giunto ad una conclusione ovvia. La mentalità di costoro è determinata da un delirio di onnipotenza, che affonda le radici nei loro vissuti sociali fatti di violenza e dominio. Carni di tal dna bio-sociale non solo non accettano le loro debolezze, ma le mascherano attraverso i miti dell’uomo forte di stampo fascistoide. Accecati dal delirio di emergere a tutti i costi dalle loro stalle familiari e sociali, infieriscono sui deboli e soccombono al cospetto dei più potenti. Ecco, penso che in questo schema mentale di interesse lombrosiano la Frank rappresenti per loro l’emblema della sfigata della storia. Un modo molto semplice per offendere gli avversari sul campo di calcio. Appunto storicamente sfigati per antonomasia, destinati a soccombere nelle camere a gas degli spogliatoi calcistici dopo una sconfitta subita.

Paurosamente diabolici! E pericolosi. Infangare la memoria e sfigurarla ad uso e consumo di un pallone.

Treno di panna

$_35

Giullare girovago

su una freccia in affitto

zigzaga

con le sue graziose efelidi

lo Stivale rotto.

Marionette ubriache

trotterellano imbarazzate,

traballano spaesate,

disegnando sorrisi di circostanza.

Il varco della nanitudine caimanesca

è stato ampiamente superato.

Carta bianca

venduta

vende.