Il report WP 2015

Abbastanza ipocrita WordPress, se fosse una persona. Ma non lo è, perciò ci si attiene ai dati, che sono indiscutibili sul piano aritmetico; al più possono essere interpretati. Ed è abbastanza facile. Già il report dell’anno scorso evidenziava un aspetto del mio blog: i visitatori prediligono i post del passato, ancora meglio delle origini del blog, mentre la loro preferenza non viene accordata ai post più recenti. Quali potrebbero essere le cause? Una è generale, ossia l’abbandono generalizzato dei blog, l’altra è spiccatamente specifica, ossia il riscuotere evidentemente meno “simpatie” per una diminuzione drastica della gradevolezza dei post, soprattutto quelli che ritraggono immagini di santi e tradizioni religiose cristiane. Probabilmente qualche mente contorta ritiene che io impieghi il mio tempo a lisciare le tonache dei parrini soltanto per il fatto che mi piacciono le tradizioni religiose e, d’altro canto, in tempi di pensiero unico e liquido è inaccettabile per i più un massiccio riferimento a simboli cristiani, santi, beati e così via. Lo si può dedurre dalla quantità scarsa dei commenti e dalla reazione a catena, che innescano alcuni post anziché altri(se commenta Pinco, commenta Pallino e Tizio e Caio; se Pinco si astiene, ecco la medesima reazione); di contro non si capisce perché siano aumentati i followers, che hanno superato le centinaia. Si tratta di followers silenziosi, che non lasciano però una briciola di commento. In ogni caso ringraziamo tutti: WordPress, che mi ha inviato il report, i followers silenziosi e tutti i commentatori.

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 24.000 volte in 2015. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 9 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Le parole zitte

ts2332v3-57A partire dalla morte inaspettata e improvvisa del migliore dei colleghi di filosofia, uno splendido cinquantenne dal garbo elegante e dal cipiglio coraggioso, capace di dar filo da torcere a un intero collegio, compreso il DS, pare che da qualche anno la mia comunità scolastica abbia scoperto che la malattia esiste anche dietro una cattedra. E con essa anche Lei, la Morte. Ma se ne parla di nascosto, dentro le stanzette, fra i corridoi. A due a due, a tre a tre, in crocchio. Molto spesso noi professori, almeno agli occhi degli alunni, appariamo immortali ed esenti dalle patologie, e magari ce le augurano pure quando, nel bene e nel male, commettiamo un’ingiustizia nei loro confronti. Poi, però, quando improvvisamente il migliore, porca miseria, finisce sotto un cumulo di terra o dietro una lastra di marmo, è un profluvio di rimpianti, ricordi e suono della campanella ad ogni anniversario. Dicevo appunto che da qualche anno la malattia grave o degenerativa è diventata familiare nella mia scuola, ma un dato accomuna tutti i colleghi con infermità permanenti o con ricadute periodiche: il silenzio(Che poi il mio liceo non è popolato da matusalemme). Con questo non voglio dire che uno debba mettersi davanti al microfono e annunciare a tutti i colleghi che sta morendo o che sta male, però si respira nell’aria quella tipica ipocrisia intellettuale, e intellettualistica, di coprire a tutti costi e ipocritamente la malattia o l’infermità. Io penso che la ragione di tale scelta sia ascrivibile alla vergogna di sentirsi additati come malati, come se la condizione patologica fosse percepita dagli occhi degli altri colleghi come una diminuzione della propria professionalità, preparazione, autorevolezza. Triste è semmai apprendere da un sms o da una telefonata che un collega è deceduto, mentre una settimana prima ci avevi scambiato quattro chiacchiere o ti ci eri scontrato durante una riunione. Alcuni obietteranno che la causa del silenzio sia una sorta di pudore rispettoso nei confronti di se stessi e degli altri. Ma con quale coraggio oggi si può parlare di pudore, quando si sbandiera ai quattro venti il meglio, o ciò che è ritenuto tale, di se stessi? Che si è fighi, belli, intelligenti, in forma, dotti, superiori agli altri, con quattro amanti, uno ad ogni angolo di strada, ma malati no, malati mai. 

La cattiveria laureata

È credibile che al cellulare di un collega, da me chiamato per urgenti questioni organizzative, risponda il figlio di appena sei anni, indottrinato a dovere dal papà su come liquidare l’interlocutore seccatore?

Papà è uscito, ha scordato il cellulare a casa.

Luminari e lumicini

Da qualche anno, tra novembre e dicembre, bussa puntuale alla mia casella di posta elettronica un’email di invito a un seminario, che salda insieme ricerca universitaria e percorsi didattici scolastici; si tratta di quelle sporadiche iniziative culturali di rilievo, che non riguardano l’orientamento post liceale, nel senso che le facoltà universitarie non sponsorizzano i loro prodotti alle future matricole, ma diffondono, a livello periferico, i risultati della ricerca scientifica più avanzata nella prospettiva di un mutuo scambio tra i due poli della formazione: il risultato atteso e sperato è che da una parte la scuola non perda di vista il rigore del metodo di ricerca e l’università, a sua volta, non si arrocchi sulla torre eburnea delle squisitezze dell’erudizione fine a se stessa. Per non tacere della linfa conoscitiva che solitamente s’immette a scuola tra le aride radici del già fatto e proposto.scansione0003
Nell’ambito del seminario il mio ruolo è(è stato)di far avvicinare i due mondi, l’università e la scuola, i luminari e i lumicini, in modo tale che le sollecitazioni della ricerca scientifica possano tradursi in attività scolastiche e percorsi accessibili ai liceali.
Quest’anno l’invito non è arrivato, perciò, approssimandosi il mese in cui si svolge il seminario, m’è parso naturale chiedere lumi a due dei referenti-responsabili, non tanto perché per investitura potesse essere reiterato il mio incarico di mediatore(a costo irrisorio), ma perché interessato all’iniziativa in qualità di docente.
Anzi, proprio nell’email inviata ai due responsabili, non ho fatto cenno al mio incarico, limitandomi a domandare se e quando il seminario si sarebbe svolto e quale tema avrebbe affrontato. Il sapere in anticipo cosa e quando mi permette, infatti, di infarinare gli allievi e di organizzare la loro partecipazione alla giornata di seminario.
L’email di risposta non s’è fatta attendere, ma mi hanno infastidito il tono e la brevità.
Il seminario si farà, ma la scuola viene tagliata fuori per enigmatiche ragioni organizzative; non mi viene comunicato il tema del seminario, ma mi si rimanda a un freddo link che sciorina una locandina e, colmo dei colmi, mi chiedono scusa per non avermi contattato.
Excusatio non petita…
Mi sono offeso.
E credo non a torto.

File

Ci sono comportamenti che mi fanno imbestialire.
Sono dovuto riandare al supermercato per acquistare una confezione d’acqua, pur avendo poco prima fatto la spesa.
Tipica dimenticanza.
Mi metto in fila, anche se non è chiaro se sia una fila stare a branco di pecore davanti alla cassa.
Un cliente, un uomo di 50 anni circa, permette a due signore che passino prima di lui.
E fin qui posso anche non dire nulla.
Ma quando dichiara ad alta voce di averle fatte passare perché sono donne e hanno da fare a casa, erano circa le 19.30, allora avrei voluto insorgere.
Il verme solitario mi ha poi lanciato uno sguardo, ha osservato attentamente il mio misero carico e con indifferenza ha scaricato sul tapis roulant tutta la sua mercanzia.
Io, dal canto mio, ho assunto un’espressione marmorea e glaciale, ignorando la sua mancanza di urbanità.
Ma, se sa leggere bene in faccia alle persone, ha percepito tutto il mio disprezzo.

Davanti a una cassa, si cede il posto a chi ha un solo prodotto o a chi è donna?
Questo non è rispetto per il gentil sesso, ma cafoneria autentica.

Voci precedenti più vecchie

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